Francesco Guccini e il Che


Francesco Guccini
dedica due canzoni (Stagioni e Canzone per il Che) anche alla figura di Ernesto “Che” Guevara, il medico argentino più noto come rivoluzionario che aderì al Movimento del 26 luglio e che in seguito al successo della rivoluzione cubana, assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo solo a Fidel Castro.

Il testo di Stagioni” ( in “Stagioni“, 2000) venne scritto in due momenti diversi: alcuni versi vennero scritti proprio nel giorno della morte di Guevara, poi lasciati da parte fino a quando, qualche anno fa, Guccini vedendo molti ragazzi con la maglietta del Che fece sentire quei pochi versi composti. L’entusiasmo della gente lo portò a completare il testo.

La canzone inizia descrivendo l’effetto che ha suscitato la notizia della morte del Che: la sua morte rappresenta la fine della speranza di poter vivere in un mondo più corretto, migliore rispetto a quello che si era fino allora vissuto. Allo stesso tempo però vi è la convinzione che per quanto la persona di Ernesto “Che” Guevara sia morto, il pensiero di cui lui si era fatto portatore non muore ma sopravvive nell’anima di chi resta. Proprio per questo col passare degli anni, l’Ideale sopravvive e chi vi crede cerca di portarlo avanti (Guccini si riferisce al ’68 e agli “anni fatati di miti cantati e di contestazioni”) ma dopo troppe “illusioni mangiate” l’Ideale si indebolisce in molte persone che vi credevano (“i compagni di un giorno o partiti o venduti sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti…”). Guccini quindi esprime il desiderio, condiviso con tutte le persone per le quali quell’Ideale è ancora vivo, che il pensiero “del Che” torni ad emergere con la certezza che, prima o poi, un nuovo “Che” comparirà.

Questa canzone, come scrive Valentina Pattavina in “Francesco Guccini – Stagioni”  riportando un’affermazione di Nanni Moretti, non parla solo di “Che” Guevara, ma della perdita dei valori di una generazione oggi alla ricerca di qualcuno che dica una cosa di sinistra.

Canzone per il Che  (in “Ritratti“, 2004) invece non è il frutto di un lavoro del cantautore ma di Manuel Vàzquez Montalbàn che in seguito alla morte di Ernesto Guevara prese i suoi scritti e, ispirandosi a questi, scrisse un poema. Il chitarrista di Guccini ha letto il testo e ne ha composto la musica; il tutto apprezzato molto da Guccini stesso è stato tradotto in italiano ed è diventatoCanzone per il Che.

Questo testo è particolarmente interessante per il messaggio di fiducia che trasmette e in base a cui si ritiene che un popolo sia in grado di liberarsi dai regimi dittatoriali e da tutte le imposizioni, nonostante il raggiungimento di questo obiettivo conduca a grandi sacrifici; a tal proposito è importante la descrizione che Guevara dà del rivoluzionario: “il rivoluzionario quando è vero è guidato da un grande sentimento d’amore, ha dei figli che non riescono a chiamarlo, mogli che fan parte di quel sacrificio, suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

Un’altra nota che colpisce in questo testo sono le ultime righe della canzone, tratte da alcune delle ultime lettere che scrisse, ai propri genitori e a Fidel Castro; ai primi dice di essere pronto alla morte che, per quanto non cercata era stata prevista (“Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo; non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo. “) a Fidel dice semplicemente di esser giunto all’atto conclusivo della sua storia (“Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo; sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.”): colpiscono semplicemente per la lucidità e quasi freddezza con cui Ernesto “Che” Guevara accetta la morte.

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Samantha e Andrea

Una calda giornata di luglio del ’53. Un bimbo di pochi anni corre sulla riva del mare cercando di evitare le onde che sembrano inseguirlo. Corre veloce e non si accorge della bambina dai lunghi capelli castani intenta a costruire un castello di sabbia a pochi metri da lui. Si gira indietro e cerca con lo sguardo i suoi genitori che, proprio in quel momento, lo stanno osservando.
È un attimo. La piccola costruzione di sabbia viene travolta e Andrea inciampa nella sabbia.
Uno strillo acuto e un pianto che sembra infinito rompono la quiete circostante.
Andrea, dopo essersi accorto del pasticcio combinato, appare ancora più amareggiato e triste della piccola Samantha.
I due si guardano con un po’ di diffidenza ma dopo pochi istanti Andrea sorride. Samantha ricambia il sorriso, ancora un po’ imbronciata. E’ l’inizio di una magica intesa che li porta a giocare insieme tutto il giorno, a perdersi nelle tipiche dolci risate dei bambini che ancora non hanno conosciuto la durezza della vita.
L’aria salmastra e il sole bruciante li proteggono in una dolce atmosfera.
Il tempo corre veloce, troppo veloce: quando Andrea e Samantha vengono richiamati dai rispettivi genitori la luce che li avvolge è quella rossastra del tramonto.
I bambini si congedano con un allegro sorriso e i loro genitori si scambiano un cenno di saluto. Mentre camminano veloci per tornare ognuno al proprio asciugamano si girano ancora una volta verso l’altro e si scambiano un saluto con le piccole manine.
Termina così una domenica diversa dal solito. Samantha e Andrea non conoscono il nome dell’altro, non sanno di abitare poco distanti l’uno dall’altro, in due diversi quartieri di quella Milano grande da impazzire. Dimenticheranno presto il loro incontro che resterà vivo solamente nel loro inconscio.
Passeranno anni, molti anni prima che, casualmente, le loro strade si incrocino di nuovo.

Aprile ’68. Una domenica di molti anni dopo.
Ancora una volta è stato un sorriso ad avvicinare Andrea e Samantha ed entrambi hanno avvertito una comune sensazione di intimità che non sanno spiegarsi.

Per molti è una domenica come tante, per loro due è una domenica diversa: attendono con ansia il momento in cui potranno finalmente incontrarsi.
Samantha è cresciuta e ha conosciuto le difficoltà che caratterizzano l’esistenza comune: vive in un piccolo appartamento nella malinconica periferia di Milano e i suoi genitori si affannano a pagare un mutuo che sembra inestinguibile.
Samantha è quasi una donna: ha lunghe gambe da cervo e il seno è in fiore e teso sopra un corpo ancora acerbo. Il suo passo leggero stona con i graffiti osceni dipinti sulle scale di quell’attrezzato policentro comunale.
Nei pressi di quel policentro la aspetta Andrea, jeans regolari e faccia da vinile, un piede appoggiato al muro. Vorrebbe parlare con Samantha ma le parole non riescono a uscire, frenate da un groviglio di innocenti emozioni. Si accende una Marlboro, compagna fedele, quasi a voler scaricare in qualche modo la rabbia dovuta alla sua esitazione.
Quel momento tanto atteso si consuma in un timido sguardo e in un saluto appena accennato mentre il cuore di Samantha si impegna in una folle corsa. Le loro anime si sono solo sfiorate in questo vago momento: lei torna a casa con le MS per suo padre, steso nella monotonia della sua grigia vita, mentre lui, seduto in un bar, sorseggia  una birra e riflette sulle circostanze di quegli attimi.

Andrea dopo qualche anno è diventato padrone di una pizzeria. Samantha ha cambiato quartiere e di lei non abbiamo più saputo nulla fino a quando, proprio nel locale di Andrea, abbiamo notato una giovane modella immortalata in tutta la sua bellezza nella copertina di una rivista famosa. Inconfondibili, quelle gambe da cervo.

Liberamente ispirata a “Samantha” di Francesco Guccini

ES – Erminio Sinni

Inserisco il cd nel computer, le cuffiette nelle orecchie e mi appresto ad ascoltare l’album che mi è appena stato regalato.
Il cantautore in questione è Erminio Sinni già noto per due splendidi album, “Ossigeno” (1993) e “11.167 km” (2006).

L’ultimo cd è “Es”, un richiamo non solo alle iniziali di Erminio Sinni ma anche alla nota teoria di Freud sui tre diversi stadi della personalità: l’es, in particolare, è l’istinto individuale e ciò che nasce da esso. Buoni presupposti, dunque.

Vediamo ora brevemente le canzoni contenute nell’album. Premetto che non mi intendo di musica quindi il mio giudizio ricadrà prevalentemente sui contenuti testuali di ogni brano. Per quel che riguarda la musica non  oso andare al di là di un semplice “mi piace” o meno quindi, se non ci sarà qualche nota particolare da citare, non esprimerò il mio parere.

L’album inizia con “Troppo fumo” e se mi troverò a canticchiarla in macchina o in un momento in cui sarò sovrappensiero non sarà certo per le parole: vuole essere una canzone di protesta ma prende la forma di un brano che dice tutto e non dice nulla. È un mio parere personale ma credo che se davvero si vuole fare protesta contro “un notiziario che si vorrebbe un po’ più serio” allora non sia il caso di affermare il proprio disinteresse per personaggi dello spettacolo e simili (li si cita e si dà loro uno spazio e un’attenzione, per quanto minima, che non meritano) ma tentare di portare alle orecchie della gente quelle situazioni di cui si sa poco o nulla. Interpreto “Troppo fumo” come il tentativo di continuare la linea lasciata da “Chi, dove, quando, perchè” (in “11.167 km”) con la differenza che se questa era una canzone riuscita non posso dire lo stesso di quella appena ascoltata.

Si prosegue con “Salvanime” che sicuramente dà un’impressione diversa ma non troppo migliore. Apprezzo molto la dolcezza della voce di Erminio in questa canzone ma il testo per quanto amabile non è certo uno dei suoi, di quelli che abbiamo imparato a conoscere ascoltando i due precedenti album. Tutto sommato, per quanto non presenti le mirabili espressioni di altre canzoni, è piacevole da ascoltare nonostante quel “Salvanime” alla fine ripetuto talmente tante volte da far nascere il pensiero che si sia incantato il disco.

È il turno di “Se ci fosse ancora Piero” ed ecco una novità: per la prima volta ci troviamo ad ascoltare in un brano di Erminio una parola “ca**o” buttata lì, così…per seguire la corrente? Certo non è (era) da lui. Insomma, non voglio far la puritana della situazione ma se dopo una frase come “ma ci resta la musica, ed un mare di parole in cui nuotare come naufraghi felici, verso un’isola azzurra che chiameremo idea, ma ci resta la musica, a innaffiare i nostri fiori un po’ ingialliti, in giardini di pietre, palpitanti di amori finiti, ma ci resta la musica, quella che strilla di notte, non ci lascia dormire” ne trovate un’altra con una parolaccia buttata lì tanto per fare colore…beh, credo che stoni e che il quadro, invece di colorarlo, lo sfregi. Ecco, tolto questo “piccolo” neo posso dire che la canzone, a mio avviso, merita di essere ascoltata. [Correzione: apprendo che il testo non è di Erminio ma la mia riflessione resta immutata ovvero non mi sarei aspettata di sentirlo cantare così, indipendentemente dal fatto che il testo non sia suo]

“Gustavo”: semplicemente da brivido. Ma da brivido d’orrore, intendetemi. E non infierisco oltre, anche perchè è difficile trovare parole adeguate per farlo.

“Si alza il vento” e non mi trasmette emozioni se non per quel “infrange e frusta il litorale” che ha un po’ il sapore del vecchio (è il caso di dirlo?) Erminio. Preciso più avanti, ma faccio notare subito che il libretto riporta un verso tra la seconda e terza strofa che, in realtà, non è poi cantato.

Il singolo che gira già da un po’ sul web e che ad un primo ascolto mi appariva orribile, “Me duele el alma”, prosegue la traccia delle prime canzoni ascoltate. O meglio, la musica è orecchiabile, tipico -credo- di quelle canzoni che si vogliono render commerciali (detestabile intento) ed il testo -se si esclude il ritornello- richiama quei vecchi testi che sembrano perduti nella versione “Erminio2012”. Purtroppo, non per questo, salvo il brano: il ritornello rappresenta più della metà del testo ed è ripetuto un numero eccessivo di volte e fa quasi pensare alla necessità di riempire un buco causato da assenza di idee e di parole ad accompagnarle.

“C’è un profumo” e ormai o mi è preso un senso di sconforto o proprio non ci siamo. Una strofa, tra tutte le altre, fa vibrare di quella speranza destinata a morire dopo poco. Ancora, la musica fa da sottofondo a brevi canzoni con un ritornello ripetuto tre volte e frasucce d’amore scritte -solitamente- con quel modo di “comporre” tipico di chi vorrebbe ma non sa giocar con le parole.

“Non ho perso tempo” finalmente! Nonostante si noti qua e là quell’incapacità di giocare con le parole, a cui facevo riferimento sopra, finalmente nelle orecchie un brano in quello stile che stavo cercando: “Ti chiamerò amore mio, anche se non dovrei perchè qualcun altro al posto mio, affonderà sul tuo bel cuore, unghie affilate di veleno e di piacere. Non ho perso tempo, dentro ai tuoi occhi, acqua di laghi alpini trasparenti specchi, su quella pelle dolce e nervosa, spina velluto liscio, delicata rosa”.

Non poteva mica durare tanto. “Con la bicicletta” è un’altra canzone che, senza ombra di dubbio, resterà facilmente impressa nella mente per il ritmo che le è associato. A parte un bel richiamo alla libertà “ti capisco bene siamo uguali io e te, senza stemmi né collari…” troviamo il leit-motiv di quest’album: l’immancabile ritornello da “Zecchino d’oro” ripetuto fino alla nausea e un testo le cui parole non dicono nulla. Una canzone leggera e ci sta, per carità, se non ci lamentassimo dei tg che non ci dicono nulla.

“Muore lentamente” ed ormai muoio lentamente anch’io. Non male il réfrain di “muore lentamente” e poi “lentamente muore”, non male il messaggio con un invito a Vivere (con la “V” maiuscola appunto) ma manca -e non riusciamo proprio a tirarla fuori- la maestria che Erminio aveva nell’esprimere concetti semplici con espressioni da incanto.

La seconda canzone di accennata protesta è “Cielo Nero” non migliore delle altre con quel solito odioso ripetere le stesse parole.

Alla fine troviamo “Uomo”, canzone che vale la spesa dell’intero album. E forse è proprio per questo che vi è stata inserita. Già la conoscevamo, anche questa gira sul web da un po’. D’altronde si nota subito la distanza che la separa da tutti gli altri brani che compongono l’album; qui troviamo l’Erminio che ricordavamo e che abbiamo imparato ad amare.
E a dire il vero, non so se sia stata una scelta così valida quella di inserire “Uomo” nel cd: aiuta a realizzare in pieno la delusione provocata in quei 30-40 minuti d’ascolto.

Insomma, non trovo più il cantautore che ha composto meraviglie come “E mi piaceva davvero pettinarti i capelli quei miliardi di diavoli neri, la punta estrema dei tuoi pensieri” per citare una frase su tutte di “E tu davanti a me” (“Ossigeno”) o testi come sono quelli di “Lacrime di cielo”, “Guarda nello specchio”, “Meno di niente”, “Lettera dalle stelle”, “La ragazza”, “Ti amo (è così semplice)” (Album “11.167 km”) e “E tu davanti a me” e “Non mi sembra ancora vero” (album “Ossigeno) e che poteva permettersi di cambiar metrica alle parole.

Per finire, un’ultima piccola “pignoleria”…presenti numerosi errori nel libretto: da spazi in eccesso ad altri mancanti, da maiuscole uccise a versi inseriti e non cantati, ecc.
So che può esser visto da molti come un errore trascurabile ma credo che quando si confeziona un prodotto ci sia il bisogno di curare tutti gli aspetti, pure questo. Capisco che chi scrive e ha macinato per mesi parole ormai legga i suoi pezzi senza neanche più farlo veramente. Motivo per cui sarebbe stato bello affidare il libretto, prima di darlo alle stampe, a qualcuno che andasse a caccia di eventuali piccoli errori.