La bambina che non esisteva – Siba Shakib

Questo breve romanzo narra la storia di Samira, unica figlia di un comandante afgano e capo della tribù in cui vive. Le credenze popolari ritengono che il primo figlio di un comandante debba essere un maschio così che possa sostituire il padre al momento della sua morte ma dall’unione dell’uomo con la moglie, Daria, nasce una bambina, Samira.
Samira è cresciuta come un maschio e questa finzione si rende ancor più necessaria in seguito ad un incidente di guerra che priva il comandante della sua virilità e gli impedisce di avere altri figli.
Samira diventa Samir, a tutti gli effetti. È cresciuta come un uomo e, incredibilmente, riesce a primeggiare in tutte le attività cui viene sottoposta tanto da diventare presto un esempio per tutti. Tutti i bambini vorrebbero essere come lui, tutte le bambine si incantano ad osservarlo. Samir cresce e continua ad attrarre attenzioni da parte di tutti ma è sempre più difficile sostenere la menzogna.
Un tragico evento, la morte del padre, porterà a faide all’interno della tribù tanto che Samir e Daria -non sentendosi più sicure- preferiranno fuggire e trovare riparo presso il papà di Daria, nonno di Samir.
Qui la ragazza maschio inizia una nuova fase della propria vita ma immutati restano l’attenzione e l’ammirazione che egli attira da tutte le parti.
Proprio nel nuovo villaggio Samir incontra uno degli affetti più profondi della sua vita, l’amico Bashir, con cui instaura un rapporto destinato a non essere solo platonico e a sconvolgere il suo fragile equilibrio: è Samir o Samira ad essere attrato da Bashir? La stessa duplicità si ritrova nella relazione che più tardi lo lega alla sorella di Bashir.

Nel corso dell’intera vicenda, Samir si trova a combattere per la propria esistenza e sopravvivenza, per quella della madre, per quella degli affetti importanti che la circondano. Nel corso dell’intera vicenda Samir si trova costretta a fare i conti con decisioni prese da altri e destinate ad avere ripercussioni pesanti su di lei e che la portano, una volta per tutte, a scegliere chi vuole essere: Samir o Samira.

La particolarità dell’opera sta nel modo in cui vengono costruiti i dialoghi: ci troviamo in presenza di un discorso indiretto che non si cura di essere racchiuso tra virgolette e presenta scarsa punteggiatura. Forse sarebbe meglio dire che ci troviamo di fronte ad una commistione tra discorso diretto ed indiretto.
Proprio questa caratteristica credo sia un fattore decisivo, al di là della trama e del modo in cui viene sviluppata, per apprezzare o denigrare il romanzo. Personalmente, non mi ha portato né a rifiutare la lettura del libro né a darle un valore aggiunto.
La vicenda narrata è degna d’attenzione in quanto pone in rilievo un tema molto importante: la condizione della donna in un paese come l’Afghanistan.
Credo che la rileggerei con piacere ma sono ancora indecisa se inserire questo libro nella mia biblioteca personale.

Patagonia express – Luis Sepùlveda

 Avevo letto questo libro un po’ di anni fa. Era tanto tempo che mi promettevo di rileggerlo    poiché ne conservavo un ricordo piacevole ma questo è uno di quei casi in cui è meglio non   provare a ripetere due volte la stessa emozione perché non si è certi che essa possa   riapparire e non si può conoscere l’intensità con cui possa farlo.
Nel corso di questa rilettura, non sono riuscita a ripercorrere la stessa strada di qualche   anno fa.
Sarà un po’ più difficile, quindi, presentarvi quest’opera.

Si tratta di una serie di appunti di viaggio, scritti su una moleskine durante il viaggio stesso   che ha luogo in Patagonia, appunto, e nella Terra del fuoco.
Questo tour è ciò che permette la coesistenza all’interno dell’opera di 12 piccoli racconti, ognuno dei quali rappresenta una storia a sé.
In quasi ognuno di essi è possibile rintracciare una frase o un pezzo che vorremmo condividere e rendere noto ad altri.
Sepúlveda ha il pregio di descrivere ogni fatto in maniera dettagliata, tanto da far immaginare molto bene la scena scritta entro poche righe. Apprezzo il modo in cui sono curate queste rappresentazioni ma l’insieme risulta, nel complesso, deludente.
Manca quel pizzico in più che potrebbe far rientrare quest’opera tra quei libri che consiglierei, o regalerei, ad un amico.

 

Ecco qui un piccolo assaggio:

“Ricordo tutto questo mentre aspetto seduto su una botte di vino, davanti al mare, in un porto del sud del mondo, e prendo appunti su un taccuino con i fogli a quadretti che Bruce mi regalò proprio per questo viaggio. Non si tratta di un taccuino qualunque. È un pezzo da museo, un autentica “moleskine”, apprezzatissima da scrittori come Céline o Hemingway, che ormai non si trova più nelle cartolerie. Bruce mi suggerì di fare come lui prima di usarla: numerare i fogli, annotare sul retro di copertina almeno due indirizzi nel mondo, e scrivere sulla prima pagina una promessa di ricompensa a chi restituirà il taccuino in caso di smarrimento. Quando sentii quel rituale, commentai che mi sembrava troppo inglese, e Bruce ribatté che proprio grazie a quel genere di precauzioni, gli inglese conservavano ancor oggi l’illusione di essere un impero; il nome dell’Inghilterra era scritto molto accuratamente nelle loro colonie, e quando le persero, in cambio di una piccola ricompensa economica, le recuperarono come parte del Commonwealth. I suoi argomenti mi convinsero e seguii le sue indicazioni.

Bruce mi spiegò che le “moleskine” uscivano dalle mani di un rilegatore artigiano di Tours, la cui famiglia le fabbricava fin dagli inizi del secolo, ma che dopo la morte dell’artigiano, nel 1986, nessuno dei suoi discendenti aveva voluto continuare la tradizione. Non bisogna lamentarsene. Sono le regole del gioco imposte da una pseudo modernità che giorno dopo giorno elimina riti, abitudini e dettagli di qualcosa che ben presto ricorderemo con nostalgia, e chiameremo vecchia cultura europea.”

Gli scali del Levante – Amin Maalouf

Questa è una storia che non mi appartiene, racconta la vita di un altro. Con parole sue, che ho soltanto risistemato quando mi sono sembrate poco chiare o prive di coerenza. Con le sue verità, che valgono quanto valgono tutte le verità. Che mi abbia mentito qualche volta? Non lo so. Non su di lei, in ogni caso, sulla donna che ha amato, non sui loro incontri, sui loro sbandamenti, le loro convinzioni, le loro disillusioni; ne ho la prova. Ma delle sue motivazioni personali nelle diverse tappe della vita, sulla sua famiglia così poco comune, di quella strana marea del suo modo di ragionare – voglio dire quei flussi e riflussi dalla follia al buon senso, dal buon senso alla follia – è possibile che non mi abbia detto tutto. Penso, comunque, sempre in buona fede. Senza dubbio mal sicuro nella memoria come nei giudizi: questo voglio pur ammetterlo. Ma costantemente in buona fede. È stato a Parigi che l’ho incontrato, per caso, in un vagone della metropolitana, nel giugno del 1976. Ricordo di aver mormorato: “È lui!” Mi sono bastati appena pochi secondi per riconoscerlo.

 

 Gli scali del Levante” racconta una storia molto particolare iniziata con un casuale incontro  tra il narratore di questa storia e il vero protagonista, del quale conosciamo il nome solo a storia  già avanzata. Si chiama Ossyan, nome che significa “ribellione”, poiché il padre sognava per lui  un futuro rivoluzionario.
Ossyan, ormai anziano, è notato a Parigi dal giovane narratore, appassionato di storia, che  riconosce l’uomo come uno dei membri della resistenza francese, la cui immagine si era impressa  nella sua mente dai tempi del liceo.
Il ragazzo decide di non potersi far sfuggire una simile occasione e segue l’uomo, apparentemente  perso in un vano girovagare.
L’occasione per rivolgergli la parola si presenta quando il giovane nota l’anziano signore cercare riferimenti su una cartina e, in questo modo, scopre che era impegnato in una sorta di “tour” per le vie, le strade, le piazze dedicate a resistenti francesi.

Credendo di aver trovato qualcuno che condivide il suo amore per quel periodo storico, il ragazzo inizia a parlare in maniera entusiastica con Ossyan, rendendosi conto di quanto sia difficile udire la sua voce nel corso di una conversazione.
La ritrosia di questo signore verrà superata e, dal momento in cui egli acconsente a narrare la propria vicenda personale, si può collocare l’inizio del meta-racconto, ovvero il racconto nel racconto.

Ossyan ci tiene a precisare di non essere “l’eroe della resistenza” che alcuni ritengono lui sia e sostiene di aver svolto un compito poco pericoloso e di nulla entità rispetto all’impegno profuso da altri.

Prima di esporre il suo ruolo nella resistenza francese compie un excursus sulla propria famiglia e sulle vicende che lo hanno portato a Parigi.
Certo non è facile descrivere in maniera rapida e allo stesso tempo esaustiva la sua famiglia ma da qualche parte bisogna pur iniziare. Intanto, la sua famiglia è una delle più importanti ed antiche famiglie nobili dell’impero ottomano.
La nonna, che aveva problemi mentali, si sposò con il suo psicologo, un uomo molto più anziano da lei, dal quale ebbe un figlio, il padre di Ossyan.
Della madre di Ossyan sappiamo che muore partorendo il terzogenito.
Perciò, la famiglia di Ossyan è composta da lui, dal padre, dal fratello e dalla sorella, entrambi più piccoli di lui.
Queste tre figure che compongono la sua famiglia sono emblematiche.

Il padre ripone i suoi desideri e le sue aspirazioni rivoluzionarie nel figlio maggiore che, sentendosi oppresso dal ruolo che gli si vuole affibbiare, sente nascere il desiderio di studiare medicina e, per realizzare il suo progetto, verrà aiutato dalla sorella, l’unica in grado di far ragionare il padre e trovare argomentazioni che possano convincerlo.
La sorella, quindi, ha un ruolo di particolare importanza nella vita di Ossyan, a cui si assomiglia per il temperamento mite e al quale resterà legata tutta la vita da un profondo affetto.
Il fratello, invece, è una persona molto diversa. Cresce sentendosi responsabile della morte della madre, ha un atteggiamento che non si presta ad essere domato e vive ai margini del piacevole ambiente casalingo, maturando un temperamento opposto a quello del fratello maggiore.

Grazie alla sorella che riesce a convincere il padre del fatto che un dirigente rivoluzionario deve anzitutto avere una buona cultura e lo persuade a lasciargli intraprendere gli studi di medicina in Francia, ritenuto uno dei paesi che offre una migliore preparazione, Ossyan parte in direzione Parigi, con il grande desiderio di lasciarsi alle spalle le aspettative che altri nutrono in lui e da cui lui si sente distante anni luce.

Ed è a Parigi che si trova quando scoppia la guerra. Dapprima neutrale, si vedrà presto coinvolto nella “rete” della Resistenza con il compito di diffondere il giornale della stessa rete che informa della verità inerenti la guerra.
Ed è per via di questo ruolo che conosce Clara che, rincontrata molti anni dopo l’esperienza della Resistenza, diverrà sua moglie.
Nel momento in cui Clara sta per dare alla luce la loro prima figlia, Ossyan viene convocato al capezzale del padre morente.
Proprio in quel periodo scoppia la guerra in Libano che costringe Ossyan a restare lontano dalla moglie e dalla figlia, mai vista.

Poco tempo dopo la morte del padre, un’insolazione lo costringe a letto per un certo periodo di tempo e avrà i suoi strascichi in una sorta di demenza. Questo è il pretesto per cui il fratello, che aveva troncato ogni rapporto con la famiglia nel momento in cui si era scoperto il suo ruolo come trafficante di merci da contrabbando, lo fa ricoverare in un ospizio, prendendo possesso e regnando incontrastato nella dimora paterna. La sorella, ormai, risiede in Egitto dove si è sposata.

L’ospizio in cui è ricoverato Ossyan, però, indebolisce fisicamente ed annulla ogni desiderio dei pazienti attraverso le medicine che vengono somministrate tutti i giorni.
A causa dello stato di demenza in cui si trova, la moglie Clara, impegnata a crescere la figlia da sola, non cerca contatti con il marito.

L’occasione per sfuggire al destino che lo attende si presenta quando il fratello di Ossyan invita a casa alcuni membri del governo francese, tra cui il ministro Bertrand (compagno di Ossyan al tempo della Resistenza francese) e che, per questo, fa condurre Osyan a casa per il pranzo.
La stato di apatia e distacco dal mondo in cui egli si trova, però, induce Bertrand a credere che ormai non si possa più fare nulla per aiutare il vecchio amico che, nel momento del saluto, riesce solamente a mostrargli una foto raffigurante la figlia appena nata. Questo gesto viene interpretato dal ministro francese come il gesto di un demente e non presta importanza ad esso.

È solamente anni dopo, quando la figlia di Ossyan e Clara si reca in Francia presso Bertrand ed ascolta le vicende che hanno coinvolto il famoso Baku (questo il nome segreto del padre ai tempi della guerra) che ella si decide a cercare il padre.
Attraverso un espediente riesce ad entrare nella clinica dove si trova il padre e a comunicare con lui, affidandogli un libro dove ha nascosto una lettera.
Quando torna in Francia, Bertrand la dissuade dal tentare nuovi contatti col padre, giustificando l’atteggiamento dell’uomo nel momento in cui ha incontrato la figlia come quello di un pazzo.
La lettera, però, ha dato la scossa che serviva a Ossyan per tornare alla vita. Questi riesce a diminuire gradualmente la dose dei medicinali somministratagli e a riprendere la lucidità di un uomo normale.
Quando la guerra raggiunge l’apice, medici e infermieri lasciano l’ospedale abbandonando i pazienti al loro destino. Così, finalmente Ossyan riesce a fuggire e a rifugiarsi in Francia, presso l’amico Bertrand, ben felice di trovare il Baku che conosceva un tempo, al quale racconta la propria storia.

Nel momento in cui è iniziato il racconto, Ossyan si trova a Parigi in attesa di incontrare Clara, in memoria di un loro vecchio appuntamento in quella stessa ricorrenza.
Ossyan non sa se Clara si presenterà e cosa potrà succedere tra loro.
A questo punto, sono trascorsi tre giorni da quando egli ha iniziato a narrare la propria storia e decide di salutare il giovane che si è dimostrato così attento alle sue parole.

Il ragazzo è curioso di scoprire se Clara si presenterà o meno all’appuntamento e cerca di spiare il tutto dalla terrazza di un bar ma, quando noterà una figura femminile avvicinarsi ad Ossyan, il senso del pudore avrà la meglio e si accontenterà di sapere che i due si sono incontrati.
Con questo velo di incertezza, circa l’esito dell’incontro, termina la storia.

L’amante – Marguerite Duras

Quest’opera narra la storia d’amore tra una giovane quindicenne bianca e un trentenne  cinese.

Lei abita a Sadec insieme alla madre, un’insegnante, al fratello maggiore, una persona  non certo affabile, e al fratello minore, vittima del maggiore.

Lei è bianca, sono poche le ragazze bianche a Sadec e questo la mette in una posizione  di superiorità rispetto agli abitanti. Però è povera. E’ costretta a vivere in quello che  lei chiama “l’orrore dell casa di Sadec”.

Lui abita a Sadec, come lei, ma in una casa grande, bella…è ricco, appartiene ad una  minoranza finanziaria che ha in mano le redini del commercio.

Si incontrano la prima volta sul battello che porta a Saigon, dove lei studia in un  collegio.Lui è in una limousine nera, lei ammira il panorama, indossa un semplice  abito, scarpe dorate e un cappello da uomo.

Così inizia.

Lei arrivista, diventa la sua amante, lui è ricco e può darle tutto quello di cui ha bisogno. Lui è innamorato e vive questo amore con angoscia, sa che dovrà finire, suo padre non gli permetterà di sposare una donna bianca, il suo matrimonio è stato combinato da anni. Il loro legame è passionale e perverso. Lei sa che lui è ai suoi piedi, ha solo da chiedere. Il loro è un rapporto intenso ma per lei non si tratta di amore.

Inutile cercare di trasmettere le emozioni di queste pagine del romanzo della Duras, andrei avanti per ore e non riuscirei a rendere l’idea.

Un giorno, è costretta a tornare a Parigi, in seguito anche al matrimonio di lui. E solo su quel battello che la sta portando via dall’orrore della casa di Sadec, dal collegio di Saigon, da Lui, lei si accorge di averlo amato. Solo in quel momento se ne accorge.

Anche questa volta posto per primo questo brano, l’ultimo del romanzo. A mio parere questo brano rappresenta la sintesi di quest’opera indescrivibile ed è in questo punto, ed in particolar modo nell’ultimissima frase, che si comprende appieno tutta l’opera. E’ solo una parte del tutto (come direbbe Hegel…) ma è in questa “parte del tutto” più di ogni altra che ami la storia fin dal profondo e ti senti male per la sua struggente bellezza e devastazione.

Des années après la guerre, après les mariages, les enfants, les divorces, les livres,il était venu à Paris avec sa femme. Il lui avait tèlèphonè. C’est moi. Elle l’avait reconnu dès la voix. Il avait dit: je voulais seulement entendre votre voix. Elle avait dit: c’est moi, bonjour. Il ètait intimidé, il avait peur comme avant. Sa voix tremblait tout à coup. Et avec le tremblement, tout à coup, elle avait retrouvé l’accent de la Chine. Il savait qu’elle avait commencé à écrire des livres, il l’avait su par la mère qu’il avait revue à Saigon. Et aussi pour le petit frère, qu’il avait été triste pour elle. Et puis il n’avait plus su quoi lui dire. Et puis il le lui avait dit. Il lui avait dit que c’était comme avant, qu’il l’aimait encore, qu’il ne pourrait jamais cesser de l’aimer, qu’il l’aimerait jusq’à sa mort.

Anni e anni dopo la guerra, dopo i matrimoni, i figli, i divorzi, i libri, era venuto a Parigi con la moglie. Le aveva telefonato. Sono io. Lei l’aveva riconosciuto dalla voce. Le aveva detto, volevo solo sentire la tua voce. Lei aveva detto, ciao, sono io. Era intimidito, aveva paura come prima, la voce improvvisamente gli tremava e in quel tremito, improvvisamente, lei aveva ritrovato l’accento cinese. Sapeva che aveva iniziato a scrivere dei libri, l’aveva saputo dalla madre che aveva rivisto a Saigon. E anche del fratello minore, che era stato male per lei. E poi sembrava che non avesse altro da dire. E poi glielo aveva detto. Le aveva detto che era come prima, che l’amava ancora, che non avrebbe mai potuto smettere d’amarla, che l’avrebbe amata fino alla morte.

Ecco qui il video in italiano della scena finale, anche se presenta alcune piccole imperfezioni nella traduzione.

L’amico ritrovato – Fred Uhlman

 Un capolavoro racchiuso in poche pagine.  Una storia toccante ed indimenticabile. La storia di un’Amicizia (e la “A” maiuscola non è stata scritta casualmente…)

Protagonisti sono Hans Schwarz e Könradin von Hohenfels. I due si conoscono sui  banchi di scuola. Diversi ma uguali. Isolati dal resto della classe e del mondo adolescenziale.

La loro storia inizia nel momento in cui Hans mostra a scuola alcune monete di cui fa  collezione attirando l’attenzione di Konradin, che condivide la sua stessa passione.  Ognuno trova nell’altro la parte mancante di sé, quella che serve a completare il proprio  essere.

Ma la loro è un’amicizia che si trova di fronte ad un ostacolo insormontabile. Hans è un ragazzo come tanti altri, ebreo. Konradin appartiene a una nobile famiglia. Non vedete alcun problema nella loro differenza sociale? E se vi dicessi che questa storia è ambientata nella Germania degli anni ’30 riuscireste a capirlo?

Per di più, la famiglia di Konradin è personalmente legata alla figura di Hitler. Questo causa il deterioramento del rapporto tra i due giovani. Quando le leggi razziali vengono attuate, i genitori di Hans decidono di far partire il figlio per l’America, dove potrà essere ospitato dagli zii. Assicurato il futuro del figlio, i genitori aprono il gas e si suicidano.

Molti anni dopo, quando ormai Hans si è fatto una vita in Germania, gli arriva una lettera dal liceo che aveva frequentato in Germania che riporta alla luce vecchi ricordi. In questa lettera si chiedono fondi per poter dedicare un monumento agli ex-studenti caduti nella Seconda Guerra Mondiale.

Credo di non poter andare oltre per descrivere questo libro come meriterebbe. Pertanto  vi posto un brano tratto dalle ultime pagine. Ritengo che questo sia il miglior assaggio che Voi possiate avere, per quanto molti  possano non approvare la mia scelta di rivelare il finale dell’opera.

 “(…) Ben trentasei, sui quarantasei studenti che componevano la mia classe, avevano   perso la vita. Deposi l’opuscolo e attesi. Aspettai dieci minuti, poi mezz’ora, senza lasciare con lo sguardo quelle pagine stampate. Volevo veramente sapere? Ne avevo davvero bisogno? Che importanza poteva avere che fosse vivo o morto, visto che, comunque, non l’avrei più rivisto?

     Ma ne ero proprio sicuro? Era davvero impossibile che la porta di casa si aprisse per farlo entrare? E non stavo già, in quello stesso istante, tendendo l’orecchio per cogliere il suo passo?

     Afferrai l’opuscolo con l’intenzione di stracciarlo, ma… all’ultimo momento, mi trattenni. Facendomi forza, quasi tremando, lo aprii alla lettera “H” e lessi: “VON HOHENFELS, Konradin, implicato nel complotto per uccidere Hitler. Giustiziato”.