Mare al mattino – Margaret Mazzantini

Mare al mattino” è un breve romanzo di piacevole lettura.
In questo lavoro di Margaret Mazzantini si intrecciano due storie simili tra loro: quella di Farid e della madre Jamila, costretti a fuggire dalla Libia in guerra, e quella di Angelina e del figlio Omar, che -invece- torneranno in Libia, dopo la guerra e per breve tempo.
Lo spazio dedicato alle due storie non è proporzionale. Le prime pagine del romanzo narrano brevemente le vicende di Farid e della sua famiglia, spazi e personaggi che tornano solo in poche altre frasi fino a giungere ad un velato incrocio con la vita di Omar ed Angelina.
A questi due personaggi, ed in particolar modo ad Angelina (fuggita dalla Libia all’età di 11 anni) si dà maggiore spessore: nelle pagine del libro trovano spazio sia eventi inerenti l’infanzia di Angelina, sia eventi riguardati il suo arrivo in Italia e le difficoltà incontrate, sia episodi che si incentrano sul figlio Omar. Il romanzo è articolato scegliendo di condurre in parallelo la ricostruzione della vita dei due personaggi e questo causa una certa confusione (seppur leggera e di facile superamento ad una lettura più attenta) nella comprensione dello sviluppo degli eventi a cui si accompagna un senso di attesa, raramente soddisfatto, di sapere qualcosa di più su Farid e Jamila.

Il merito dell’autrice sta nell’aver accennato ad una serie di temi che occupano sempre maggior rilevanza nella storia odierna come, per esempio, la vita dei profughi (con brevissimi accenni ai motivi storici che li hanno portati a divenire tali), al rapporto di coppia nel mondo arabo, al rapporto tra genitori-figli e ad altri temi più comuni quali le amicizie nate in età infantile.
Probabilmente, proprio questi elementi di merito fanno comprendere il limite dell’opera: l’aver trattato e svolto il tutto troppo brevemente ed in maniera troppo soffusa. Con ciò non intendo dire che l’opera non sia godibile ma credo che sarebbe stata ancor più apprezzabile se svolta più in profondità.

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La bambina che non esisteva – Siba Shakib

Questo breve romanzo narra la storia di Samira, unica figlia di un comandante afgano e capo della tribù in cui vive. Le credenze popolari ritengono che il primo figlio di un comandante debba essere un maschio così che possa sostituire il padre al momento della sua morte ma dall’unione dell’uomo con la moglie, Daria, nasce una bambina, Samira.
Samira è cresciuta come un maschio e questa finzione si rende ancor più necessaria in seguito ad un incidente di guerra che priva il comandante della sua virilità e gli impedisce di avere altri figli.
Samira diventa Samir, a tutti gli effetti. È cresciuta come un uomo e, incredibilmente, riesce a primeggiare in tutte le attività cui viene sottoposta tanto da diventare presto un esempio per tutti. Tutti i bambini vorrebbero essere come lui, tutte le bambine si incantano ad osservarlo. Samir cresce e continua ad attrarre attenzioni da parte di tutti ma è sempre più difficile sostenere la menzogna.
Un tragico evento, la morte del padre, porterà a faide all’interno della tribù tanto che Samir e Daria -non sentendosi più sicure- preferiranno fuggire e trovare riparo presso il papà di Daria, nonno di Samir.
Qui la ragazza maschio inizia una nuova fase della propria vita ma immutati restano l’attenzione e l’ammirazione che egli attira da tutte le parti.
Proprio nel nuovo villaggio Samir incontra uno degli affetti più profondi della sua vita, l’amico Bashir, con cui instaura un rapporto destinato a non essere solo platonico e a sconvolgere il suo fragile equilibrio: è Samir o Samira ad essere attrato da Bashir? La stessa duplicità si ritrova nella relazione che più tardi lo lega alla sorella di Bashir.

Nel corso dell’intera vicenda, Samir si trova a combattere per la propria esistenza e sopravvivenza, per quella della madre, per quella degli affetti importanti che la circondano. Nel corso dell’intera vicenda Samir si trova costretta a fare i conti con decisioni prese da altri e destinate ad avere ripercussioni pesanti su di lei e che la portano, una volta per tutte, a scegliere chi vuole essere: Samir o Samira.

La particolarità dell’opera sta nel modo in cui vengono costruiti i dialoghi: ci troviamo in presenza di un discorso indiretto che non si cura di essere racchiuso tra virgolette e presenta scarsa punteggiatura. Forse sarebbe meglio dire che ci troviamo di fronte ad una commistione tra discorso diretto ed indiretto.
Proprio questa caratteristica credo sia un fattore decisivo, al di là della trama e del modo in cui viene sviluppata, per apprezzare o denigrare il romanzo. Personalmente, non mi ha portato né a rifiutare la lettura del libro né a darle un valore aggiunto.
La vicenda narrata è degna d’attenzione in quanto pone in rilievo un tema molto importante: la condizione della donna in un paese come l’Afghanistan.
Credo che la rileggerei con piacere ma sono ancora indecisa se inserire questo libro nella mia biblioteca personale.

Francesco Guccini e il Che


Francesco Guccini
dedica due canzoni (Stagioni e Canzone per il Che) anche alla figura di Ernesto “Che” Guevara, il medico argentino più noto come rivoluzionario che aderì al Movimento del 26 luglio e che in seguito al successo della rivoluzione cubana, assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo solo a Fidel Castro.

Il testo di Stagioni” ( in “Stagioni“, 2000) venne scritto in due momenti diversi: alcuni versi vennero scritti proprio nel giorno della morte di Guevara, poi lasciati da parte fino a quando, qualche anno fa, Guccini vedendo molti ragazzi con la maglietta del Che fece sentire quei pochi versi composti. L’entusiasmo della gente lo portò a completare il testo.

La canzone inizia descrivendo l’effetto che ha suscitato la notizia della morte del Che: la sua morte rappresenta la fine della speranza di poter vivere in un mondo più corretto, migliore rispetto a quello che si era fino allora vissuto. Allo stesso tempo però vi è la convinzione che per quanto la persona di Ernesto “Che” Guevara sia morto, il pensiero di cui lui si era fatto portatore non muore ma sopravvive nell’anima di chi resta. Proprio per questo col passare degli anni, l’Ideale sopravvive e chi vi crede cerca di portarlo avanti (Guccini si riferisce al ’68 e agli “anni fatati di miti cantati e di contestazioni”) ma dopo troppe “illusioni mangiate” l’Ideale si indebolisce in molte persone che vi credevano (“i compagni di un giorno o partiti o venduti sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti…”). Guccini quindi esprime il desiderio, condiviso con tutte le persone per le quali quell’Ideale è ancora vivo, che il pensiero “del Che” torni ad emergere con la certezza che, prima o poi, un nuovo “Che” comparirà.

Questa canzone, come scrive Valentina Pattavina in “Francesco Guccini – Stagioni”  riportando un’affermazione di Nanni Moretti, non parla solo di “Che” Guevara, ma della perdita dei valori di una generazione oggi alla ricerca di qualcuno che dica una cosa di sinistra.

Canzone per il Che  (in “Ritratti“, 2004) invece non è il frutto di un lavoro del cantautore ma di Manuel Vàzquez Montalbàn che in seguito alla morte di Ernesto Guevara prese i suoi scritti e, ispirandosi a questi, scrisse un poema. Il chitarrista di Guccini ha letto il testo e ne ha composto la musica; il tutto apprezzato molto da Guccini stesso è stato tradotto in italiano ed è diventatoCanzone per il Che.

Questo testo è particolarmente interessante per il messaggio di fiducia che trasmette e in base a cui si ritiene che un popolo sia in grado di liberarsi dai regimi dittatoriali e da tutte le imposizioni, nonostante il raggiungimento di questo obiettivo conduca a grandi sacrifici; a tal proposito è importante la descrizione che Guevara dà del rivoluzionario: “il rivoluzionario quando è vero è guidato da un grande sentimento d’amore, ha dei figli che non riescono a chiamarlo, mogli che fan parte di quel sacrificio, suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

Un’altra nota che colpisce in questo testo sono le ultime righe della canzone, tratte da alcune delle ultime lettere che scrisse, ai propri genitori e a Fidel Castro; ai primi dice di essere pronto alla morte che, per quanto non cercata era stata prevista (“Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo; non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo. “) a Fidel dice semplicemente di esser giunto all’atto conclusivo della sua storia (“Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo; sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.”): colpiscono semplicemente per la lucidità e quasi freddezza con cui Ernesto “Che” Guevara accetta la morte.

La mappa del destino – Glenn Cooper

Questo terzo romanzo di Glenn Cooper fonde in un unico libro tre storie diverse, legate da un ristretto numero di elementi comuni.

La prima storia è ambientata ai giorni nostri ed inizia con un incendio nell’abbazia di Ruac, piccolo e trascurato paesino francese. In seguito a questo evento si scopre un manoscritto antico e sconosciuto che porta sulla scena l’archeologo Luc Simard, artefice di una mirabile scoperta: una grotta che risale all’Aurignaziano e sulle cui pareti si possono osservare dipinti favolosi. L’archeologo ottiene i finanziamenti per studiare la zona ma una maledizione sembra aleggiarci sopra. Per comprenderla bisogna scavare in un passato che si rivela incredibile e che mostra implicazioni fondamentali col presente.

La seconda storia è quella che riguarda il manoscritto, autore del quale è Barthomieu. Un monaco come altri? Sicuramente no, dal momento che egli fu legato a due persone di grande fama: Bernardo di Chiaravalle e Abelardo, il celebre compagno dell’altrettanto nota Eloisa.

L’ultima storia è ambientata, invece, ai tempi dell’Aurignaziano e ci completa il quadro che le altre due delineano in buona parte.

Una delle brevi informazioni contenute in copertina accenna a un dottorato conseguito dall’autore in medicina e, infatti, dal testo si desume in più occasioni la sua conoscenza del settore che, a volte, si rivela addirittura eccessiva per quanto non rovini l’insieme dell’opera. Se vogliamo, questo potrebbe essere l’unico piccolo suo difetto.

Certo, la storia non è scritta in modo tale da lasciare col fiato sospeso o far perdere ore di sonno per terminare al più presto la lettura ma la ritengo comunque un romanzo scorrevole ed avvincente. Contenta di averlo inserito nella mia libreria.

In particolar modo ho apprezzato -e questo è il motivo che più di ogni altro mi spinge a suggerire il libro- la commistione tra presente e passato e le tre storie narrate in una continua alternanza tra tempi storici. Ovviamente, chi si accinge a leggere il libro, deve apprezzare questa peculiarità.

La città perduta dei templari – C. M. Palov

Una delle novità promosse dalla Newton Compton Editori, di cui abbiamo già recensito -con molto piacere-  “Il mercante di libri maledetti” di Marcello Simoni.
Premetto subito che lo stesso piacere non l’ho avuto nella lettura di questo libro scritto da C. M. Palov. 

Innanzi tutto ho provato un senso di fastidio nell’apprendere che a scrivere questo libro è stato una donna e di qui -ho immaginato- la necessità di abbreviare il nome: ricordate le dichiarazioni della Rowling ai tempi di Harry Potter? Stando alle sue parole sembra che il lettore tenda a non comprare libri scritti da una donna: siamo ancora a queste superstizioni sessiste? A quanto pare…
Beh, al di là di questo “piccolo” particolare che nulla ha a che vedere con il romanzo in sé, ora cerchiamo di capire meglio la trama del libro.

L’autrice presenta una storia che mischia in maniera avvincente eventi e anonimi personaggi dei giorni nostri ad eventi di quel passato che sembra, ad oggi, attrarre più l’attenzione: gli eventi inerenti il nazismo e quelli riguardanti la storia dei templari.
Il romanzo può collocarsi, più che nel genere storico, in quello avventuroso.
Abbiamo infatti come protagonista della storia un sergente maggiore americano, Finn McGuire, che si trova coinvolto negli affari di una setta segreta interessata ad un medaglione da lui ritrovato nel corso di una missione. La setta è composta da persone che discendono da affiliati di Hitler i quali intendono recuperare il medaglione di Montségur, uno dei pezzi del tesoro templare, per scopi poco chiari.
Al sergente si affianca, fin dall’inizio della storia Kate, una collega, coinvolta suo malgrado nell’avventura. I due, giunti a Parigi, sono aiutati da un amore giovanile di lei, tal Caedmon Aisquith.

Qui esposta brevemente la storia può risultare immediatamente chiaro uno degli elementi di disturbo nell’opera: il solito, immancabile, triangolo amoroso. Forse non vi ho detto che, com’era più che prevedibile, tra il sergente e la collega scoppia la scintilla dell’attrazione. Ecco, se non ci fosse stato quest’elemento -del tutto inutile nel contesto in questione- l’opera sarebbe stata sicuramente più godibile.
L’altro elemento che, a mio modo di vedere, poteva essere evitato è l’esposizione qua e là di scene di sesso violento e volgare totalmente gratuite e, ancora una volta, decisamente inutili. Non tutte le scene di sesso contenute del libro sono giustificatamente suscettibili di critiche ma alcune sicuramente sì e credo che chi avrà letto -o leggerà- il libro possa perfettamente capire di che cosa sto parlando.

 

Questi due elementi -di dejà-vu l’uno e di volgarità l’altro- rendono nel complesso sgradita l’opera che altrimenti avrebbe rappresentato una piacevole lettura.

Dizionario delle cose perdute – F. Guccini

L’ultimo libro scritto da Francesco Guccini è un’opera che ritengo interessante sia per i giovani che per i meno giovani: per i primi perchè consente di entrare a contatto con un’età ignota e di cui, forse, si è solo sentito parlare da genitori o -alla peggio- dai nonni; per i secondi perchè conserva il ricordo di un tempo passato ed avvertito come spaventosamente remoto. 

Dizionario delle cose perdute” ricorda nostalgicamente la semplicità degli anni andati ma non solo: trovano spazio, infatti, anche quegli elementi giudicati arcaici, o quasi, che non appartengono più alla società contemporanea.

Il libro è formato da una breve esposizione per ogni tema trattato: la scrittura di Guccini si mostra chiara e senza particolari artifici che d’altronde avrebbero stonato, a mio avviso, con l’intento cui si presta; non è priva, fortunatamente, dell’immancabile umorismo un po’ velato tipico dell’autore.

La lettura è veloce ma, per la natura del piccolo volumetto, si presta ad essere frammentaria quindi anche chi ha poco tempo a disposizione può leggere senza rischiare di perdere qua e là pezzi importanti del discorso.

Insomma, non ci sono scuse per evitare di leggerlo. Altamente consigliato.

Qui sotto riporto i video della puntata di “Che tempo che fa” quando Guccini, ospite da Fazio, ha presentato il suo nuovo lavoro.

Tango e gli altri – F. Guccini, L. Macchiavelli

 La vicenda di questo romanzo è ambientata tra il ’44 e il ’60.
 Protagonista è il maresciallo Santovito che nel corso della guerra, dopo essere stato  mandato in Russia con l’ARMIR, al rientro in patria decide di arruolarsi nei partigiani.
 Non appena arriva tra di loro, gli viene chiesto di indagare sui fatti riguardanti un’altra  brigata locale. Sembra che un giovane partigiano abbia compiuto un massacro in   località Piane, sterminando un’intera famiglia. Le indagini di Santovito, però, non   prenderanno la giusta piega e il giovane Bob verrà giustiziato prima che si possa  arrivare ad una soluzione certa. 

 Molti anni dopo, nel ’60, Santovito riceve una lettera, scritta nel ’44 e mai spedita prima  di allora.
 La lettera è scritta da Imelde, fidanzata di Bob al tempo della guerra. La donna sostiene  che il massacro delle Piane non può averlo compiuto il ragazzo perchè quella notte loro  due erano insieme. Fornisce anche alcuni indizi che il maresciallo si preoccuperà di  verificare nel momento in cui tornerà a risiedere, per un certo periodo di tempo, nel  paese in cui fu partigiano.
Qui incontra nuovamente Raffaella, maestra delle elementari, con la quale vivrà qualche momento di intimità. 

Giunto al comando dei carabinieri, entra immediatamente in conflitto col maresciallo Amadori, un uomo arrogante, incapace, che non sa intuire nulla e vedere alcunchè al di là del suo naso.
Sarà costretto a lasciarsi affiancare da lui quando questi, grazie alle conoscenze nell’ambiente, riesce a fare in modo che il loro superiore ordini a Santovito di operare insieme. 

Santovito, nome di battaglia Salerno, entra in contatto con i partigiani della brigata di Bob non potendo, però, rintracciarli tutti.
Tra di loro abbiamo Lepre, meccanico, Autiere, apprezzatissimo sindaco del paese, Remo, barista. Tra coloro di cui si hanno perso le tracce ricordiamo Bill e Tango. 

Incontra anche il figlio di Imelde, Roberto, dopo aver scoperto che è stato il ragazzino a consegnargli la lettera. 

A mano a mano che le indagini proseguono è sempre più evidente che Bob non può aver commesso l’omicidio. Santovito non riesce, però, a parlare con la mamma del partigiano, Gialdiffa, chiusa in un silenzio e in una rabbia impenetrabili. Riuscirà a vincere le resistenze della donna solo Raffaella.
Il massacro è stato imputato a Bob perchè figlio illegittimo del proprietario della località, Pietro Bernardi, noto come il Patriarca. Secondo il tribunale partigiano che ha giudicato il giovane, egli avrebbe deciso di vendicare il torto subito. In realtà, la madre sa che Bob non avrebbe accettato nulla dal padre e lo ritiene incapace di compiere un gesto simile. Mostra a Raffaella una lettera scrittagli dal Patriarca il quale si dichiara pentito del suo comportamento e la informa di essere alle prese con un affare che potrebbe sistemare tutti loro; manifesta anche la sua volontà di lasciare una parte della propria eredità a Bob. Di tutto ciò il giovane non era stato messo al corrente da parte della madre. 

Quando Gialdiffa viene a conoscenza dei nuovi elementi emersi dalle indagini, contatta anche lei gli ex-partigiani e dichiara di sapere chi ha compiuto il massacro delle Piane.

Santovito si accinge ad incontrare la donna nel cimitero ma, non trovandola, si dirige nella cappella. Qui, trova la donna impiccata. Alcuni elementi lasciano presupporre che si tratti di omicidio: l’assassino, colto di sorpresa dall’arrivo del maresciallo, nella fretta non ha potuto depistare gli inquirenti. 

Nelle ultime pagine del romanzo, Santovito viene a conoscenza di un incontro che si svolgerà tra gli ex-partigiani, compresi quasi tutti quelli di cui si erano perse le tracce (eccetto Tango), nel bar di uno di loro dove li sorprenderà insieme ad Amadori e ad un altro collega.

Procede ad un vero e proprio sequestro di persona dichiarando di non aver intenzione di rilasciarli fino a quando colui che è responsabile del massacro e, dunque, della morte di Bob si decida a confessare. Questo perchè non ha prove certe pur essendo sicuro di conoscere l’assassino e l’unica soluzione per ridare dignità alla memoria del giovane ucciso ingiustamente è la confessione. 

Il sequestro va avanti ore e ore fino a quando sulla scena non irrompe Tango, il quale minaccia di compiere una strage se il responsabile non si decide ad assumersi le proprie colpe. Dopo lunghi momenti di tensione, nel momento in cui sta per far partire il colpo, l’omicida si rivela: è il rispettabilissimo sindaco del paese, Egidio Olmi, detto Autiere.