Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 12/12

Nel 1570 arrivò la scomunica di Elisabetta da parte del papa e, poco tempo dopo, in occasione dell’anniversario della sua ascesa al trono le campane delle chiese protestanti suonavano a dispetto del papa e di quel mondo cattolico che vedeva Elisabetta come una regina destituita. Ciò diede coraggio ai cattolici, come per esempio il banchiere fiorentino Ridolfi che cercò l’appoggio di Maria Stuarda e di Norfolk, che nel 1569 era stato uno dei cospiratori, ma non ottenne quello del papa, del sovrano spagnolo e del duca di Alva che fece fallire il tutto e portò alla condanna a morte di Norfolk.(1)
Quando iniziò a girare la voce sulla decisione della regina di sposare il francese duca D’Alençon(2), però, si accese il malcontento del popolo intero che, come sempre, non vedeva di buon occhio l’unione con uno straniero. Iniziarono, dunque, a circolare libelli che tentavano di scoraggiare Elisabetta dal compiere un tale passo, enumerando i difetti e i vizi del duca, e sostenendo che all’età di quarantasei anni non avrebbe dovuto esporsi al rischio di una gravidanza: sembrava cessato il desiderio di un erede o, quantomeno, di un erede nato dal grembo della regina. Questa era, in particolare, la visione dei puritani, che avevano una concezione della condizione umana radicale e intransigente e, per quanto protestanti, diedero il via ad una contro-chiesa interna. Eppure, vi era anche una buona parte di inglesi che riteneva una farsa le varie trattative per il matrimonio della sovrana.(3)

La situazione inglese sembrò peggiorare nel momento in cui, non solo gli esuli cattolici inglesi rifugiatasi in Spagna e un po’ ovunque nel continente, ma soprattutto il papa iniziò ad incoraggiare Filippo II per compiere un’impresa contro Elisabetta al fine di deporla dal trono e sostituirla con Maria Stuarda. Ricordiamo che tra il regno inglese e quello spagnolo già da tempo si era verificata una rottura: a dire il vero, Filippo non aveva mai approvato Elisabetta, ma la situazione si incrinò bruscamente a partire dal momento in cui la regina aveva contrastato la sua azione nei Paesi Bassi, finanziandone la ribellione, ed incitando i pirati inglesi ad attaccare le sue flotte sottraendogli l’argento. A questi problemi si aggiunsero le trattative per il matrimonio con il duca d’Alençon che rischiavano di minare la debole alleanza tra gliAsburgo e i Valois.(4)Sembra che l’affetto della regina nei confronti del duca fosse sincero ma problemi politici misero le due corti in disaccordo e il matrimonio non ebbe luogo.(5)

Così come la sorella Maria aveva condannato al rogo senza pietà i protestanti, Elisabetta fece la stessa cosa con i cattolici mutando la pena: dal rogo all’impiccagione. Nel ventennio 1570-90 il numero dei cattolici crebbe e dalla tacita complicità ai rituali del protestantesimo passarono ad un’opposizione militante diventando dissidenti, non partecipando ai servizi liturgici, non facendo la comunione, non prestando attenzione ai sermoni e ascoltando, in segreto, la messa. A rafforzare la loro fede furono proprio le condanne proclamate dalla regina che facevano delle spoglie dei martiri delle nuove reliquie. Le leggi contro la dissidenza religiosa trovò una rinnovata applicazione nell’estate 1580 con una serie di rastrellamenti che miravano a scovare quei cattolici che non intendevano uniformarsi alla religione scelta dalla regina.(6)

Lo scontro tra Inghilterra e Spagna assunse concretezza alla fine del 1585. Al comando della flotta inglese vi era Leicester che doveva condurre l’esercito in Olanda per muovere guerra alla Spagna. Ben presto arrivò la notizia che vedeva gli spagnoli impegnati ad allestire una potente flotta per contrastare l’Inghilterra.(7)
Un grave errore fu compiuto da Leicester che si era proclamato governatore assoluto degli Stati Uniti dei Paesi Bassi, cosa che non solo moltiplicava gli obblighi degli inglesi nei confronti degli olandesi ma innescava anche la reazione armata degli spagnoli, senza contare il fatto che quando ad Elisabetta giunse la notizia ancora non aveva ricevuto informazioni ufficiali dal messaggero di Leicester e si può facilmente intuire l’ira che la colse e che riversò su chi le stava intorno. Ella pensò di richiamare in patria il disobbediente conte ma i suoi consiglieri riuscirono a persuaderla a non farlo; tuttavia ormai la campagna era sfumata nell’inimicizia e nello squallore e questo fece decidere per un suo effettivo richiamo.(8)

Anche per via della morte di Maria stuarda, condannata a morte dopo che si trovò il modo per incolparla di un presunto complotto volto ad uccidere la regina,(9) Filippo II si decise a muovere guerra all’Inghilterra vedendo nella sua flotta, l’Armada, una flotta crociata e nella sua missione una guerra santa ritenendo che tutta la ricchezza e il potere accumulati nel corso del suo regno dovevano essere utilizzati per distruggere l’eretico dominio di Elisabetta.
Si iniziarono a diffondere stime circa l’allestimento della flotta portato avanti da Filippo a cui si aggiunsero false notizie che non fecero altro che terrorizzare gli inglesi, che si preoccuparono anche di quella che avrebbe potuto essere la reazione dei cattolici una volta che gli spagnoli li avessero raggiunti.
Mentre il paese si stava preparando a una difesa, l’Armada, che non era né tanto “fortunatissima” né tanto “invincibile” come era stata definita, colava a picco in una tempesta al largo di Capo Finisterre; infatti, da quando aveva lasciato Lisbona era incappata in una serie di disastri venendo deviata verso sud e quando -finalmente- riuscì a dirigersi lentamente verso nord gli uomini iniziarono a morire a causa dell’acqua infetta e del cibo guasto. A dare il colpo finale fu un’altra tempesta che la costrinse alla ricerca di un porto. Il duca di Medinia Sidonia, al comando della flotta, si perse d’animo e non si sentiva di procedere in una tale impresa vedendo le poche chances che aveva di ottenere un esito vittorioso ma il re gli ordinò di procedere, certo che la loro spedizione fosse nelle mani di Dio, il quale non avrebbe potuto impedire il lieto compimento di quella missione divina. Alla fine di luglio, l’Armada fu avvistata nei pressi della costa inglese nei pressi di Tilbury(10) ma a distanza di due settimane da questo avvistamento le notizie erano scarsissime così che la regina decise di recarsi ella stessa nella zona, sia per apprendere notizie sia per incoraggiare i suoi soldati. Si seppe che la flotta spagnola aveva gettato l’ancora nei pressi di Calais, in attesa di rinforzi, cercando di evitare i colpi causati dalle navi inglesi ma riportando, comunque, gravi danni. I marinai inglesi che avevano resistito alle pessime condizioni in cui versavano e alla carenza di risorse pur di servire il proprio paese iniziarono a morire di tifo a centinaia, cosa che fece esultare non solo gli spagnoli ma tutti i paesi cattolici. Le voci che davano gli inglesi per spacciati erano premature e, sulla strada del ritorno, l’Armada venne sorpresa da un’altra tempesta che disperdeva, se non inghiottiva, una buona parte della flotta; i superstiti giunti sulle coste irlandesi furono giustiziati dai soldati inglesi.(11)
La sconfitta subita dagli spagnoli li aveva spronati a rafforzare la propria marina e, nel giro di un decennio, riuscirono nell’intento e dimostrarono subito quale fosse il loro primo obiettivo spostando le proprie forze di terra in Piccardia e Bretagna per tentare di acquisire un porto francese da cui invadere l’Inghilterra. Nel frattempo, Filippo era anche intervenuto in Irlanda inviando rifornimenti per sostenere il ribelle Tyrone ordinandogli di scandagliare le coste al fine di individuare un approdo con acque profonde. Nel frattempo, alla corte inglese era giunto l’ambasciatore francese De Maisse col compito di sondare le intenzioni della regina a proposito di una guerra con la Spagna(12) ed in particolar modo la ratifica della pace con la Francia.(13) Il soggiorno dell’ambasciatore alla corte inglese si prolungava senza esiti finchè non si risolse ad affrontare di petto la questione chiedendo ad Elisabetta quali erano le sue decisioni a proposito della guerra con la Spagna e delle truppe inglesi stanziate in Francia. Ella sostenne di aver già provveduto a richiamare i soldati in patria; diede in escandescenze parlando del sovrano spagnolo e dei suoi uomini e tentò di temporeggiare per evitare un’alleanza tra Francia e Spagna, tentando di persuadere De Maisse con quelle notizie che davano Filippo per moribondo: l’ambasciatore sapeva, però, che queste notizie non sarebbero state gradite dal proprio sovrano che avrebbe comunque tentato di intavolare trattative con gli spagnoli, arrivando ad una rottura diplomatica con l’Inghilterra.(14)

Il regno di Elisabetta volgeva alla fine. Gli ultimi regni di anno furono dominati da problemi finanziari (tanto che Elisabetta si decise ad impegnare i tesori di famiglia) che crearono scompiglio e malumori tra il popolo, a cui si aggiungevano le minacce di morte, non più da parte dei sicari mandati da Filippo (morto nel 1598) ma da altri uomini desiderosi di por fine alla vita della regina, chi per motivi politici, per vendetta o per follia.(15) Eppure il giorno del suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, nel 1601, la nota eloquenza che aveva sempre sfoggiato nel corso dell’intero regno la fece splendere in tutta la sua gloria e riuscì a toccare il cuore degli ascoltatori. La regina vergine, però, diventava sempre più debole anche se alla debolezza fisica non si accompagnava quella dello spirito, che ella continuava a soddisfare con letture e traduzioni importanti,(16) almeno fino a quando la vecchiaia non compì il suo corso conducendola a uno stato di demenza senile che si portò dietro fino al giorno della morte, 23 marzo 1603.(17)

 

 

 

 

 

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(1)  Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 230-231
(2)  Figlio del re di Francia, Enrico II
(3)  Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 250-266
(4)  Ibidem, pp. 270-271
(5)  Per maggiori informazioni si veda Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp- 274-280
(6)  Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 281-287
(7)  Ibidem, pp. 290-293
(8)  Ibidem, pp. 298-300
(9)  Ibidem, pp. 305-308
(10)  Ibidem, pp. 311-316
(11)  Ibidem, pp. 319-322
(12)  Ibidem, p. 327
(13)  Ibidem, p. 330
(14)  Ibidem, pp. 337-338
(15)  Ibidem, pp. 340-342
(16)  Ibidem, pp. 347-348
(17)  Ibidem, pp. 355-356

 

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Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 11/12

Il tempo di Elisabetta

La morte di Maria fu accompagnata dalla gioia dei protestanti che vedevano nella sua erede, Elisabetta, speranza per il loro credo: avevano idee generiche circa la sua fede personale ma erano consci del fatto che, sia per lignaggio che per educazione, gravitava nell’orbita del protestantesimo. Elisabetta, però, li fece attendere continuando ad andare a messa tutti i giorni e ordinando che nessuno molestasse gli osservanti o danneggiasse i luoghi sacri; questo rappresentò comunque già un passo avanti in quanto il primo obiettivo dei protestanti era quello di veder cessati i roghi ed allentata la morsa della repressione pertanto non si scagliarono contro le chiese e il clero, come si poteva supporre.(1)
L’incoronazione di Elisabetta avvenne il 15 gennaio 1559.(2) 

Fin dai primi momenti di regno, la regina dovette affrontare alcuni problemi di non poco conto: dei documenti, necessari ai negoziatori di pace al tavolo dei francesi, erano stati portati via dagli imbalsamatori che vi avevano avvolto il corpo della defunta sovrana. Questa perdita era drammatica poiché le trattative di pace rappresentavano l’unica difesa che gli inglesi avrebbero potuto utilizzare contro la minaccia incombente da parte della Francia. A peggiore la situazione vi era la Scozia che, da pochi anni, era diventata una roccaforte francese in quanto Maria Stuarda, succeduta al padre Giacomo V, aveva lasciato il paese per sposare l’erede al trono francese, il delfino Francesco. A detenere la reggenza in Scozia era la madre, Maria di Lorena, che si circondava di consiglieri ed armi francesi. Il motivo di tutto ciò era chiaro: Maria Stuarda, in quanto cugina di Elisabetta, rivendicava il trono inglese ed è superfluo dire che la Francia era disposta ad aiutarla nell’impresa per deporre una sovrana che ritenevano non solo bastarda ma anche eretica. Certo, l’Inghilterra avrebbe potuto trovare un appoggio nella Spagna di Filippo II ma questo avrebbe costretto il popolo inglese ad accettare il suo potere nel paese e ad essere pronto ad impegnarsi nelle guerre portate avanti dagli spagnoli oppure a vedere diventare l’Inghilterra il nuovo terreno di scontro tra Asburgo e Valois. Elisabetta e i suoi consiglieri -per lo più protestanti- decisero, dunque, di mostrate a Filippo, per la sua fraterna alleanza, quella gratitudine che sarebbe stata sufficiente a tenere a bada i francesi senza dover provvedere ad un intervento concreto del sovrano spagnolo.(3) 

Nonostante ciò, la questione più pressante rimase quella di carattere religioso. Per quanto i protestanti fossero una minoranza, la maggior parte di loro si concentrava a Londra e -se nei primi mesi di regno avevano rispettato la volontà della regina- nella primavera del 1559 la capitale fu deturpata in quanto la violenza contro la Chiesa di Maria era esplosa ovunque, come dimostrarono le vetrate delle chiese in frantumi, crocifissi sfregiati, altari rovinati e privi di ornamenti senza considerare le numerose ballate e libri di stampo anticattolico in circolazione ovunque.
Elisabetta aveva senza dubbio intenzione di ricondurre il paese verso il protestantesimo ma doveva muoversi con molta cautela poiché, dal momento in cui ciò sarebbe accaduto, il papa avrebbe potuto scomunicarla e questo avrebbe reso il paese bersaglio dei vari principi cattolici che si fossero dichiarati disposti ad invaderlo: in quel momento, l’Inghilterra non aveva un numero sufficiente né di soldati o capitani, né di armi, né di denaro per sopperire a queste mancanze.
Da subito la regina mostrò di che stoffa era fatta: mantenne il proprio ambasciatore a Roma e conservò la liturgia della messa, seppur con alterazioni minori, nella cappella privata, procrastinò la riforma papale evitando -per il momento- la scomunica e lasciò credere tanto a Enrico II di Francia quanto a Filippo II di Spagna di non attendere altro che il loro corteggiamento. Temporeggiando con l’uno e con l’altro, iniziò ad accumulare materiale bellico e adunare uomini, spendendo il meno possibile in altri settori per tentare di acquistare nuovamente credibilità agli occhi dei finanziatori di Anversa. Questo accadde nonostante il suo proposito, fin dall’inizio, fosse quello di puntare non alla guerra bensì alla pace (anche se la pace equivaleva alla rinuncia di Calais). Ed infatti, si arrivò ad un accordo con i francesi. Ciò le consentì di dedicarsi alla questione religiosa e, alla fine di aprile, furono promulgati l’Act of supremacy e l’Act of uniformity, ella si dichiarò capo della Chiesa d’Inghilterra e provvide a reintrodurre il secondo libro di preghiere di re Edoardo. Da quel momento, partecipare alla messa diventava un reato punibile con la reclusione o l’ergastolo (in caso di recidiva).(4)

Nel luglio 1559 Enrico II di Francia morì e il suo decesso rese più temibile una possibile invasione francese all’Inghilterra passando dalla Scozia. Questo perché al trono era salito Francesco II, marito di Maria Stuarda, ma la reggenza restava nelle mani degli zii di quest’ultima, il cardinale di Lorena e il duca di Guisa. A reagire contro il governo filo-francese insediatosi in Scozia furono i protestanti scozzesi che mossero un’opposizione alla Chiesa cattolica nel paese. A sostenerli furono i nobili, che avevano visto diminuire sempre più il loro potere, i quali fecero delle rimostranze politiche e religiose un tutt’uno e si unirono al clero protestante nella “Congregazione”, un organismo che aveva il compito di riformare chiesa e governo, ma fin dai primi scontri con le forze regie si evidenziò la debolezza dei ribelli (nonostante i finanziamenti clandestini dei vicini inglesi). Per quanto la campagna fu anti-economica si raggiunsero buoni risultati da un punto di vista diplomatico, facilitati dalla morte della reggente di Scozia e da una cospirazione che allentò il potere dei francesi in quell’area, in quanto con il Trattato di Edimburgo si eliminò il pericolo di un’invasione dal nord. Questo fu dovuto anche al fatto che, nel 1561, Francesco II di Francia era morto e Maria Stuarda tornò nel proprio paese, difficile da governare per l’ostilità dei protestanti per cui si rese necessario l’appoggio della cugina, Elisabetta.(5)
Ella, nel 1562, decise di appoggiare la causa protestante francese così come aveva fatto con quella scozzese ma questo avvenne solo dopo che la reggente di Francia, Caterina de’ Medici, aveva rifiutato le offerte di mediazione avanzate dalla sovrana inglese che, appunto, reagì ordinando ai propri diplomatici di negoziare un trattato segreto con i protestanti: in cambio del loro sostegno economico e militare, gli ugonotti si impegnavano a restituire Calais non appena la corona francese l’avesse persa.(6) 

Ovviamente i cattolici non si rassegnarono alla politica religiosa adottata dalla nuova regina e la loro reazione sfociò -ancora una volta- in violenza. Uno degli eventi più tragici si ebbe nel 1569 quando, nella cattedrale di Durham, venne rovesciato e danneggiato l’altare eucaristico, vennero bruciati i messali protestanti e la Bibbia inglese ed eliminato ogni simbolo della devozione anglicana riportando la cattedrale a quel che era stata in origine, una chiesa cattolica.
Nel nord la ribellione stava già germogliando da tempo ma l’arrivo di Maria Stuarda, rifugiatasi in Inghilterra permar sfuggire agli ostili sudditi, aveva dato nuove forze ai cattolici insoddisfatti; se fosse esplosa, Elisabetta si sarebbe trovata in grave difficoltà in quanto non aveva forze esperte e preparate da far scendere in campo ma, grazie alla sua tempestività nell’affrontare il problema, i cospiratori furono scovati nel settembre 1569 e indeboliti. Eppure, l’apice della crisi venne raggiunto proprio in seguito all’assalto alla cattedrale di Durham: moltissimi cattolici, in tante città, si recarono dinanzi a preti cattolici per essere assolti da quella scomunica che avevano attirato su di sé conformandosi al protestantesimo ufficiale, anche se -a dire il vero- pare che molti di questi furono indotti a ciò dai cattolici ribelli che irrompevano nelle città, i quali li convinsero o minacciandoli o corrompendoli.(7) Inoltre, ad essi parteciparono anche alcuni consiglieri della regina che tentarono di raccogliere il maggior numero possibile di sostenitori facendo credere che stessero combattendo per la regina stessa. Una volta identificati, i responsabili si rimisero alla volontà di Elisabetta chiedendo il suo perdono: ella, per far capire quale fosse il suo potere, ordinò di uccidere un certo numero di ribelli appartenenti agli strati più umili della società.(8) La ribellione cattolica era tanto più preoccupante dal momento che l’Inghilterra avrebbe dovuto prestare particolare attenzione nei confronti dei paesi cattolici, tentando di prevedere -se non annullare- possibili mosse a suo sfavore. Nel frattempo, Elisabetta aveva provveduto a imprigionare la cugina, Maria Stuarda.
A peggiorare la situazione contribuirono i problemi insiti nel governo inglese: i consiglieri ritenevano che una donna non fosse degna della sovranità e, ad aumentare il loro turbamento e i loro fastidi, fecero la loro parte anche le mancate nozze della regina che, dopo dieci anni di regno, ancora non si era decisa a scegliere un marito che le avrebbe consentito di dare alla luce l’erede tanto atteso.
Ad accelerare l’urgenza dell’arrivo di un erede fu innanzi tutto la paura in politica estera dovuta al fatto che in Francia la fazione cattolica dei Guisa iniziava a riprendere potere ed al fatto che la Spagna aveva condotto diecimila fanti -al comando del duca di Alva– sul piede di guerra nelle Fiandre (di fronte a Dover, a due giorni di navigazione da Londra).(9)Quest’ultimo fatto, tuttavia, non avrebbe rappresentato un problema finchè l’alleanza tra l’Inghilterra e la Spagna non si fosse incrinata, cosa che ovviamente accadde all’inizio del 1569.(10) Un secondo fattore rendeva sempre più sentita la necessità di un erede: la salute cagionevole di Elisabetta che, più di una volta, aveva fatto temere la morte. Il Parlamento tentò di mettere alla stretta la regina con l’unica arma che aveva a disposizione: quella finanziaria, poiché ella doveva far riferimento a Lord e Comuni per le proprie spese straordinarie. L’ira di Elisabetta, che in ciò ben ricordava il padre, si scagliò sui membri del consiglio e lasciò adirata la sala per poi riunire una delegazione di entrambe le Camere per dimostrare come la loro preoccupazione circa la scelta di un erede fosse una pura e presuntuosa intromissione in un discorso che non era facile da affrontare e dopo aver dichiarato – per l’ennesima volta- la sua determinazione a sposarsi terminò la discussione.(11)

 

 

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(1) Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, p. 140
(2) Ibidem, p. 148
(3) Ibidem, p. 141-142
(4) Ibidem, pp. 154-156
(5) Ibidem, pp. 166-168
(6) Ibidem, p. 171
(7) Ibidem, pp. 197-199
(8) Ibidem, pp. 205-211
(9) Ibidem, pp. 200-203
(10) Per conoscere i motivi che portarono alla discordia si veda Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 203-204
(11) Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 213-216 Per conoscere quale fondo di verità ci fosse dietro questa affermazione si veda Erickson C., Elisabetta I, Cles, Mondadori, 1999, pp. 217-223

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Francesco Guccini e il Che


Francesco Guccini
dedica due canzoni (Stagioni e Canzone per il Che) anche alla figura di Ernesto “Che” Guevara, il medico argentino più noto come rivoluzionario che aderì al Movimento del 26 luglio e che in seguito al successo della rivoluzione cubana, assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo solo a Fidel Castro.

Il testo di Stagioni” ( in “Stagioni“, 2000) venne scritto in due momenti diversi: alcuni versi vennero scritti proprio nel giorno della morte di Guevara, poi lasciati da parte fino a quando, qualche anno fa, Guccini vedendo molti ragazzi con la maglietta del Che fece sentire quei pochi versi composti. L’entusiasmo della gente lo portò a completare il testo.

La canzone inizia descrivendo l’effetto che ha suscitato la notizia della morte del Che: la sua morte rappresenta la fine della speranza di poter vivere in un mondo più corretto, migliore rispetto a quello che si era fino allora vissuto. Allo stesso tempo però vi è la convinzione che per quanto la persona di Ernesto “Che” Guevara sia morto, il pensiero di cui lui si era fatto portatore non muore ma sopravvive nell’anima di chi resta. Proprio per questo col passare degli anni, l’Ideale sopravvive e chi vi crede cerca di portarlo avanti (Guccini si riferisce al ’68 e agli “anni fatati di miti cantati e di contestazioni”) ma dopo troppe “illusioni mangiate” l’Ideale si indebolisce in molte persone che vi credevano (“i compagni di un giorno o partiti o venduti sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti…”). Guccini quindi esprime il desiderio, condiviso con tutte le persone per le quali quell’Ideale è ancora vivo, che il pensiero “del Che” torni ad emergere con la certezza che, prima o poi, un nuovo “Che” comparirà.

Questa canzone, come scrive Valentina Pattavina in “Francesco Guccini – Stagioni”  riportando un’affermazione di Nanni Moretti, non parla solo di “Che” Guevara, ma della perdita dei valori di una generazione oggi alla ricerca di qualcuno che dica una cosa di sinistra.

Canzone per il Che  (in “Ritratti“, 2004) invece non è il frutto di un lavoro del cantautore ma di Manuel Vàzquez Montalbàn che in seguito alla morte di Ernesto Guevara prese i suoi scritti e, ispirandosi a questi, scrisse un poema. Il chitarrista di Guccini ha letto il testo e ne ha composto la musica; il tutto apprezzato molto da Guccini stesso è stato tradotto in italiano ed è diventatoCanzone per il Che.

Questo testo è particolarmente interessante per il messaggio di fiducia che trasmette e in base a cui si ritiene che un popolo sia in grado di liberarsi dai regimi dittatoriali e da tutte le imposizioni, nonostante il raggiungimento di questo obiettivo conduca a grandi sacrifici; a tal proposito è importante la descrizione che Guevara dà del rivoluzionario: “il rivoluzionario quando è vero è guidato da un grande sentimento d’amore, ha dei figli che non riescono a chiamarlo, mogli che fan parte di quel sacrificio, suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

Un’altra nota che colpisce in questo testo sono le ultime righe della canzone, tratte da alcune delle ultime lettere che scrisse, ai propri genitori e a Fidel Castro; ai primi dice di essere pronto alla morte che, per quanto non cercata era stata prevista (“Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo; non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo. “) a Fidel dice semplicemente di esser giunto all’atto conclusivo della sua storia (“Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo; sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.”): colpiscono semplicemente per la lucidità e quasi freddezza con cui Ernesto “Che” Guevara accetta la morte.

Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 10/12

Ascesa al trono di Maria Tudor

Il 10 luglio, Jane Grey fu accompagnata alla Torre nell’appartamento reale dove sarebbe dovuta restare fino al momento dell’incoronazione. Ciò che ci si attendeva da lei, in quanto regina, era che nominasse re il marito Guilford Dudley(1), figlio di quel Dudley che era diventano lord Protettore nel regno di Edoardo VI.

La sera dell’incoronazione di Jane Grey, venne recapitato ai consiglieri una sorta di proclama con cui Maria rivendicava il proprio diritto al trono; il giorno dopo vennero informati del fatto che molti gentiluomini e aristocratici erano in viaggio con l’intenzione di recarsi dalla principessa per sostenerla: ella, nel frattempo, aveva già raccolto sotto il suo vessillo un grande numero di comuni cittadini. Dal momento che Jane era salita al trono secondo quella che era la volontà di Edoardo, il comportamento di Maria veniva considerato come quello di una ribelle e si decise di inviare rinforzi, al comando di Dudley, per placare la sommossa che stava nascendo.(2) I membri del consiglio, timorosi di quel che sarebbe potuto accadere se Maria non fosse stata sconfitta, il 18 luglio decisero di schierarsi contro Dudley e di offrire una ricompensa a chi l’avesse catturato; il giorno successivo proclamarono Maria regina d’Inghilterra. Dudley si arrese senza combattere e i suoi principali complici decisero di consegnarsi alla nuova regina per chiedere il suo perdono.

Maria arrivò a Londra solo il 3 agosto, perché aveva aspettato che tutti i ribelli fossero catturati, e qui fu accolta da una folla festante e gioiosa.(3)

All’inizio, le sue dichiarazioni in materia religiosa si dimostrarono tolleranti e di grande flessibilità: affermò che il suo obiettivo era quello di garantire che chiunque volesse andare a messa fosse libero di farlo, offrendo la possibilità di avere dinanzi predicatori onesti, colti e virtuosi, e che non intendeva piegare le coscienze altrui. Col primo annuncio ufficiale, reso noto il 12 agosto, ella decise che -fino a quando il Parlamento non l’avesse aiutata a stabilire le opportune innovazioni- era concessa ai sudditi la libertà di culto.(4)

Due giorni prima di lasciare la Torre, Maria convocò i consiglieri e -dopo un breve discorso sugli eventi che l’avevano portata al trono e dopo aver esposto le sue idee circa i doveri dei sovrani- li informò della sua intenzione di svolgere la missione destinatale dalla divina volontà a gloria di Dio e a beneficio dei sudditi e li invitò ad essere fedeli a lei fino alla morte, così come avevano promesso nel giuramento fatto al momento della loro nomina a consiglieri; infine, aveva ricordato i loro obblighi.(5)

Un problema di carattere religioso era quello riguardante la denominazione di “capo supremo della Chiesa”, che faceva parte dei titoli ufficiali dei sovrani inglesi a partire da quello di Enrico VIII, e che implicava la negazione della supremazia del pontefice romano. Maria si rifiutò di usare tale denominazione e, per sopperire al problema, prese a sostituire il titolo con la parola “et cetera”.(6) A partire dal 20 dicembre di quell’anno ella decise di rendere illegale la celebrazione dei riti non in uso al momento della morte del padre e, poco tempo dopo, si procedette a revocare tutti gli statuti di Edoardo in favore del credo protestante, ma non era stato toccato il principio secondo cui la supremazia sulla Chiesa inglese spettava al sovrano e non al pontefice di Roma. Per il momento, ulteriori passi verso un ritorno al cattolicesimo non si resero possibili e già vi furono scoppi di violenza contro i sacerdoti che celebravano la messa.(7) La rivolta assunse maggior rilevanza nel momento in cui si dichiarò che la regina aveva giurato di sposare il figlio dell’imperatore, Filippo di Spagna. Infatti, dal momento in cui Maria era salita al trono, Carlo V aveva iniziato a sperare di poter combinare un matrimonio tra lei e suo figlio Filippo(8). Quest’idea, accolta con favore dalla stessa regina, non venne interpretata allo stesso modo dagli inglesi, che iniziarono ad interrogarsi circa gli esiti che un matrimonio del genere avrebbe potuto portare nel governo del paese. Dopo considerevoli difficoltà, i disordini vennero repressi e punizioni terribili colpirono quanti si erano resi responsabili di tradimento e di quanti li avevano sostenuti.(9)

Il 25 luglio 1554 nella cattedrale di Winchester venne celebrato il matrimonio tra Maria e Filippo d’Asburgo(10)

Già due mesi dopo arrivò la notizia della probabile gravidanza della regina: ella interpretò l’evento come il culmine di quel destino affidatole da Dio dal momento che avrebbe partorito un erede fedele alla Chiesa cattolica che avrebbe consentito la sopravvivenza dei cambiamenti da lei effettuati in campo religioso. Inoltre, la gravidanza di Maria aveva avuto il merito di placare l’ostilità tra inglesi e spagnoli, che mal sopportavano di vivere a contatto nella stessa corte, e del popolo in generale che non aveva ancora superato la decisione della regina di sposare Filippo.(11)

Per quel che riguarda la riconciliazione con la Chiesa di Roma, il 20 novembre di quell’anno arrivò nel paese il cardinale Reginald Pole(12), dopo essere stato nominato da Giulio III legato pontificio.
La sua influenza su Maria, tuttavia, fu dannosa: minimizzava l’autorevolezza della regina e la riteneva debole e incapace; questo perchè non aveva mai avuto occasione di ammirare Maria in occasione dei suoi discorsi, dai quali trapelava fermezza e abilità politica. Inoltre, egli riteneva che la situazione inglese e quella italiana non fossero molto diverse e non aveva capito quanto, nel corso del regno di Enrico VIII e di Edoardo VI, fosse cambiato il popolo inglese che era stato profondamente influenzato dal protestantesimo. Questo motivo rendeva particolarmente difficile la restaurazione cattolica in quel paese, fine da lui espresso nella riunione con i membri del Parlamento il 28 novembre che, due giorni dopo, presentarono una richiesta ufficiale di riunificazione con Roma. A dicembre, il Parlamento approvò una legge che riguardava la restaurazione ufficiale della vecchia religione e, in seguito, furono abrogati tutti gli atti parlamentari che disconoscevano la supremazia spirituale del pontefice sull’Inghilterra; questo portò all’assoluzione del paese da ogni errore scismatico. Da un punto di vista politico la questione fu più complessa perché chi aveva ricevuto vantaggi materiali dalla dissoluzione della Chiesa in Inghilterra, ottenendo proprietà, si era dichiarato disposto a riabbracciare la fede cattolica a patto di poter conservare quei privilegi ottenuti, anche se nessuno si proclamò contrario ai diritti spirituali della Chiesa.(13)

Com’è facilmente intuibile, tali provvedimenti provocarono la reazione dei protestanti che, per quanto fossero una minoranza all’interno del paese, rappresentavano una minoranza alquanto legata alle sette che, nel corso degli anni, erano nate all’interno del paese; per forza di cose l’opposizione religiosa si univa a quella politica. L’opposizione protestante si sviluppò in varie forme: chi si riuniva in luoghi vari per praticare riti dettati da una guida spirituale, chi si autoproclamava “capo religioso” raccogliendo accanto a sé un gran numero di seguaci, chi attaccava violentemente clero, regina e cattolici in genere. Tutte queste forme di violenza si erano acuite notevolmente dal momento in cui, dopo l’arrivo in Inghilterra di Filippo, si era proclamato il ritorno alla supremazia papale, la ricostruzione di tutti i monasteri, la restituzione delle proprietà ecclesiastiche al clero e si era garantito che quelle persone che erano state danneggiate nel corso del regno di Enrico VIII e di Edoardo sarebbero state reintegrate nei loro diritti o uffici. Di non minore importanza e pericolosità erano quei gruppi che si trovavano all’estero, dove avevano creato proprie congregazioni e dove erano liberi di continuare nella loro campagna propagandista contro la regina dal momento che erano al di fuori della portata delle leggi inglesi. Le critiche che giungevano dall’estero, a cui si aggiungeva tutto il resto, portarono il governo alla decisione di adottare un comportamento diverso nei confronti degli eretici protestanti, che potevano essere processati come tali, in maniera del tutto legale, poiché recentemente erano stati ripristinati gli statuti medievali relativi al reato di tradimento.(14)

Il malcontento degli inglesi aumentò quando si scoprì che, in realtà, Maria non era mai stata incinta, malcontento che può essere capito se si spiega che in un primo momento venne diffusa la voce di un parto della regina che in realtà non aveva avuto luogo, poi si addusse più di una volta ad un calcolò errato e si postdatò il giorno del lieto evento. L’inganno ovviamente non fu voluto, poiché Maria presentava molti sintomi che potevano indurre a pensare ad una gravidanza: secondo un’ipotesi addotta da esperti del XX secolo, Maria soffriva di cisti ovarica che le provocava sia l’amenorrea che il rigonfiamento addominale; anche in caso di un normale concepimento, la cisti ovarica non avrebbe consentito uno svolgimento normale della gravidanza.(15)

Un problema decisamente di maggior rilievo era dovuto dalle preoccupazioni dei campagnoli circa il prezzo del grano e della birra, l’allagamento dei campi che aveva provocato il marcire delle messi, la morte di molti animali che non avevano retto alla mancanza di erba e fieno. Insomma, nell’estate del 1555 il paese fu sconvolto da una carestia che minò profondamente l’esistenza e la tolleranza degli inglesi.(16)
Nel frattempo assunse sempre maggiore consistenza la reazione protestante che ebbe come risposta una serie di condanne al rogo.(17) Un’altra risposta si ebbe nella restaurazione del monastero di Greenwich, cui Maria era legata da motivi personali e di cui intendeva fare il “vivaio” per la rinascita del monachesimo inglese.(18)

Il malumore popolare aumentò quando si diffusero voci circa l’incoronazione e re di Filippo che, in realtà, Maria non aveva intenzione di concedere e sfociò nella produzione di libelli e ballate che intendevano danneggiare la reputazione della regina.(19) Eppure, tanto Maria era intransigente e irremovibile sulla posizione da assumere nei confronti di eretici e protestanti, tanto era devota praticamente nell’offrire sostegno ai più bisognosi.(20)

Ad accrescere le difficoltà della regina d’Inghilterra contribuì l’ascesa al soglio pontificio di Paolo IV, avvenuta nel 1555. Il nuovo papa si era posto due obiettivi: quello di annientare gli eretici e quello di combattere Filippo II. I motivi di questa sua seconda scelta erano molteplici: da giovane aveva assistito all’invasione di Napoli da parte delle truppe di Ferdinando d’Aragona che aveva sostituito il governo dei francesi con quello dei malvisti spagnoli, da adulto era stato testimone dell’arrivo delle truppe di Carlo V che avevano conquistato Milano e saccheggiato Roma, infine Filippo aveva segretamente tentato di minare la sua elezione e la verità era venuta a galla poco tempo dopo. Il suo intento era quello di realizzare una coalizione militare abbastanza forte da scacciare gli spagnoli dal regno di Napoli e trovò un possibile alleato nei francesi. Grazie alle intese diplomatiche seguite al matrimonio con Maria, Filippo riuscì a stipulare una pace con Enrico II e questo rese impossibile un attacco da parte del papa ma, nel caso in cui uno dei due paesi avesse provocato l’altro, Maria si sarebbe trovata coinvolta in un conflitto nel corso del quale avrebbe dovuto schierarsi a fianco del marito e contrastare l’amata Chiesa.(21)

Per quanto Maria stesse facendo del proprio meglio per ricostruire la Chiesa all’interno del suo paese, i sudditi non stavano affatto riabbracciando quel cattolicesimo a cui erano stati legati nel periodo della sua infanzia, anche per il suo eccessivo zelo nel difendere la fede cristiana che aveva scioccato profondamente l’intera popolazione. Aumentavano le critiche rivolte alla sovrana, accusata di aver tradito ed ingannato non solo il popolo ma anche il regno, perché si riteneva ella provasse un amore maggiore per un altro regno, ovvero la Spagna a cui lei era legata per via della madre ed anche del marito.(22)

Intanto, il papa aveva deciso di reagire e contrastare a suo modo Filippo ed aveva imprigionato numerosi ministri imperiali a Castel Sant’Angelo. Sotto la minaccia di un attacco alla città, i romani si organizzarono per resistervi ancora sconvolti dalla distruzione commessa dalle truppe di Carlo V trent’anni prima. Ad appoggiare il papa contribuì il rinnovato accordo con i francesi, cosa che lo fece sentire più forte tanto che decise di scomunicare Filippo, che godeva dell’appoggio -politico e finanziario- della moglie, anche se questo la portò a mettersi contro l’intero Consiglio.(23)

Al momento della morte della regina, avvenuta il 17 novembre 1558(24), il conflitto -che si prolungava da anni- era ancora aperto.

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(1)Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007,  p. 307
(2)  Ibidem, p. 308
(3) Ibidem, pp. 311-314
(4)  Ibidem, p. 327
(5)  Ibidem , p. 335
(6)  Ibidem , p. 355
(7)  Ibidem, p. 360
(8)  Per informazioni sulla figura di Filippo si veda Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 345-346
(9)  Ibidem, p. 374
(10)  Ibidem, p. 391
(11)  Ibidem, p. 401
(12)  Per un breve quadro di questo personaggio si veda Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 405-406
(13)  Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 406-408
(14)  Ibidem, pp. 412-414
(15)  Ibidem, pp. 427-428
(16) Ibidem, p. 436
(17)  Ibidem,,p. 434 e pp.462-466
(18)  Ibidem, 2007, p. 440
(19)  Ibidem, 2007, p. 446
(20)  Ibidem, pp. 451-454
(21)  Ibidem, pp.457-460
(22)  Ibidem, pp. 466-467
(23)  Ibidem, pp. 468-472 e 477
(24)  Ibidem, pp. 494-495

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Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 9/12

La religione nel regno di Edoardo VI

 Il nuovo re d’Inghilterra divenne Edoardo VI(1) che, nel 1547, aveva solo nove anni. Per quel che riguarda la sua educazione, ci limitiamo ad accennare quanto riguarda l’ambito religioso: era un esemplare figlio della Riforma, credeva nell’ibrida ortodossia in vigore alla corte di Enrico, aveva sempre assistito a funzioni sacre recitate in inglese, era quindi cresciuto senza il peso di quella nostalgia per la vecchia Chiesa e per la emessa in latino che aveva angustiato la generazione dei suoi genitori.(2)

Nel momento in cui salì al trono, Edoardo si trovò coadiuvato da sedici consiglieri -indicati da Enrico nel suo testamento-, dei quali i due principali erano Edward Seymour, duca di Somerset, e William Paget che, da subito, avevano preso in mano le redini del governo.

Il giorno prima dell’incoronazione Edoardo fu salutato come un “giovane re Salomone”, capace di continuare la nobile opera paterna di restaurazione della “verità antica” e di soppressione di ogni “rito pagano e detestabile idolatria”,(3) con un chiaro riferimento alla fede religiosa del nuovo re. Egli, che era sempre stato molto legato alla sorella Maria, si trovò allontanato da lei perché -a detta del Consiglio privato e del Lord protettore, il duca di Somerset- rappresentava un pericolo diplomatico e religioso, per via della sua dichiarata -e mai messa in dubbio- adesione al cattolicesimo che avrebbe rischiato di incoraggiare la resistenza dei cattolici che non erano mai riusciti ad accettare le imposizioni del precedente sovrano.

Da subito, su incoraggiamento di Edward Seymour, il parlamento aveva iniziato ad abrogare molte di quelle leggi e misure politiche adottate nel corso del regno di Enrico VIII: vennero riviste le leggi sul tradimento, che avevano reso possibile il dispostismo di Enrico, e vennero adottate altre misure. Il risultato cui portarono fu un rigurgito di anticlericalismo: gli odi per le ricchezze ecclesiastiche e i relativi privilegi esplosero con una furia devastante. In questo periodo furono cancellate le pratiche del digiuno quaresimale e delle penitenze, si dichiarò che il Purgatorio era una fantasia dei preti e si affermò il carattere superfluo del battesimo. Inoltre, vennero depredati chiese e monasteri -del resto già in rovina- fino ad arrivare alla scomparse di ogni immagine sacra; la violenza si riversò anche nelle strade e negli edifici pubblici assalendo gli ecclesiastici e sparando addosso ai fedeli che si recavano in chiesa.

Quest’esplosione di anticlericalismo portò ad attuare un rinnovamento in campo dottrinale attraverso la condanna delle opere buone ai fini della salvezza, per la quale si riteneva utile solamente la fede, stabilendo restrizioni sulla stampa e sulla lettura della Bibbia, e si sostituì la messa romana con un servizio eucaristico inglese, introdotto a partire dal 1548.

All’ostacolo rappresentato da Maria se ne aggiungeva un altro di non minore importanza: era chiaro che ogni ulteriore avvicinamento dell’Inghilterra al luteranesimo non faceva altro che suscitare la disapprovazione dell’imperatore e creare motivi di tensione con lui che, proprio in quel periodo, aveva ottenuto significative vittorie sui protestanti tedeschi. Questo problema si intrecciava comunque con quella della principessa Maria in quanto avevano già iniziato a girar voci circa una possibile dichiarazione di guerra da parte di Carlo V col pretesto di affermare la legittimità al trono della cugina. Ella, infatti, era stata dichiarata erede legittima di Edoardo -nel caso in cui questi fosse morto senza un erede- nelle volontà testamentarie del padre, cosa che avrebbe potuto dar luogo a cospirazioni o complotti politici.

Si decise di lasciare che Maria praticasse la fede desiderata, almeno fino a quando lo si fosse ritenuto opportuno e, probabilmente, meno dannoso che impedirglielo.(4)

 

Due anni dopo l’ascesa al trono di Edoardo, tra la primavera e l’estate del 1549, la popolazione inglese attuò una protesta contro il governo. Ricordiamo, in particolare, che in Cornovaglia i malumori scoppiarono nel momento in cui il governo ordinò che a, partire dal giorno di Pentecoste, si sostituisse la messa in latino con il nuovo servizio eucaristico in inglese. Oltre a protestare per le modifiche introdotte in campo religioso, i ribelli chiedevano anche che si risolvesse la carenza di cibo e il rialzo dei prezzi. Ribadiamo, però, che ciò che più premeva loro erano interventi di carattere religioso: rivolgevano la vecchia messa romana, le vecchie statue, le vecchia immagine di Cristo, della Madonna e dei santi, il ripristino dei sette sacramenti, delle litanie, dei vespri, delle benedizioni, ecc. La rivolta venne repressa in agosto. Nonostante le chiare espressioni di insoddisfazione nei confronti dell’operato del governo, esso non fece altro che svalutare il prezzo della moneta con il conseguente aumento nei prezzi; ed era la seconda volta che ciò accadeva nel giro di pochi anni.(5)

Con questi eventi ebbe fine l’autorevolezza del Protettore che aveva dimostrato di non essere in grado di mantenere l’ordine e si era attirato l’odio di colleghi e cortigiani così il consiglio decise all’unanimità di deporlo dalla sua carica e a rivestire la carica da lui ricoperta fu Dudley.(6)

Per l’intera durata del regno di Edoardo, il re fu in contrasto con la sorella Maria per le questioni inerenti la religione. Se in un primo momento, egli aveva concesso alla sorella di praticare in privato il culto che avesse preferito, col passare del tempo l’accondiscendenza del fratello (o meglio, del Consiglio privato) si indebolì sempre più fino a quando, non riuscendo a far desistere Maria dalle proprie convinzioni, le si impedì anche di professare il proprio culto in privato. Ella riuscì, nonostante il divieto, a far celebrare la messa nella propria dimora secondo il culto cattolico, in maniera del tutto segreta.(7) Il forte dissapore con il fratello, indusse Edoardo -in punto di morte- a modificare la linea di successione nominando eredi al trono, per primi, i figli di Frances Brandon, cugina del re, poi, in mancanza di loro discendenti maschi, i figli delle tre figlie di Frances e, infine, i figli di Margaret Clifford, nipote di Charles Brandon e Maria Tudor. Il motivo per cui ciò accadde fu probabilmente dovuto al cambiamento maturato nel carattere di Edoardo, nel momento in cui fu posto sotto la tutela di Dudley; infatti, a partire da quel momento, si irrigidì ancor più la sua avversione verso la vecchia fede, tanto da non tollerare l’idea di una regina cattolica sul trono d’Inghilterra. Invece, l’esclusione di Elisabetta dalla successione, che aveva aderito alla nuova religione, può essere dovuta al fatto che Edoardo, comunque, reputava intollerabile che una donna fosse alla guida di un regno.(8)

Il giovane e debole re concluse il suo breve regno il 6 luglio 1553, devastato dalla tubercolosi che lo stava affiggendo.(9)

 

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(1)Per un breve ritratto del giovane re si rimanda a Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 245-249
(2)  Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, p. 246
(3)  Ibidem, p. 248
(4)  Ibidem, pp. 249-252
(5)  Ibidem, pp. 256-258
(6)  Ibidem, p.264 e pp. 267-268
(7)  Per informazioni approfondite si rimanda a Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 281-295
(8)  Ibidem, p. 299
(9)  Ibidem, p. 297 e p. 301

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Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 8/12

L’ultima guerra di Enrico VIII
Subito dopo il matrimonio con Caterina Parr, Enrico si apprestava a prepararsi per la sua ultima guerra. Infatti, dopo il 1540 il conflitto che opponeva Carlo V a Francesco I si era aggravato poiché i francesi avevano stretto accordi con i turchi dimostrando la loro indifferenza per la sicurezza del mondo cristiano (che Francesco I e Carlo V avevano giurato di garantire, ad Aigues-Mortes nel 1538) e minacciava l’impero asburgico su tutti i fronti. Nel 1542 il re francese aveva mosso guerra a Carlo V e quest’ultimo, temendo un’alleanza anglo-francese, aveva cercato di rabbonire lo zio Enrico VIII ed in poco tempo era giunto con lui ad un accordo.(1) Enrico era pronto a scendere in guerra ed i recenti successi ottenuti in Scozia(2) avevano infuso in lui un rinnovato desiderio di gloria militare.

Enrico VIII entrò in territorio francese il 25 luglio 1544 ma il suo esercito era già entrato in azione stringendo d’assedio Boulogne ed assediando Montreuil.(3) Queste manovre dell’esercito inglese di discostavano, però, da quanto concordato con l’imperatore nel momento in cui si era dichiarato obiettivo finale dell’impresa la città di Parigi. Dopo che il castello di Boulogne fu gravemente danneggiato. I francesi tentarono di negoziare un pace con gli inglesi ma Enrico oppose un netto rifiuto perché per nulla al mondo avrebbe tradito il suo onore.(4) Mentre Enrico raggiungeva un successo dopo l’altro, arrivò l’inaspettata notizia che Carlo V aveva stipulato una pace con i francesi.(5) Trovandosi privo dell’appoggio del suo alleato e peggiorando di giorno in giorno le condizioni del suo esercito, ad Enrico non restò altro da fare che rientrare in patria, senza esser stato sconfitto, certo, ma anche senza aver ottenuto una vittoria decisiva.(6)

Tuttavia, Inghilterra e Francia rimasero in guerra ed i francesi tentarono di recuperare quello che avevano perso nei mesi appena trascorsi. Questo fu possibile anche a causa del fatto che il duca di Norfolk non aveva rispettato gli ordini del sovrano, lasciando indifesa Boulogne che venne ben presto attaccata dai francesi, i quali compirono anche una tremenda strage a Besse-Boulogne. Carlo V da alleato iniziò a mutarsi nuovamente in nemico e si rifiutò di accorrere in soccorso dello zio quando sembrava che all’orizzonte stesse per profilarsi un’invasione francese. L’invasione fu tentata ma le navi francesi avevano troppo timore nei confronti dell’artiglieria francese per affrontarla e gli scontri che si verificarono non furono di grande entità.
Da questa guerra, l’Inghilterra uscì fortemente indebolita sul piano economico e per evitare la bancarotta si dovette ricorrere alla svalutazione della moneta, cosa che comportò un rincaro dei prezzi.(7) Ciò esasperò i sudditi inglesi che erano particolarmente provati da quei quarant’anni di regno in cui si erano succedute una serie impressionante di esecuzioni, mentre matrimoni prima presentati come sacri ed inviolabili poi -più o meno facilmente- erano dichiarati invalidi; a tutto ciò si aggiungeva la preoccupazione per la salute cagionevole dell’erede al trono ma, soprattutto, ciò che attirò al re l’odio dei suoi sudditi fu l’aver tentato di modificare la loro fede. Allo scardinamento della fede tradizionale non aveva fatto seguito una dottrina salda e coerente e le prescrizioni in materia di fede si contraddicevano l’una con l’altra.(8) Gli inglesi non parlavano più del loro sovrano come di Enrico “il Grande” ma di “Il vecchio” Enrico, il cui regno terminò il 28 gennaio 1547.

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1)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 290
2)Per la conoscenza degli eventi scozzesi si rimanda a Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 290-291
3)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 296
4)  Ibidem,, p. 298
5)  Ibidem , p. 301
6)Per una conoscenza maggiore dei fatti che qui ci siamo limitati a citare si rimanda a Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 290-301
7)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 303-305
8)Per informazioni ulteriori si veda Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 305-308

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Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 7/12

La fine di Anna Bolena

Ormai tutti temevano l’ira di Enrico VIII, ira che finì per colpire anche la donna che aveva amato intensamente e per la quale aveva messo in discussione il proprio matrimonio, nonostante ciò avvenne anche per la necessità di generare un figlio maschio. Fu proprio questa necessità, ancora una volta, a generare la crisi dopo una serie di aborti da parte di Anna, l’ultimo dei quali sembrava proprio aver causato la perdita di un figlio maschio.

Ad accentuare la crisi contribuì anche il fallimento dei negoziati che avrebbero dovuto portare al fidanzamento di Elisabetta con un principe francese per via dei dubbi sulla sua legittimità poiché, al di fuori dell’Inghilterra la sentenza di annullamento di Cranmer non era riconosciuta da tutti.

A far degenerare la situazione fu proprio l’ultimo aborto di Anna, cui abbiamo accennato, seguito ad un incidente occorso ad Enrico nel corso delle consuete giostre e tornei.

Contrariamente all’ascesa di Anna che era stata lenta, faticosa e mai reale, la sua caduta fu tanto rapida quanto drammatica: si riunì una commissione che aveva il compito di raccogliere prove che la condannassero per tradimento ed, infatti, fu accusata di adulterio con cinque uomini. Tra il 17 e il 19 maggio 1536 vennero uccisi i presunti amanti della regina e la regina stessa, decapitata. In pochi mesi Enrico aveva definitivamente perso le due donne che erano state sue mogli: pochi mesi prima anche Caterina era morta, di morte naturale pur se fra mille sofferenze, torti e disagi.(1)

L’atteso erede

Il giorno della morte di Anna, Enrico dichiarò di non avere la minima intenzione di pensare al matrimonio. Il giorno dopo smentì quanto dichiarato rendendo ufficiale il suo fidanzamento con Jane Seymour, a cui stava pensando già da tempo, ma -finchè Anna Bolena fu in vita- la donna aveva rifiutato le attenzioni del sovrano. Ad accrescere l’attrazione del re per lei, contribuì il fatto che la famiglia dalla quale proveniva si era dimostrata, nel tempo, molto prolifica e questo portava Enrico a pensare che Jane avrebbe potuto finalmente dargli l’atteso erede.(2)

Il 30 maggio vennero celebrate le nozze, dopo aver ricevuto una dispensa papale che rendeva possibile l’unione.(3)

Questo nuovo legame mutò le condizioni della successione dinastica: Elisabetta venne disconosciuta e Maria fu dichiarata illegittima. Poco tempo dopo queste decisioni di Enrico, l’unico figlio maschio che aveva avuto, Henry Fitzroy, morì e questo rendeva l’Inghilterra priva di un erede al trono.(4)

Circa un anno dopo la situazione si risolse felicemente con la nascita di Edoardo ma a questa gioia si accompagnò la morte della madre poche settimane dopo il parto.(5)

L’evoluzione della politica religiosa di Enrico VIII

Poco prima di questa gioiosa nascita, il regno di Enrico era stato turbato da una serie di rivolte che rappresentarono proprio il momento più critico della storia inglese dal momento in cui egli era salito al trono. I primi focolai si accesero nel Lincolnshire nell’ottobre 1536 e i soldati impiegati da Enrico per frenare la sommossa erano numericamente molto inferiori rispetto ai rivoltosi e questo impedì di sopraffarla subito. La causa di queste rivolte va individuata nello scontento popolare, sia dei nobili sia dei signorotti locali, che si dimostravano insofferenti di fronte alla crescente autorità del re ma, per coloro che vi presero parte, esse rappresentarono una protesta contro tutto ciò che il re aveva fatto o tentato di fare negli ultimi dieci anni, ed in particolare contro l’ultimo attacco sferrato da Enrico alle tradizioni religiose ovvero la distruzione dei monasteri.(6) Ad unire i rivoltosi contribuivano fattori diversi: vi era chi auspicava un ritorno alla religione tradizionale e la restaurazione delle abbazie e dei priorati, chi intendeva rifarsi contro i signori che li avevano depredati, chi voleva meno tasse, chi una riforma delle elezioni parlamentari e la restaurazione di Maria come erede al trono ed altri, molto semplicemente, si limitavano a seguire le scelte dei loro signori.

Enrico fece comunicare ai capi della rivolta che sarebbe stato concesso un perdono generale e che sarebbe stato convocato un parlamento per prendere in esame le richieste della popolazione anche se, probabilmente, si trattava di false promesse compiute allo scopo di temporeggiare fino a quando i rivoltosi non se ne sarebbero stancati. Una rivolta nello Yorkshire rese possibile un’accusa ai Pellegrini (dal nome assunto dalla rivolta “Pellegrinagio di Grazia”) rei di non aver tenuto fede ai patti: forze sufficienti si diressero al Nord per sedare la sommossa.(7)

Fu in occasione di un viaggio compiuto dal sovrano nel Nord del paese, nel 1541, con gli obiettivi di incutere timore negli ex-rivoltosi e nei nuovi potenziali tali e di incontrare Giacomo V di Scozia(8), che migliaia di abitanti di quella regione gli andarono incontro e, inginocchiandosi, chiesero perdono per le scelleratezze compiute in passato compiendo un atto di sottomissione.(9)

A turbare l’equilibrio del regno di Enrico contribuì l’incontro, avvenuto ad Aigues-Mortes nel 1538, tra Francesco I e Carlo V al fine di stipulare un trattato di pace decennale. Questo trattato assunse ben presto carattere di una crociata per avviare una nuova offensiva dell’Europa cattolica guidata dall’unione delle due grandi casate del cattolicesimo, gli Asburgo e i Valois. Anche papa Paolo III aveva riunito un concilio per tentare di ricomporre lo scisma e, per tentare di ricondurre re Enrico VIII sulla sua strada, fece valere nuovamente l’arma della scomunica: dopo tre anni dal momento in cui il suo predecessore aveva emanato la bolla di scomunica, egli ne emanò una di conferma e, da quel momento, l’Inghilterra diventava una terra da riconquistare in nome della fede.

Era ovvio che Enrico avesse bisogno di trovare un nuovo alleato; il problema era capire chi avrebbe potuto rivelarsi utile a tale scopo. Di primo acchito la scelta migliore sembrava essere quella che ricadeva sui protestanti tedeschi e, del resto, contatti tra inglesi e luterani vi erano stati tanto sul piano politico quanto su quello teologico e, nel 1536, dei delegati inglesi si erano incontrati con i capi luterani a Wittemberg per concordare i punti essenziali di una dichiarazione unitaria di fede. Tra l’altro, proprio in quel periodo, i principi luterani avevano fondato la Lega di Smalcalda, un’organizzazione politica con propri funzionari, denaro e truppe: era ovvio che più fosse aumentata la potenza delle Lega e più vantaggiosa sarebbe stata l’alleanza. Si doveva “solo” trovare un accordo sul piano teologico ma questo non fu possibile per i diverbi su alcuni punti fondamentali: gli inglesi si rifiutarono di condannare la celebrazione privata delle messe e di acconsentire al matrimonio dei preti.

Dal momento in cui, nel 1536, Enrico aveva promulgato i Dieci Articoli la fede in Inghilterra aveva ricevuto una nuova impronta e la Chiesa d’Inghilterra si era definita come a metà tra l’ortodossia cattolica e le dottrine riformiste sul battesimo, la penitenza e l’eucarestia sancendo, con l’omissione di tutti gli altri sacramenti, una frattura netta con la Chiesa cattolica che schierava il paese dalla parte della Riforma.

Già nel 1538 un numero molto alto di monasteri e conventi era stato distrutto e grande scalpore -nonchè turbamento- aveva suscitato la distruzione del luogo più sacro della cristianità: la tomba di San Tommaso Becket a Canterbury.Nonostante ciò, nel maggio 1539 i Dieci Articoli furono sostituiti da una nuova formulazione dottrinale, i Sei Articoli, che segnò il ritorno all’ortodossia cattolica ed il rifiuto definitivo del luteranesimo nonché la vittoria dei conservatori del Consiglio sui protestanti moderati.(10)

Nel frattempo, la minaccia di un’invasione da parte franco-spagnola si faceva sempre più pressante ma, quando i preparativi volgevano al termine, Francesco I fece un sorprendente gesto di riconciliazione. Tuttavia, spie inglesi in Francia consigliarono Enrico di non lasciarsi ingannare ma, quando le navi imperiali giunsero nei pressi delle coste inglesi, si ebbe modo di appurare che non nutrivano sentimenti ostili.(11)

A questo punto, Enrico decise di prestare nuovamente attenzione alla donna che avrebbe potuto stargli accanto, in veste di regina. Dopo anni di tentativi, di proposte da parte dei suoi consiglieri, il re sembrava aver trovato la donna che avrebbe potuto rappresentare un buon partito: Anna di Clèves.

Clèves era un ducato situato nella regione del Reno ai confini con le terre olandesi in mano al casato degli Asburgo e rappresentava, pertanto, un luogo di strategica importanza in vista di un possibile futuro conflitto tra Enrico e Carlo. Inoltre, il duca Guglielmo, per quanto non fosse luterano, intratteneva rapporti con i protestanti tedeschi ed era personalmente legato a due influenti membri della Lega di Smalcalda: il grande elettore luterano di Sassonia e Filippo d’Assia. Quindi, da un punto di vista politico, la sorella del duca sembrava rispondere alle necessità del re inglese.(12)

Il quarto matrimonio di Enrico, però, non fu felice e -se non fosse stato per i motivi politici che lo inducevano a legarsi ad Anna di Clèves- avrebbe annullato il fidanzamento. Evidente dimostrazione dell’infelice unione sta nel fatto che re Enrico, noto per la fama di libertino, non riuscì a consumare il matrimonio tanto era il ribrezzo che la nuova moglie suscitava in lui.

Se inizialmente, l’alleanza con il ducato di Clèves si era rivelata effettivamente utile perché aveva indebolito la posizione di Carlo V, nel momento in cui i rapporti tra quest’ultimo e Francesco I si fecero -ancora una volta- tesi Enrico non ebbe più bisogno del sostegno del duca Guglielmo, dei suoi amici luterani e della Lega di Smalcalda. A favorire il suo desiderio di separarsi da Anna contribuì l’emergere di nuovi elementi circa la validità del matrimonio.(13)

Cromwell tentò di ritardare il più possibile il divorzio, poiché esso avrebbe rappresentato il fallimento della politica da lui intrapresa a favore dei protestanti ed avrebbe contribuito al trionfo del suo acerrimo nemico, il duca di Norfolk, zio di Caterina Howard, la nuova favorita del re. A sorpresa, nel corso di una seduta del Consiglio, Cromwell fu arrestato ed accusato di tradimento e fu tenuto in vita solo finchè fu utile per annullare il quarto matrimonio di Enrico. Quando ciò avvenne, fu mandato a morire e -per giustificare l’accusa rivoltagli, ovvero l’aver protetto gli eretici- altri uomini vennero condannati a morte.(14)

Poco tempo dopo, per la quinta e penultima volta, Enrico si sposò e la prescelta fu Caterina Howard. Ironia della sorte, la nuova moglie di Enrico VIII era cugina di Anna Bolena e, come lei, fu accusata di adulterio e condannata a morte per decapitazione nel febbraio 1542, in quello stesso luogo in cui -anni addietro- era terminata la vita di Anna.(15)

Da subito i consiglieri esortarono Enrico a contrarre un nuovo matrimonio per la necessità di avere eredi maschi(16) dal momento che si era rimasti col fiato sospeso da quando, nell’estate del 1541, Edoardo si era ammalato.(17) Il 12 luglio 1543, nel salotto privato della regina ad Hampton Court, il vescovo Gardiner unì Enrico in matrimonio con Caterina Parr.(18) Ella era una donna virtuosa e dotata di grande umanità, la sua devozione religiosa si esprimeva non tanto nell’austerità quanto nello studio e, negli anni di matrimonio con il re, scrisse “The lamentation of a sinner” in cui attribuiva ad Enrico il merito di aver liberato l’Inghilterra dalla schiavitù e dal servaggio di Roma conducendola ad una fede più pura. Ella sosteneva il primato della fede secondo un’ottica vicina al luteranesimo e concesse protezione ai riformisti protestanti.(19)

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(1) Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 226-230
(2)  Ibidem, pp. 236-237
(3) Enrico e Jane discendevano entrambi da Edoardo III ed un tale legame di sangue impediva, per la chiesa, il matrimonio.
(4)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 238
(5)  Ibidem, pp. 244-245
(6)Per maggiori informazioni si rimanda a Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 238-243
(7)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 241
(8)Per maggiori informazioni si rimanda a Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 275-276
(9)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p.280
(10)  Ibidem , pp. 251-254
(11)  Ibidem, pp. 255-257
(12)  Ibidem, p. 261
(13) Ibidem, pp. 265-267
(14) Ibidem, pp. 267-271
(15) Per informazioni circa le accuse mosse a Caterina Howord si veda Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 281-285
(16)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 287
(17)  Ibidem, p. 281
(18) Per informazioni sulla figura della sesta moglie di Enrico VII si veda Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 288-290
(19) Per ulteriori informazioni circa la fede religiosa di Caterina Parr si veda Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 312-314

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