Gelosia

Sentimento peccaminoso,
male tra altri mali,
si nutre di parole taciute,
incomprensioni, fantasie, timori,
interrogativi mai espressamente pronunciati
e rimasti insoluti,
ferite non ancora rimarginate,
ché il ricordo è il coltello più tagliente,
ed improvvise ritornano dall’apparente oblio
a far sanguinare il cuore.

Ed il cuore assalito dai ricordi
si sente come un castello
privo di difese e sottoposto all’attacco
cui assiste mentre le sue torri si sbriciolano
sotto i colpi nemici.

Ed il cuore, istintivo e passionale
lotta con la mente razionale, in veste d’avvocato
nel delicato processo.

E non è gelosia. È possessione.

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Amore! Ma è alla coque!

E penso alla prima volta in cui ti ho chiamato “amore”…guardando un film e rispondendo ad una tua battuta: “No, amore!”. E ripenso a quel senso di confusione, di timore e di incredulità per aver pronunciato una parola così importante. E penso alla facilità con cui ti chiamo ora in tal modo: tagliando un uovo sodo non cotto a puntino come credevi, un uovo alla coque, diciamo. E penso alla bellezza del pronunciare quotidianamente una parola così importante senza privarla del suo significato.

Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 12/12

Nel 1570 arrivò la scomunica di Elisabetta da parte del papa e, poco tempo dopo, in occasione dell’anniversario della sua ascesa al trono le campane delle chiese protestanti suonavano a dispetto del papa e di quel mondo cattolico che vedeva Elisabetta come una regina destituita. Ciò diede coraggio ai cattolici, come per esempio il banchiere fiorentino Ridolfi che cercò l’appoggio di Maria Stuarda e di Norfolk, che nel 1569 era stato uno dei cospiratori, ma non ottenne quello del papa, del sovrano spagnolo e del duca di Alva che fece fallire il tutto e portò alla condanna a morte di Norfolk.(1)
Quando iniziò a girare la voce sulla decisione della regina di sposare il francese duca D’Alençon(2), però, si accese il malcontento del popolo intero che, come sempre, non vedeva di buon occhio l’unione con uno straniero. Iniziarono, dunque, a circolare libelli che tentavano di scoraggiare Elisabetta dal compiere un tale passo, enumerando i difetti e i vizi del duca, e sostenendo che all’età di quarantasei anni non avrebbe dovuto esporsi al rischio di una gravidanza: sembrava cessato il desiderio di un erede o, quantomeno, di un erede nato dal grembo della regina. Questa era, in particolare, la visione dei puritani, che avevano una concezione della condizione umana radicale e intransigente e, per quanto protestanti, diedero il via ad una contro-chiesa interna. Eppure, vi era anche una buona parte di inglesi che riteneva una farsa le varie trattative per il matrimonio della sovrana.(3)

La situazione inglese sembrò peggiorare nel momento in cui, non solo gli esuli cattolici inglesi rifugiatasi in Spagna e un po’ ovunque nel continente, ma soprattutto il papa iniziò ad incoraggiare Filippo II per compiere un’impresa contro Elisabetta al fine di deporla dal trono e sostituirla con Maria Stuarda. Ricordiamo che tra il regno inglese e quello spagnolo già da tempo si era verificata una rottura: a dire il vero, Filippo non aveva mai approvato Elisabetta, ma la situazione si incrinò bruscamente a partire dal momento in cui la regina aveva contrastato la sua azione nei Paesi Bassi, finanziandone la ribellione, ed incitando i pirati inglesi ad attaccare le sue flotte sottraendogli l’argento. A questi problemi si aggiunsero le trattative per il matrimonio con il duca d’Alençon che rischiavano di minare la debole alleanza tra gliAsburgo e i Valois.(4)Sembra che l’affetto della regina nei confronti del duca fosse sincero ma problemi politici misero le due corti in disaccordo e il matrimonio non ebbe luogo.(5)

Così come la sorella Maria aveva condannato al rogo senza pietà i protestanti, Elisabetta fece la stessa cosa con i cattolici mutando la pena: dal rogo all’impiccagione. Nel ventennio 1570-90 il numero dei cattolici crebbe e dalla tacita complicità ai rituali del protestantesimo passarono ad un’opposizione militante diventando dissidenti, non partecipando ai servizi liturgici, non facendo la comunione, non prestando attenzione ai sermoni e ascoltando, in segreto, la messa. A rafforzare la loro fede furono proprio le condanne proclamate dalla regina che facevano delle spoglie dei martiri delle nuove reliquie. Le leggi contro la dissidenza religiosa trovò una rinnovata applicazione nell’estate 1580 con una serie di rastrellamenti che miravano a scovare quei cattolici che non intendevano uniformarsi alla religione scelta dalla regina.(6)

Lo scontro tra Inghilterra e Spagna assunse concretezza alla fine del 1585. Al comando della flotta inglese vi era Leicester che doveva condurre l’esercito in Olanda per muovere guerra alla Spagna. Ben presto arrivò la notizia che vedeva gli spagnoli impegnati ad allestire una potente flotta per contrastare l’Inghilterra.(7)
Un grave errore fu compiuto da Leicester che si era proclamato governatore assoluto degli Stati Uniti dei Paesi Bassi, cosa che non solo moltiplicava gli obblighi degli inglesi nei confronti degli olandesi ma innescava anche la reazione armata degli spagnoli, senza contare il fatto che quando ad Elisabetta giunse la notizia ancora non aveva ricevuto informazioni ufficiali dal messaggero di Leicester e si può facilmente intuire l’ira che la colse e che riversò su chi le stava intorno. Ella pensò di richiamare in patria il disobbediente conte ma i suoi consiglieri riuscirono a persuaderla a non farlo; tuttavia ormai la campagna era sfumata nell’inimicizia e nello squallore e questo fece decidere per un suo effettivo richiamo.(8)

Anche per via della morte di Maria stuarda, condannata a morte dopo che si trovò il modo per incolparla di un presunto complotto volto ad uccidere la regina,(9) Filippo II si decise a muovere guerra all’Inghilterra vedendo nella sua flotta, l’Armada, una flotta crociata e nella sua missione una guerra santa ritenendo che tutta la ricchezza e il potere accumulati nel corso del suo regno dovevano essere utilizzati per distruggere l’eretico dominio di Elisabetta.
Si iniziarono a diffondere stime circa l’allestimento della flotta portato avanti da Filippo a cui si aggiunsero false notizie che non fecero altro che terrorizzare gli inglesi, che si preoccuparono anche di quella che avrebbe potuto essere la reazione dei cattolici una volta che gli spagnoli li avessero raggiunti.
Mentre il paese si stava preparando a una difesa, l’Armada, che non era né tanto “fortunatissima” né tanto “invincibile” come era stata definita, colava a picco in una tempesta al largo di Capo Finisterre; infatti, da quando aveva lasciato Lisbona era incappata in una serie di disastri venendo deviata verso sud e quando -finalmente- riuscì a dirigersi lentamente verso nord gli uomini iniziarono a morire a causa dell’acqua infetta e del cibo guasto. A dare il colpo finale fu un’altra tempesta che la costrinse alla ricerca di un porto. Il duca di Medinia Sidonia, al comando della flotta, si perse d’animo e non si sentiva di procedere in una tale impresa vedendo le poche chances che aveva di ottenere un esito vittorioso ma il re gli ordinò di procedere, certo che la loro spedizione fosse nelle mani di Dio, il quale non avrebbe potuto impedire il lieto compimento di quella missione divina. Alla fine di luglio, l’Armada fu avvistata nei pressi della costa inglese nei pressi di Tilbury(10) ma a distanza di due settimane da questo avvistamento le notizie erano scarsissime così che la regina decise di recarsi ella stessa nella zona, sia per apprendere notizie sia per incoraggiare i suoi soldati. Si seppe che la flotta spagnola aveva gettato l’ancora nei pressi di Calais, in attesa di rinforzi, cercando di evitare i colpi causati dalle navi inglesi ma riportando, comunque, gravi danni. I marinai inglesi che avevano resistito alle pessime condizioni in cui versavano e alla carenza di risorse pur di servire il proprio paese iniziarono a morire di tifo a centinaia, cosa che fece esultare non solo gli spagnoli ma tutti i paesi cattolici. Le voci che davano gli inglesi per spacciati erano premature e, sulla strada del ritorno, l’Armada venne sorpresa da un’altra tempesta che disperdeva, se non inghiottiva, una buona parte della flotta; i superstiti giunti sulle coste irlandesi furono giustiziati dai soldati inglesi.(11)
La sconfitta subita dagli spagnoli li aveva spronati a rafforzare la propria marina e, nel giro di un decennio, riuscirono nell’intento e dimostrarono subito quale fosse il loro primo obiettivo spostando le proprie forze di terra in Piccardia e Bretagna per tentare di acquisire un porto francese da cui invadere l’Inghilterra. Nel frattempo, Filippo era anche intervenuto in Irlanda inviando rifornimenti per sostenere il ribelle Tyrone ordinandogli di scandagliare le coste al fine di individuare un approdo con acque profonde. Nel frattempo, alla corte inglese era giunto l’ambasciatore francese De Maisse col compito di sondare le intenzioni della regina a proposito di una guerra con la Spagna(12) ed in particolar modo la ratifica della pace con la Francia.(13) Il soggiorno dell’ambasciatore alla corte inglese si prolungava senza esiti finchè non si risolse ad affrontare di petto la questione chiedendo ad Elisabetta quali erano le sue decisioni a proposito della guerra con la Spagna e delle truppe inglesi stanziate in Francia. Ella sostenne di aver già provveduto a richiamare i soldati in patria; diede in escandescenze parlando del sovrano spagnolo e dei suoi uomini e tentò di temporeggiare per evitare un’alleanza tra Francia e Spagna, tentando di persuadere De Maisse con quelle notizie che davano Filippo per moribondo: l’ambasciatore sapeva, però, che queste notizie non sarebbero state gradite dal proprio sovrano che avrebbe comunque tentato di intavolare trattative con gli spagnoli, arrivando ad una rottura diplomatica con l’Inghilterra.(14)

Il regno di Elisabetta volgeva alla fine. Gli ultimi regni di anno furono dominati da problemi finanziari (tanto che Elisabetta si decise ad impegnare i tesori di famiglia) che crearono scompiglio e malumori tra il popolo, a cui si aggiungevano le minacce di morte, non più da parte dei sicari mandati da Filippo (morto nel 1598) ma da altri uomini desiderosi di por fine alla vita della regina, chi per motivi politici, per vendetta o per follia.(15) Eppure il giorno del suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, nel 1601, la nota eloquenza che aveva sempre sfoggiato nel corso dell’intero regno la fece splendere in tutta la sua gloria e riuscì a toccare il cuore degli ascoltatori. La regina vergine, però, diventava sempre più debole anche se alla debolezza fisica non si accompagnava quella dello spirito, che ella continuava a soddisfare con letture e traduzioni importanti,(16) almeno fino a quando la vecchiaia non compì il suo corso conducendola a uno stato di demenza senile che si portò dietro fino al giorno della morte, 23 marzo 1603.(17)

 

 

 

 

 

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(1)  Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 230-231
(2)  Figlio del re di Francia, Enrico II
(3)  Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 250-266
(4)  Ibidem, pp. 270-271
(5)  Per maggiori informazioni si veda Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp- 274-280
(6)  Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 281-287
(7)  Ibidem, pp. 290-293
(8)  Ibidem, pp. 298-300
(9)  Ibidem, pp. 305-308
(10)  Ibidem, pp. 311-316
(11)  Ibidem, pp. 319-322
(12)  Ibidem, p. 327
(13)  Ibidem, p. 330
(14)  Ibidem, pp. 337-338
(15)  Ibidem, pp. 340-342
(16)  Ibidem, pp. 347-348
(17)  Ibidem, pp. 355-356

 

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Mare al mattino – Margaret Mazzantini

Mare al mattino” è un breve romanzo di piacevole lettura.
In questo lavoro di Margaret Mazzantini si intrecciano due storie simili tra loro: quella di Farid e della madre Jamila, costretti a fuggire dalla Libia in guerra, e quella di Angelina e del figlio Omar, che -invece- torneranno in Libia, dopo la guerra e per breve tempo.
Lo spazio dedicato alle due storie non è proporzionale. Le prime pagine del romanzo narrano brevemente le vicende di Farid e della sua famiglia, spazi e personaggi che tornano solo in poche altre frasi fino a giungere ad un velato incrocio con la vita di Omar ed Angelina.
A questi due personaggi, ed in particolar modo ad Angelina (fuggita dalla Libia all’età di 11 anni) si dà maggiore spessore: nelle pagine del libro trovano spazio sia eventi inerenti l’infanzia di Angelina, sia eventi riguardati il suo arrivo in Italia e le difficoltà incontrate, sia episodi che si incentrano sul figlio Omar. Il romanzo è articolato scegliendo di condurre in parallelo la ricostruzione della vita dei due personaggi e questo causa una certa confusione (seppur leggera e di facile superamento ad una lettura più attenta) nella comprensione dello sviluppo degli eventi a cui si accompagna un senso di attesa, raramente soddisfatto, di sapere qualcosa di più su Farid e Jamila.

Il merito dell’autrice sta nell’aver accennato ad una serie di temi che occupano sempre maggior rilevanza nella storia odierna come, per esempio, la vita dei profughi (con brevissimi accenni ai motivi storici che li hanno portati a divenire tali), al rapporto di coppia nel mondo arabo, al rapporto tra genitori-figli e ad altri temi più comuni quali le amicizie nate in età infantile.
Probabilmente, proprio questi elementi di merito fanno comprendere il limite dell’opera: l’aver trattato e svolto il tutto troppo brevemente ed in maniera troppo soffusa. Con ciò non intendo dire che l’opera non sia godibile ma credo che sarebbe stata ancor più apprezzabile se svolta più in profondità.

Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 11/12

Il tempo di Elisabetta

La morte di Maria fu accompagnata dalla gioia dei protestanti che vedevano nella sua erede, Elisabetta, speranza per il loro credo: avevano idee generiche circa la sua fede personale ma erano consci del fatto che, sia per lignaggio che per educazione, gravitava nell’orbita del protestantesimo. Elisabetta, però, li fece attendere continuando ad andare a messa tutti i giorni e ordinando che nessuno molestasse gli osservanti o danneggiasse i luoghi sacri; questo rappresentò comunque già un passo avanti in quanto il primo obiettivo dei protestanti era quello di veder cessati i roghi ed allentata la morsa della repressione pertanto non si scagliarono contro le chiese e il clero, come si poteva supporre.(1)
L’incoronazione di Elisabetta avvenne il 15 gennaio 1559.(2) 

Fin dai primi momenti di regno, la regina dovette affrontare alcuni problemi di non poco conto: dei documenti, necessari ai negoziatori di pace al tavolo dei francesi, erano stati portati via dagli imbalsamatori che vi avevano avvolto il corpo della defunta sovrana. Questa perdita era drammatica poiché le trattative di pace rappresentavano l’unica difesa che gli inglesi avrebbero potuto utilizzare contro la minaccia incombente da parte della Francia. A peggiore la situazione vi era la Scozia che, da pochi anni, era diventata una roccaforte francese in quanto Maria Stuarda, succeduta al padre Giacomo V, aveva lasciato il paese per sposare l’erede al trono francese, il delfino Francesco. A detenere la reggenza in Scozia era la madre, Maria di Lorena, che si circondava di consiglieri ed armi francesi. Il motivo di tutto ciò era chiaro: Maria Stuarda, in quanto cugina di Elisabetta, rivendicava il trono inglese ed è superfluo dire che la Francia era disposta ad aiutarla nell’impresa per deporre una sovrana che ritenevano non solo bastarda ma anche eretica. Certo, l’Inghilterra avrebbe potuto trovare un appoggio nella Spagna di Filippo II ma questo avrebbe costretto il popolo inglese ad accettare il suo potere nel paese e ad essere pronto ad impegnarsi nelle guerre portate avanti dagli spagnoli oppure a vedere diventare l’Inghilterra il nuovo terreno di scontro tra Asburgo e Valois. Elisabetta e i suoi consiglieri -per lo più protestanti- decisero, dunque, di mostrate a Filippo, per la sua fraterna alleanza, quella gratitudine che sarebbe stata sufficiente a tenere a bada i francesi senza dover provvedere ad un intervento concreto del sovrano spagnolo.(3) 

Nonostante ciò, la questione più pressante rimase quella di carattere religioso. Per quanto i protestanti fossero una minoranza, la maggior parte di loro si concentrava a Londra e -se nei primi mesi di regno avevano rispettato la volontà della regina- nella primavera del 1559 la capitale fu deturpata in quanto la violenza contro la Chiesa di Maria era esplosa ovunque, come dimostrarono le vetrate delle chiese in frantumi, crocifissi sfregiati, altari rovinati e privi di ornamenti senza considerare le numerose ballate e libri di stampo anticattolico in circolazione ovunque.
Elisabetta aveva senza dubbio intenzione di ricondurre il paese verso il protestantesimo ma doveva muoversi con molta cautela poiché, dal momento in cui ciò sarebbe accaduto, il papa avrebbe potuto scomunicarla e questo avrebbe reso il paese bersaglio dei vari principi cattolici che si fossero dichiarati disposti ad invaderlo: in quel momento, l’Inghilterra non aveva un numero sufficiente né di soldati o capitani, né di armi, né di denaro per sopperire a queste mancanze.
Da subito la regina mostrò di che stoffa era fatta: mantenne il proprio ambasciatore a Roma e conservò la liturgia della messa, seppur con alterazioni minori, nella cappella privata, procrastinò la riforma papale evitando -per il momento- la scomunica e lasciò credere tanto a Enrico II di Francia quanto a Filippo II di Spagna di non attendere altro che il loro corteggiamento. Temporeggiando con l’uno e con l’altro, iniziò ad accumulare materiale bellico e adunare uomini, spendendo il meno possibile in altri settori per tentare di acquistare nuovamente credibilità agli occhi dei finanziatori di Anversa. Questo accadde nonostante il suo proposito, fin dall’inizio, fosse quello di puntare non alla guerra bensì alla pace (anche se la pace equivaleva alla rinuncia di Calais). Ed infatti, si arrivò ad un accordo con i francesi. Ciò le consentì di dedicarsi alla questione religiosa e, alla fine di aprile, furono promulgati l’Act of supremacy e l’Act of uniformity, ella si dichiarò capo della Chiesa d’Inghilterra e provvide a reintrodurre il secondo libro di preghiere di re Edoardo. Da quel momento, partecipare alla messa diventava un reato punibile con la reclusione o l’ergastolo (in caso di recidiva).(4)

Nel luglio 1559 Enrico II di Francia morì e il suo decesso rese più temibile una possibile invasione francese all’Inghilterra passando dalla Scozia. Questo perché al trono era salito Francesco II, marito di Maria Stuarda, ma la reggenza restava nelle mani degli zii di quest’ultima, il cardinale di Lorena e il duca di Guisa. A reagire contro il governo filo-francese insediatosi in Scozia furono i protestanti scozzesi che mossero un’opposizione alla Chiesa cattolica nel paese. A sostenerli furono i nobili, che avevano visto diminuire sempre più il loro potere, i quali fecero delle rimostranze politiche e religiose un tutt’uno e si unirono al clero protestante nella “Congregazione”, un organismo che aveva il compito di riformare chiesa e governo, ma fin dai primi scontri con le forze regie si evidenziò la debolezza dei ribelli (nonostante i finanziamenti clandestini dei vicini inglesi). Per quanto la campagna fu anti-economica si raggiunsero buoni risultati da un punto di vista diplomatico, facilitati dalla morte della reggente di Scozia e da una cospirazione che allentò il potere dei francesi in quell’area, in quanto con il Trattato di Edimburgo si eliminò il pericolo di un’invasione dal nord. Questo fu dovuto anche al fatto che, nel 1561, Francesco II di Francia era morto e Maria Stuarda tornò nel proprio paese, difficile da governare per l’ostilità dei protestanti per cui si rese necessario l’appoggio della cugina, Elisabetta.(5)
Ella, nel 1562, decise di appoggiare la causa protestante francese così come aveva fatto con quella scozzese ma questo avvenne solo dopo che la reggente di Francia, Caterina de’ Medici, aveva rifiutato le offerte di mediazione avanzate dalla sovrana inglese che, appunto, reagì ordinando ai propri diplomatici di negoziare un trattato segreto con i protestanti: in cambio del loro sostegno economico e militare, gli ugonotti si impegnavano a restituire Calais non appena la corona francese l’avesse persa.(6) 

Ovviamente i cattolici non si rassegnarono alla politica religiosa adottata dalla nuova regina e la loro reazione sfociò -ancora una volta- in violenza. Uno degli eventi più tragici si ebbe nel 1569 quando, nella cattedrale di Durham, venne rovesciato e danneggiato l’altare eucaristico, vennero bruciati i messali protestanti e la Bibbia inglese ed eliminato ogni simbolo della devozione anglicana riportando la cattedrale a quel che era stata in origine, una chiesa cattolica.
Nel nord la ribellione stava già germogliando da tempo ma l’arrivo di Maria Stuarda, rifugiatasi in Inghilterra permar sfuggire agli ostili sudditi, aveva dato nuove forze ai cattolici insoddisfatti; se fosse esplosa, Elisabetta si sarebbe trovata in grave difficoltà in quanto non aveva forze esperte e preparate da far scendere in campo ma, grazie alla sua tempestività nell’affrontare il problema, i cospiratori furono scovati nel settembre 1569 e indeboliti. Eppure, l’apice della crisi venne raggiunto proprio in seguito all’assalto alla cattedrale di Durham: moltissimi cattolici, in tante città, si recarono dinanzi a preti cattolici per essere assolti da quella scomunica che avevano attirato su di sé conformandosi al protestantesimo ufficiale, anche se -a dire il vero- pare che molti di questi furono indotti a ciò dai cattolici ribelli che irrompevano nelle città, i quali li convinsero o minacciandoli o corrompendoli.(7) Inoltre, ad essi parteciparono anche alcuni consiglieri della regina che tentarono di raccogliere il maggior numero possibile di sostenitori facendo credere che stessero combattendo per la regina stessa. Una volta identificati, i responsabili si rimisero alla volontà di Elisabetta chiedendo il suo perdono: ella, per far capire quale fosse il suo potere, ordinò di uccidere un certo numero di ribelli appartenenti agli strati più umili della società.(8) La ribellione cattolica era tanto più preoccupante dal momento che l’Inghilterra avrebbe dovuto prestare particolare attenzione nei confronti dei paesi cattolici, tentando di prevedere -se non annullare- possibili mosse a suo sfavore. Nel frattempo, Elisabetta aveva provveduto a imprigionare la cugina, Maria Stuarda.
A peggiorare la situazione contribuirono i problemi insiti nel governo inglese: i consiglieri ritenevano che una donna non fosse degna della sovranità e, ad aumentare il loro turbamento e i loro fastidi, fecero la loro parte anche le mancate nozze della regina che, dopo dieci anni di regno, ancora non si era decisa a scegliere un marito che le avrebbe consentito di dare alla luce l’erede tanto atteso.
Ad accelerare l’urgenza dell’arrivo di un erede fu innanzi tutto la paura in politica estera dovuta al fatto che in Francia la fazione cattolica dei Guisa iniziava a riprendere potere ed al fatto che la Spagna aveva condotto diecimila fanti -al comando del duca di Alva– sul piede di guerra nelle Fiandre (di fronte a Dover, a due giorni di navigazione da Londra).(9)Quest’ultimo fatto, tuttavia, non avrebbe rappresentato un problema finchè l’alleanza tra l’Inghilterra e la Spagna non si fosse incrinata, cosa che ovviamente accadde all’inizio del 1569.(10) Un secondo fattore rendeva sempre più sentita la necessità di un erede: la salute cagionevole di Elisabetta che, più di una volta, aveva fatto temere la morte. Il Parlamento tentò di mettere alla stretta la regina con l’unica arma che aveva a disposizione: quella finanziaria, poiché ella doveva far riferimento a Lord e Comuni per le proprie spese straordinarie. L’ira di Elisabetta, che in ciò ben ricordava il padre, si scagliò sui membri del consiglio e lasciò adirata la sala per poi riunire una delegazione di entrambe le Camere per dimostrare come la loro preoccupazione circa la scelta di un erede fosse una pura e presuntuosa intromissione in un discorso che non era facile da affrontare e dopo aver dichiarato – per l’ennesima volta- la sua determinazione a sposarsi terminò la discussione.(11)

 

 

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(1) Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, p. 140
(2) Ibidem, p. 148
(3) Ibidem, p. 141-142
(4) Ibidem, pp. 154-156
(5) Ibidem, pp. 166-168
(6) Ibidem, p. 171
(7) Ibidem, pp. 197-199
(8) Ibidem, pp. 205-211
(9) Ibidem, pp. 200-203
(10) Per conoscere i motivi che portarono alla discordia si veda Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 203-204
(11) Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 213-216 Per conoscere quale fondo di verità ci fosse dietro questa affermazione si veda Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 217-223

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ADE – Apollo, Dioniso, Eros

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Tua musa e tu, Apollo, mio comandante.
Grazie a te, per te, scrivo ed incerta trasferisco sentimenti
sulla purpurea pergamena intrisa d’inchiostro
qua e là rovinata (appare tale!) da una macchia d’oro o d’argento
d’emozioni sfuggite frettolose al pennino.
Tua donna e tu, Dioniso, mia estatica fiamma di passione,
liberatore di sensi sopiti in tua assenza,
in te e con te noti, esplorati in mesi di passione
e poi sopiti in altri di nascente amore…
…riemersi dopo altrettanti di incontri, momenti, gioie,
con te, mio Eros, mio amore, mio compagno
din quella intimità di un’incommensurabile profondità,
mio complice nella vita quotidiana, die et nocte.
E mentre t’osservo adagiato sul bianco divano
una mano dietro la nuca, l’altra abbandonata sul fianco,
le gambe libere e rilassate, il volto enigmatico
vago con la mente e ti vedo…

…Dio greco sul triclinio in posa statuaria tradita
da quel tuo bel corpo vibrante di vita.

La bambina che non esisteva – Siba Shakib

Questo breve romanzo narra la storia di Samira, unica figlia di un comandante afgano e capo della tribù in cui vive. Le credenze popolari ritengono che il primo figlio di un comandante debba essere un maschio così che possa sostituire il padre al momento della sua morte ma dall’unione dell’uomo con la moglie, Daria, nasce una bambina, Samira.
Samira è cresciuta come un maschio e questa finzione si rende ancor più necessaria in seguito ad un incidente di guerra che priva il comandante della sua virilità e gli impedisce di avere altri figli.
Samira diventa Samir, a tutti gli effetti. È cresciuta come un uomo e, incredibilmente, riesce a primeggiare in tutte le attività cui viene sottoposta tanto da diventare presto un esempio per tutti. Tutti i bambini vorrebbero essere come lui, tutte le bambine si incantano ad osservarlo. Samir cresce e continua ad attrarre attenzioni da parte di tutti ma è sempre più difficile sostenere la menzogna.
Un tragico evento, la morte del padre, porterà a faide all’interno della tribù tanto che Samir e Daria -non sentendosi più sicure- preferiranno fuggire e trovare riparo presso il papà di Daria, nonno di Samir.
Qui la ragazza maschio inizia una nuova fase della propria vita ma immutati restano l’attenzione e l’ammirazione che egli attira da tutte le parti.
Proprio nel nuovo villaggio Samir incontra uno degli affetti più profondi della sua vita, l’amico Bashir, con cui instaura un rapporto destinato a non essere solo platonico e a sconvolgere il suo fragile equilibrio: è Samir o Samira ad essere attrato da Bashir? La stessa duplicità si ritrova nella relazione che più tardi lo lega alla sorella di Bashir.

Nel corso dell’intera vicenda, Samir si trova a combattere per la propria esistenza e sopravvivenza, per quella della madre, per quella degli affetti importanti che la circondano. Nel corso dell’intera vicenda Samir si trova costretta a fare i conti con decisioni prese da altri e destinate ad avere ripercussioni pesanti su di lei e che la portano, una volta per tutte, a scegliere chi vuole essere: Samir o Samira.

La particolarità dell’opera sta nel modo in cui vengono costruiti i dialoghi: ci troviamo in presenza di un discorso indiretto che non si cura di essere racchiuso tra virgolette e presenta scarsa punteggiatura. Forse sarebbe meglio dire che ci troviamo di fronte ad una commistione tra discorso diretto ed indiretto.
Proprio questa caratteristica credo sia un fattore decisivo, al di là della trama e del modo in cui viene sviluppata, per apprezzare o denigrare il romanzo. Personalmente, non mi ha portato né a rifiutare la lettura del libro né a darle un valore aggiunto.
La vicenda narrata è degna d’attenzione in quanto pone in rilievo un tema molto importante: la condizione della donna in un paese come l’Afghanistan.
Credo che la rileggerei con piacere ma sono ancora indecisa se inserire questo libro nella mia biblioteca personale.