Amore! Ma è alla coque!

E penso alla prima volta in cui ti ho chiamato “amore”…guardando un film e rispondendo ad una tua battuta: “No, amore!”. E ripenso a quel senso di confusione, di timore e di incredulità per aver pronunciato una parola così importante. E penso alla facilità con cui ti chiamo ora in tal modo: tagliando un uovo sodo non cotto a puntino come credevi, un uovo alla coque, diciamo. E penso alla bellezza del pronunciare quotidianamente una parola così importante senza privarla del suo significato.

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Solitudine a due

La pioggia cade fitta in questa triste giornata ottobrina e mi penetra nei vestiti. Sono andata al lavoro in moto questa mattina.
Finalmente arrivo a casa. Casa. Quel portone severo ha un aspetto familiare da tanti anni, ormai.
Infilo la chiave nella serratura e scivolo velocemente all’interno, in stanze buie e silenziose. Ma cosa direbbero quelle pareti se potessero parlare?
La mia mano destra si allunga e trova automaticamente l’interruttore, un “clic” e poi la luce invade l’appartamento. Un appartamento muto, troppo ordinato, troppo perfetto. Chiaro simbolo del caos interiore di chi lo abita.
Appendo la giacca e la borsa all’attaccapanni, ripongo gli stivali nella scarpiera e calzo comode infradito.
Respiro profondamente. Primo segno di rilassamento, primo segno di cedimento.

Entro nella stanza, la mia stanza. Eh già, perché da qualche mese io ho la mia stanza e tu hai la tua. Osservo attentamente la camera arredata alla bella e meglio ma tutto sommato calda e accogliente, l’unica parte della casa ancora in grado di donarmi emozioni piacevoli.
Mi spoglio e butto nel cesto della biancheria i vestiti sporchi, ne cerco altri da indossare dopo la doccia.
In bagno la scena mi sembra paradossale: due asciugamani ciascuno, due dentifrici, due saponette; “due” è il numero in cui ogni oggetto è presente. Mesi fa il tuo sapore era anche il mio. Ora, sostieni che non dobbiamo avere più niente in comune.
Riempio la vasca e verso un po’ del mio bagnoschiuma preferito, lo stesso che piaceva tanto anche a te.
Mi immergo nell’acqua calda che distende i nervi e allontana lo stress dovuto a una pesante giornata di lavoro. Ho la fortuna di fare un lavoro che amo e questo mi impedisce di crollare psicologicamente.

Ti sento entrare in casa. Com’è amara la distanza che c’è ora tra noi!
Mesi fa, saresti entrato in casa di buonumore e ti saresti scrollato di dosso il nervosismo della giornata, avresti urlato un “Ciao amore!”.
Ricordo ancora com’era malizioso il tuo sguardo quando entravi in bagno e mi osservavi nuda e mi accarezzavi per poi unirti a me nella vasca piena di schiuma.
Quant’è che non mi osservi più così? Mi manca quello sguardo. Quant’è che non facciamo più l’amore, io e te?
Ora, non urli neanche un saluto. Mi tratti come un’estranea. Anzi, per te sono diventata un’estranea.

Devo sbrigarmi, perché stasera , hai invitato i tuoi amici a cena e i “tuoi amici” sono solo “tuoi”. Pazienza, se erano diventati anche miei amici, se ci sono loro io devo uscire di casa, la mia presenza non ti è gradita.
Mi asciugo e torno in camera dove mi vesto con cura.
I tuoi amici sono arrivati prima del previsto ed io non sono ancora uscita; avverto l’irritazione nella tua voce (è la prima volta che sento la tua voce, oggi!) quando li saluti.
Sono costretta a passare nella sala da pranzo per uscire di casa, impossibile non farmi notare.
I tuoi amici chiacchierano amichevolmente con me, poi capiscono il mio imbarazzo e mi salutano. Ti guardo e i tuoi occhi sono scuri, vedo solo rabbia. Il saluto mi muore in gola. Indosso le scarpe e il cappotto leggero ed esco.

Tu credi che stia uscendo con un altro uomo. Ti sbagli.

In questi ultimi mesi ho scoperto quali sono le mie vere amiche: sono quelle che non si preoccupano di vedermi entrare in casa loro vestita come se fossi pronta per una sfilata e quando le lacrime mi rigano il viso, mi offrono una tuta per stare più comoda.
Sei convinto che io mi vesta così per un altro uomo. No, lo faccio solo per me stessa, voglio sentirmi ancora bella.
In questi ultimi mesi ho passato diverse sere a casa di una o dell’altra amica e nessuna si è mai infastidita di dover aggiungere un posto a tavola, mi hanno accolto come se fossi una di famiglia.
Ho giocato coi loro figli come se fossero i miei, i nostri; le ho osservate mettere a dormire i bambini raccontando loro qualche fiaba e non ho potuto fare a meno di notare con un nodo allo stomaco lo sguardo carico d’amore rivolto ai loro compagni quando ammiravano insieme quegli angioletti addormentati.In questi ultimi mesi ho mostrato loro il mio lato peggiore e, quando cercavo di celarlo, mi assicuravano che non avevo bisogno di fingere con loro. Mi hanno fatto parlare e mi hanno fatto piangere.
E non ho ancora capito che rimmel e lacrime non sposano bene così, ogni volta, a casa dell’una o dell’altra mi faccio una doccia per togliere il trucco sbavato e il sale delle lacrime di dosso, prima di tornare a casa.

Quando mi vedi tornare con i capelli ancora umidi e il viso arrossato neanche ti sfiora il pensiero che la causa del mio aspetto non si trova nel letto di un altro uomo ma nel distacco che c’è tra noi.
Il tuo sguardo si accende di gelosia, me ne accorgo. Ma le tue domande restano sospese, così come le mie.
Chissà di che hai parlato con i tuoi amici, chissà se hai parlato di me. E se lo hai fatto, chissà cosa hai detto.

In cucina tutto è al suo posto, hai già lavato i tuoi piatti. Anche in cucina, come in bagno, ognuno ha le sue cose: i piatti, le posate, le tovagliette, il detersivo.
Per le cose più costose hai stabilito dei turni che siamo tenuti a rispettare scrupolosamente per non invadere gli spazi dell’altro.
Non ci separiamo solo perché è impossibile, con la crisi che sta attraversando il mondo, pensare di pagare da soli un intero affitto, bollette, spese condominiali, bollo e assicurazione auto, ecc ecc.
Allora abbiamo imparato a vivere da soli ma insieme.

Eh già, si può stare da soli anche in due.

Samantha e Andrea

Una calda giornata di luglio del ’53. Un bimbo di pochi anni corre sulla riva del mare cercando di evitare le onde che sembrano inseguirlo. Corre veloce e non si accorge della bambina dai lunghi capelli castani intenta a costruire un castello di sabbia a pochi metri da lui. Si gira indietro e cerca con lo sguardo i suoi genitori che, proprio in quel momento, lo stanno osservando.
È un attimo. La piccola costruzione di sabbia viene travolta e Andrea inciampa nella sabbia.
Uno strillo acuto e un pianto che sembra infinito rompono la quiete circostante.
Andrea, dopo essersi accorto del pasticcio combinato, appare ancora più amareggiato e triste della piccola Samantha.
I due si guardano con un po’ di diffidenza ma dopo pochi istanti Andrea sorride. Samantha ricambia il sorriso, ancora un po’ imbronciata. E’ l’inizio di una magica intesa che li porta a giocare insieme tutto il giorno, a perdersi nelle tipiche dolci risate dei bambini che ancora non hanno conosciuto la durezza della vita.
L’aria salmastra e il sole bruciante li proteggono in una dolce atmosfera.
Il tempo corre veloce, troppo veloce: quando Andrea e Samantha vengono richiamati dai rispettivi genitori la luce che li avvolge è quella rossastra del tramonto.
I bambini si congedano con un allegro sorriso e i loro genitori si scambiano un cenno di saluto. Mentre camminano veloci per tornare ognuno al proprio asciugamano si girano ancora una volta verso l’altro e si scambiano un saluto con le piccole manine.
Termina così una domenica diversa dal solito. Samantha e Andrea non conoscono il nome dell’altro, non sanno di abitare poco distanti l’uno dall’altro, in due diversi quartieri di quella Milano grande da impazzire. Dimenticheranno presto il loro incontro che resterà vivo solamente nel loro inconscio.
Passeranno anni, molti anni prima che, casualmente, le loro strade si incrocino di nuovo.

Aprile ’68. Una domenica di molti anni dopo.
Ancora una volta è stato un sorriso ad avvicinare Andrea e Samantha ed entrambi hanno avvertito una comune sensazione di intimità che non sanno spiegarsi.

Per molti è una domenica come tante, per loro due è una domenica diversa: attendono con ansia il momento in cui potranno finalmente incontrarsi.
Samantha è cresciuta e ha conosciuto le difficoltà che caratterizzano l’esistenza comune: vive in un piccolo appartamento nella malinconica periferia di Milano e i suoi genitori si affannano a pagare un mutuo che sembra inestinguibile.
Samantha è quasi una donna: ha lunghe gambe da cervo e il seno è in fiore e teso sopra un corpo ancora acerbo. Il suo passo leggero stona con i graffiti osceni dipinti sulle scale di quell’attrezzato policentro comunale.
Nei pressi di quel policentro la aspetta Andrea, jeans regolari e faccia da vinile, un piede appoggiato al muro. Vorrebbe parlare con Samantha ma le parole non riescono a uscire, frenate da un groviglio di innocenti emozioni. Si accende una Marlboro, compagna fedele, quasi a voler scaricare in qualche modo la rabbia dovuta alla sua esitazione.
Quel momento tanto atteso si consuma in un timido sguardo e in un saluto appena accennato mentre il cuore di Samantha si impegna in una folle corsa. Le loro anime si sono solo sfiorate in questo vago momento: lei torna a casa con le MS per suo padre, steso nella monotonia della sua grigia vita, mentre lui, seduto in un bar, sorseggia  una birra e riflette sulle circostanze di quegli attimi.

Andrea dopo qualche anno è diventato padrone di una pizzeria. Samantha ha cambiato quartiere e di lei non abbiamo più saputo nulla fino a quando, proprio nel locale di Andrea, abbiamo notato una giovane modella immortalata in tutta la sua bellezza nella copertina di una rivista famosa. Inconfondibili, quelle gambe da cervo.

Liberamente ispirata a “Samantha” di Francesco Guccini

Tornatràs

Un tardo pomeriggio primaverile. Sono in giro per commissioni e, con la testa tra le nuvole, non bado molto alla strada che sto percorrendo. Il caso (o la forza dell’abitudine?) mi porta dalle tue parti così decido di passare a salutarti al lavoro. Quando apro la porta sei intento in qualche lavoro ma subito ti accorgi di me e mi sorridi. Come sei bello, quando sorridi! Mi manca spesso il tuo sorriso. Mi manchi spesso, tu.

Iniziamo a parlare. Con te non si chiacchiera, con te si parla. Nulla è superfluo, nulla è scontato. Perfino un trito e ritrito “Come stai?”, spesso usato più per consuetudine che per reale curiosità, con te ha un significato profondo.
In un attimo l’atmosfera cambia. Mi guardi: Vieni qui…è tanto che non ti fai abbracciare un po’.”
Le tue parole mi disorientano ma tu ti avvicini e mi stringi forte. Il tuo profumo mi invade e mi sconvolge i sensi. Nonostante siano passati mesi, non sono ancora riuscita a domarli all’effetto della tua presenza. Avverti la mia tensione e sembri diviso tra il divertito e il compiaciuto, per quel desiderio che immaginavi esaurito.
Inizi a baciarmi sul collo sapendo che lo patisco. Inizio ad avvertire le vertigini e tento di allontanarmi da te: potrei perdere il controllo della situazione e non posso (o non voglio) permettermelo.

Le tue labbra sono ancora troppo vicine, avverto il tuo caldo fiato sul collo. Mentre mi accarezzi i capelli inali la fresca fragranza che riveste la mia pelle.
“Mi manchi…” sussurri.
Deglutisco. Non rispondo.
“Mi manchi…” ripeti, abbracciandomi più forte.
“Stai con lei, ora.” bisbiglio, staccandomi da te per osservarti negli occhi.
“La lascerò.” replichi, e le tue dita mi sfiorano dolcemente il viso.
Mi allontano da te e, prima di andare via, ti saluto con un “Ne riparleremo, allora.”.

Ma non ho ancora finito di pronunciare queste parole che già mi sono pentita di non averti amato.

Attimi

Una cucina che fa anche da soggiorno. O un soggiorno che fa anche da cucina. Questione di punti di vista. Ed io sono lì, a sfogliare lentamente quel libro che sto cercando di assorbire a poco a poco.

Sveglia prima del solito, stamattina. Te l’ho chiesto io: non amo aprire gli occhi e non trovarti in casa.

Mi piace quando, appena desta, ti sento accanto a me. Mi piace anche quando mi sveglio ed il letto tiepido mi indica che ti sei alzato da poco. E allora, con gli occhi assonnati faccio mio quel cipiglio tipico dei bimbi capricciosi, mi alzo e sfregandomi gli occhi mantengo quell’espressione finchè non ti trovo e i miei occhi incontrano i tuoi. Allora sorrido.

Mi sposto sul divano e continuo a leggere, seduta al “tuo” posto: più comodo, forse?
Lo stomaco brontola, poso il libro accanto a me e prendo due grissini: ieri sera li abbiamo sgranocchiati insieme. E ovviamente, né ieri né oggi manca la copertina ad avvolgermi. Ma stamani fa più freddo in casa.

La luce è andata via da un po’. Ed io non posso che pensare a noi, stretti sotto le coperte, a parlare, ridere, osservarci in silenzio, guardare un film, fare l’amore, leggere poesie, scambiarci impari massaggi.

È ora di andare via. Mi preparo e decido di lasciarti una traccia di me. Non posso mica andar via così. Mi siedo ancora al tavolo, un pezzo di carta e una penna in mano…e ti lascio due parole da trovare al tuo rientro. Mentre scrivo, sollevo distrattamente lo sguardo. E ad attirarlo è quella porta da cui fra poco uscirò.

Qualche mese prima, pomeriggio. Un giorno invernale. Per la prima volta sono da sola, un po’ stranita, in questa casa. Sempre con un libro a farmi compagnia. Mi chiami per sapere cosa vorrei per cena: avrei voluto preparare qualcosa io ma mi avverti che il frigo è vuoto. Lo apro e non posso non essere d’accordo con te. Poche ore dopo. Ti sento arrivare con la macchina, scosto il piumone e mi alzo in fretta dal divano. Ti apro la porta. A salutarmi è il tuo sorriso. E tu, giocando su quell’intimità nuova ma fugace, dici: “I bambini sono andato io a prenderli a scuola. Li ho già portati dalla nonna”. Ed io, scuotendo la testa, rido e sorrido.

Ti lascio un “bentornato a casa” sul foglio ed un sorriso che s’aggira tra le stanze.

Poco tempo

Poche ore. Solo poche ore perchè l’acqua sommerga, devasti, distrugga e sconvolga interi paesini e città.
E troppe vite.

Pochi minuti. Solo pochi minuti perchè un colpo esploda, scuota, squarci e violenti l’aria che presto si fa cupa.
E altre vite.

Venti secondi. Solo venti secondi perchè la terra si agiti, sobbalzi, frema e tremi facendo cadere nel buio le case.
E ancora altre, troppe, vite.

Pochi secondi. Solo pochi secondi per chiedere scusa a chi hai offeso, per sorridere, per fare una carezza a chi vive per un tuo gesto d’affetto.

Pochi secondi. Solo pochi secondi per dichiarare quell’amore negato, per spendere una parola gentile per altri, per compiere un gesto buono.

Pochi secondi. Solo pochi secondi per capire la differenza tra sopravvivere e vivere.

Oggi mi prometto di vivere. Ma domani inconsciamente tornerò a sopravvivere. 

Promessa

Ti ho conficcato nel cuore una piccola freccia appuntita. E la tua sofferenza s’accentua perchè non potevi immaginare o intravedere in lontananza il minuscolo e potente dardo in arrivo. Non avrei mai voluto lasciarti addosso segni di dolore ma non ti chiedo scusa: con la ferita che non smette di sanguinare parole di perdono non servono a lenire il dolore. Non serve ammettere di essere dispiaciuti dopo che altri ti hanno fatto notare il male che hai arrecato ma posso -VOGLIO- donarti una promessa, se la vorrai accettare.

Con parole ferme estrarrò il dardo che ti ha sfregiato ed offeso il cuore, ti resterò accanto sperando che la mia presenza al tuo fianco sia una medicina efficace per spurgare la piccola piaga infetta. Ed i punti per cucirla saranno piccoli e teneri baci. Con carezze delicate ed attente ti benderò l’attenuata escoriazione e con ripetuti sorrisi ti medicherò ogni giorno con amore fino a quando non vedrò ridursi, o -come vorrei!- sparire, i segni.

La migliore ricompensa, se ci sarò riuscita, sarà un tuo sorriso. O, magari, uno sguardo magnetico. Quello che i tuoi occhi scambiano così volentieri con i miei, incantandoli in quella profondità che grazie a te ho inteso e in cui, accompagnandomi, mi infondi sicurezza e mi conduci… fingendo di conoscere un percorso che ogni volta si presenta come ancora inesplorato.