Mare al mattino – Margaret Mazzantini

Mare al mattino” è un breve romanzo di piacevole lettura.
In questo lavoro di Margaret Mazzantini si intrecciano due storie simili tra loro: quella di Farid e della madre Jamila, costretti a fuggire dalla Libia in guerra, e quella di Angelina e del figlio Omar, che -invece- torneranno in Libia, dopo la guerra e per breve tempo.
Lo spazio dedicato alle due storie non è proporzionale. Le prime pagine del romanzo narrano brevemente le vicende di Farid e della sua famiglia, spazi e personaggi che tornano solo in poche altre frasi fino a giungere ad un velato incrocio con la vita di Omar ed Angelina.
A questi due personaggi, ed in particolar modo ad Angelina (fuggita dalla Libia all’età di 11 anni) si dà maggiore spessore: nelle pagine del libro trovano spazio sia eventi inerenti l’infanzia di Angelina, sia eventi riguardati il suo arrivo in Italia e le difficoltà incontrate, sia episodi che si incentrano sul figlio Omar. Il romanzo è articolato scegliendo di condurre in parallelo la ricostruzione della vita dei due personaggi e questo causa una certa confusione (seppur leggera e di facile superamento ad una lettura più attenta) nella comprensione dello sviluppo degli eventi a cui si accompagna un senso di attesa, raramente soddisfatto, di sapere qualcosa di più su Farid e Jamila.

Il merito dell’autrice sta nell’aver accennato ad una serie di temi che occupano sempre maggior rilevanza nella storia odierna come, per esempio, la vita dei profughi (con brevissimi accenni ai motivi storici che li hanno portati a divenire tali), al rapporto di coppia nel mondo arabo, al rapporto tra genitori-figli e ad altri temi più comuni quali le amicizie nate in età infantile.
Probabilmente, proprio questi elementi di merito fanno comprendere il limite dell’opera: l’aver trattato e svolto il tutto troppo brevemente ed in maniera troppo soffusa. Con ciò non intendo dire che l’opera non sia godibile ma credo che sarebbe stata ancor più apprezzabile se svolta più in profondità.

Il peso della farfalla – Erri de Luca

Al re piaceva quando la montagna se ne stava in un abbraccio stretto col temporale e il vento. L’aquila non vola e l’uomo non sale. La tempesta cancella le tracce dei camosci, porta via il loro odore, invergina la terra. Il re stava all’aperto fino all’ultimo scroscio.

Breve racconto in cui dominano due protagonisti: un camoscio e un cacciatore, nemici quasi da sempre.
Il cacciatore, infatti, è l’assassino della madre del camoscio quando questo era ancora un cucciolo. 
Il cucciolo si trova a crescere solo insieme alla sorella e senza un branco ma, un giorno, un’aquila si porterà via la sorella e da quel momento lui sarà solo.

Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere sa sparo.
Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo. Crebbe di una taglia in più rispetto ai maschi della sua specie.  

Solo, fino a quando non giunge il momento di sfidare il maschio di un branco e vincerlo.
Dopo quella vittoria sarà lui il re dei camosci, un re come non se ne era mai visti. Vive lontano dal suo branco, che controlla da lontano, e a cui si congiunge in vari momenti senza mai dare la possibilità di prevedere il suo arrivo. 

 Lo scontro fu violento e breve. Le corna dello sfidante si aprirono  una breccia nella difesa e il corno sinistro agganciò il ventre  dell’avversario. Lo squarciò con un chiasso di strappo e in alto  strepitò il frastuono di ali. Gli uccelli proclamarono il vinto a loro  destinato. Il camoscio sventrato fuggì perdendo viscere,  inseguito. Le ali si tolsero dal cielo e scesero in terra a divorarle.  La fuga del vinto si spezzò di netto, s’impuntò e cadde sopra il  fianco.
 Sul corno insanguinato del vincitore si posarono le farfalle  bianche. Una di loro ci restò per sempre, per generazioni di  farfalle, petalo a sbattere nel vento sopra il re dei camosci nelle  stagioni da aprile a novembre. 

Il camoscio sarà re incontrastato per molti anni fino a quando, una mattina di novembre, si renderà conto di essere giunto alla sua ultima stagione. 
Incantevole la descrizione che de Luca dà del camoscio.

 Quel giorno di novembre il re riconobbe il declino. Il cuore  batteva più  lento dei duecento colpi al minuto, spinta che dà  ossigeno agli slanci in salita e li fa superare in leggerezza.
 Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla  cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su  strapiombi, giocolieri in  salita, acrobati in discesa, sono artisti  da circo per la platea delle  montagne. Gli zoccoli del camoscio  appigliano l’aria. Il cavallo a  cuscinetto fa da silenziatore  quando vuole, se no l’unghia divisa in due  è nacchera di  flamenco. Gli zoccoli del camoscio sono quattro assi in  tasca a un  baro. Con loro la gravità è una variante al tema, non una  legge.
Li poggiò all’alba nella nebbia fitta, da non vedere a terra e se li trovò incerti. Così aspettò che il cuore spingesse i colpi fin dentro le unghie e il giorno crescesse insieme ai battiti.
Non voleva cedere, chinare il suo corno sinistro davanti a un maschio minore, solo più fresco di forze.

 Proprio quel giorno, il camoscio si accorge della presenza dell’uomo. Proprio quel cacciatore che insegue il re dei camosci da anni senza mai riuscire a catturarlo. L’animale si beffa di lui. 

Gli arrivò in salito l’odore dell’uomo e del suo olio. Apparteneva all’assassino di sua madre. Era lui, saliva ad abbattere camosci da solo, cercava il loro re da anni.
Dette un calcio a una pietra e la mandò a sbattere lontano sopra le ghiaie ripide. L’urto fece precipitare una piccola scarica di sassi. L’uomo in fondo al pendio si voltò in su a cercarla, per risalire alla bestia che l’aveva mossa. Guardò nel punto sbagliato. Il re dei camosci nell’ombra lo prendeva in giro da anni. 

Anche il cacciatore, in quello stesso giorno di novembre, si sveglia affaticato e sente accorciarsi i giorni a sua disposizione. 

Quel giorno di novembre si alzò stanco nelle gambe, appena sveglio già pesava un affanno da fine giornata. Fu il sole a persuaderlo a prendere il sacco. L’arma era dalla sera prima accanto al letto, chi vive solo deve stare pronto. Uscì con il caffè che gli fumava in testa. 

Quello è il giorno in cui si stabilirà chi sarà il vincitore.
Il camoscio dall’alto osserva il suo branco. Tra di loro si interpone il cacciatore, accucciato in attesa di vedere spuntare il re. L’animale compie un atto decisivo. 

L’uomo era una schiena facile da calpestare. Saltandoci sopra lo poteva scaraventare in basso. Il re pesava quanto l’uomo, mai se ne era visto uno di taglia simile. Si alzò il ciuffo di schiena in segno di battaglia. Scosse il corno nell’aria per liberare la farfalla, picchiò l’unghia dello zoccolo sopra la roccia, rumore perché l’uomo si voltasse. Non lo voleva di schiena ma di fronte.
L’uomo si girò a serpe verso il fucile in tempo per vedere il re dei camosci che gli veniva addosso a precipizio con due balzi in discesa. Era forza, furia e grazia scatenata. Uno strepito di grida e una folla di ali chiamò per la montagna. Gli zoccoli anteriori sfiorarono il collo dell’uomo, i posteriori fecero volare via il cappello. Il re gli era saltato addosso sfiorandolo senza un graffio e volava in basso verso il branco che aveva rizzato orecchie e musi. 

Il branco non si accorge dell’uomo e si ferma ad osservare il re che gli si muove incontro.  

Ogni camoscio si fermò dov’era a guardare la novità speciale del loro signore delle tempeste, uscito allo scoperto incontro a loro. Il re non li raggiunse. Si fermò all’improvviso, si impennò sulle zampe davanti e tornò indietro. Scalò un sasso appuntito, piantato su uno sfasciume di rocce appese al vuoto. E restò lì.
Era il giorno perfetto, non si sarebbe più battuto contro nessuno dei suoi figli e non doveva aspettare l’inverno per morire.
Aspettò lì fermo impettito la palla da undici grammi che gli passò dall’alto in basso il cuore.
Morì prima di sentire il fragore dello sparo, una martellata contro la lamiera del cielo. Cadde dalla cima del sasso e rotolò verso i camosci. Qui l’uomo vide una cosa che mai era stata vista. Il branco non si disperse in fuga, lentamente fece la mossa opposta. Le femmine prima, poi i maschi, poi i nati in primavera salirono verso di lui, incontro al re abbattuto. Uno per uno chinarono il muso su di lui, senza un pensiero per l’uomo in agguato. Toccarono con le corna, una spinta leggera, il dorso fulvo e ispessito del padre di tutti loro. Le femmine appoggiarono due colpi, i piccoli sfregarono timidi i loro primi centimetri  sul mantello invernale, già scuro, del loro patriarca.
Niente era più importante per loro di quel saluto, l’onore al più magnifico camoscio mai esistito. L’uomo guardava, l’arma ancora in spalla, il corpo sui gomiti. Abbassò il fucile. La bestia lo aveva risparmiato, lui no. Niente aveva capito di quel presente che era già perduto.

[…]

 Rimase in piedi con la bestia addosso a sentire se il corpo ce la  faceva. Una farfalla bianca gli volò incontro e intorno. Ballò  davanti agli occhi dell’uomo e le palpebre gli vennero pesanti. Le  gerle piene di legna,  le bestie portate sulle spalle, gli appigli tenuti  con l’ultima falange delle dita: il carico degli anni selvatici gli  portò il conto sopra le ali di una farfalla bianca. Guardò il volo  spezzato che gli girava intorno. Dalla spalla pendeva la testa  rovesciata del camoscio. Il volo andò a posarsi sopra il corvo  sinistro. Stavolta non poté cacciarla. Fu la piuma aggiunta al  carico degli anni, quella che lo sfascia. S’incupì il respiro,  le gambe s’indurirono, il battito di ali e il battito del  sangue si fermarono insieme.

 

 

 

 

Il mercante di libri maledetti – Marcello Simoni

Non molto tempo fa, ho deciso di risistemare i libri del mio negozio che giacevano in evidente stato confusionale e disposti sugli scaffali senza alcun criterio.
Alla fine del lavoro, ho preso un romanzo da quegli scaffali. Forse a caso, non ricordo. Volevo una lettura semplice. Ma semplice è una parola che non veste così bene “Il mercante di libri maledetti”, pubblicazione recente e opera d’esordio di Marcello Simoni

Certo, ho storto un po’ il naso quando ho letto “Un grande thriller di Marcello Simoni”, essendo questa la sua prima opera avrei preferito fosse sottolineato proprio questa sua peculiarità e non proprio la presunta grandezza del, finora anonimo, scrittore.
Ho inarcato un sopracciglio quando dalla trama ho appreso che la storia era ambientata nel Medioevo e dislocata tra Italia, Francia e Spagna.
Il mio primo pensiero è stato: “Chissà quanti pasticci questo autore avrà combinato da un punto di vista storico…”. Mi sono rasserenata poco dopo: Simoni è un archeologo, laureato in Lettere, ora bibliotecario, che recentemente ha dedicato la propria attenzione proprio al Medioevo. Che potrebbe anche non voler dir niente, lo so. Ma l’opera ha smentito ogni mio timore.

Come già ho accennato è un romanzo tutt’altro che facile per via della stretta rete che avvolge i vari personaggi. Per questo ho deciso di farvi un breve elenco di quelli principali.
Il protagonista incontrastato dell’opera è un mercante di reliquie, Ignazio da Toledo, che è accompagnato nei suoi viaggi da Willalme, un uomo misterioso e legato allo spagnolo per motivi che verranno svelati solo nel finale dell’opera.

All’inizio della storia Ignazio e Wilalme si recano in un monastero nei pressi di Venezia, a Santa Maria del Mare, dove molti anni prima il mercante aveva lasciato un segreto in custodia all’abate di quel luogo, Maynulfo da Silvacandida. A riportalo in quei luoghi saranno motivi d’affari.

Quando giunge a Santa Maria del Mare, però, scopre che l’abate è morto molto tempo prima ed il suo posto è stato preso da tal Rainero da Fidenza, una figura viscida ed ombrosa. Poco dopo il suo arrivo al monastero, Ignazio verrà a conoscenza di una diceria ritenuta veritiera da molti: la morte del precedente abate non sarebbe stata casuale ma intenzionale, un omicidio insomma.
Una lettera spinge il mercante a lasciare il monastero per recarsi a Venezia. A lui e Willalme si aggiungerà il giovane Uberto, un converso cresciuto dai monaci e desideroso di conoscere il mondo che sta al di fuori della piccola realtà in cui è cresciuto.
A Venezia, avviene un incontro interessante con il Conte di Scalò che incarica Ignazio di recuperare per lui un libro molto particolare, che racchiuderebbe il segreto degli Angeli, l’Uter Ventorum. Ad informare il conte dell’esistenza di questo libro è stato Vivien de Narbonne.
Ecco il primo colpo di scena. Costui è un abate che si crede morto, sfracellato in un dirupo, da molti anni. Il migliore amico di Ignazio il quale, tramite la consegna di un piccolo ciondolo appartenuto aVivien, si convice ch’egli sia ancora vivo.
Il mercante si decide ad iniziare questa impresa, ancora ignaro di essere nuovamente seguito dalla Sainte-Vehme, una setta nata ai tempi di Carlo Magno, morbosamente attratta dall’opera. E Da Ignazio. E da Vivien. 

Per prima cosa, il mercante di Toledo e i suoi compagni si recano all’abbazia di San Michele della Chiusa dove viveva Vivien per tentare di ricavare qualche indizio dalla cella dell’abate, rimasta vuota per tutti quegli anni. Nessuna traccia viene trovata e i tre si dirigono al cimitero per vedere la sepoltura dell’uomo e, proprio qui, trovano inciso nel legno della croce un crittogramma che, per Ignazio, è la prova del fatto che l’amico creduto morto da molto tempo in realtà sia ancora in vita. Ignazio scopre come risolvere il crittogramma e ne ricava quattro indizi dai quali intuisce che il libro è stato smembrato in altrettante parti.
Ma la Sainte-Vehme è sulle sue tracce e ben presto arriverà alla stessa abbazia. Uno slavo, Slawnik, troverà lo stesso crittogramma e lo porterà al Gran Maestro di quella setta, Dominus che sa interpretarlo così come ha fatto Ignazio.

Il viaggio verso i quattro luoghi che custodiscono il libro (Tolosa, Puente la Reina, Sahagùn, Compostela) sarà una corsa contro il tempo, disputata non solo tra il mercante, i suoi amici e gli emissari della Sainte-Vehme ma anche da altri personaggi che si inseriscono nel racconto. Si tratta di Scipio Lazarus, che fin dall’inizio del racconto era stato nominato dal bibliotecario del monastero di Santa Maria del Mare, il quale informa  Ignazio della corrispondenza esistente tra quest’uomo e l’abate Rainero. In realtà, il lettore sa che Rainero era diventato abate proprio grazie all’intercessione di quest’uomo che chiedeva, in cambio, costanti informazioni sulla figura di Ignazio e il segreto che egli ha nascosto nel monastero.
L’altro personaggio è il conte Dodiko che si incontra proprio con Scipio Lazarus: entrambi interessanti al mercante di Toledo, entrambi interessati all’ “Uter Ventorum”.

Ma chi sono veramente Scipio Lazarus e il conte Dodiko? Scipio Lazarus vuole la morte di Ignazio, Dodiko si dichiara intenzionato a salvargli la vita. 
E poi, lo ricordiamo, c’è Dominus, il Gran Maestro della Sainte-Vehme, la temibile Maschera Rossa.
Ed ancora, chi è Vivien de Narbonne? E’ ancora lo stesso amico di molti anni prima?

Un’opera avvincente e ben costruita. Stile semplice e lineare che non sminuisce il piacere della lettura. Uno sfondo storico decisamente intrigante, anche perchè non sono in molti a ricordare la setta di Sainte-Vehme. Ne ho cercato notizie e non sono riuscita a trovarne, neanche il catalogo bibliotecario dell’università conserva una sola opera dedicata a questa parte di storia. Certo, non aspettatevi un’opera di elevato profilo storico perchè certo questo non è il fine dell’opera ma prendetelo come un thriller, a mio modo di vedere, valido.

 

Il sentiero dei nidi di ragno – Italo Calvino

Ambientato nel ponente ligure ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza Partigiana. Protagonista è Pin, un bambino di dieci anni, orfano di entrambi i genitori che vive con la sorella, Nera di Carrugio Lungo, nota prostituta della zona.

Pin è un bambino disagiato, cresciuto troppo in fretta ma senza aver acquisito una reale  maturità, è scartato sia dai suoi coetanei che non capiscono il suo atteggiamento, sia dagli  adulti che lo vedono pur sempre come un “bambino”.

Ritengo molto particolare questa storia raccontata dagli occhi di un bambino che non  comprende il mondo che lo circonda, che sia quello degli adulti o che sia quello dei bambini.

Particolare per gli atteggiamenti mutevoli che contraddistinguono il piccolo Pin che, alla  disperata ricerca di un amico, trova in persone diverse quella che potrebbe essere adatta a  ricoprire questo ruolo ma ne viene poi, quasi immediatamente, deluso.

Pin sostiene che suo amico sarà colui che si interesserà del suo luogo segreto: quello in cui  fanno il nido i ragni.

Particolare perché lo scenario della guerra viene presentato attraverso gli occhi di un bambino  che non capisce non solo perché essa sia nata e da che parte stare ma anche che cosa sia una guerra.

Vedremo il piccolo Pin che, per mantenersi amici gli uomini dell’osteria, accetterà la sfida che lo vedrà impegnato a rubare la pistola al tedesco, amante di sua sorella. Colpito dai discorsi di un uomo misterioso che si trova all’osteria insieme agli altri uomini del paese decide di aiutarli in questo compito. Parlano di un misterioso “comitato” che Pin crede essere il nome dell’uomo misterioso.

Dopo aver sottratto la pistola al tedesco, tornerà all’osteria ma il nuovo atteggiamento dei compaesani che si scambiano pareri dubbiosi su Comitato lo lasciano interdetto, così che decide di fuggire e non consegnare loro la pistola.

Verrà poi imprigionato dai tedeschi e sarà rinchiuso in carcere. Da qui riuscirà a fuggire grazie all’aiuto di Lupo Rosso, un ragazzo molto noto nell’ambiente della Resistenza.

Con lui, Pin si sente al sicuro ma Lupo Rosso si allontanerà nel corso della notte e, trattenuto da una missione, non tornerà a prendere Pin come, invece, aveva promesso.

Ancora una volta Pin si sente invadere dalla paura, paura che lo domina finché non incontra un uomo. Riporto qui sotto il brano del loro incontro.

“Chi va là!” dice l’uomo.
Pin non sa cosa rispondere, ha le lacrime che urgono, e ripiomba in un pianto totale, disperato.
L’uomo s’avvicina: è grande e grosso, vestito in borghese e armato di mitra, con una mantellina arrotolata a tracolla.
Dì, perché piangi?” dice.
Pin lo guarda: è un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana: ha un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca.
“Che cosa fai qui, a quest’ora?” dice l’uomo “ti sei perso?”
La cosa più strana di quell’uomo è il berretto, un berrettino di lana col bordo ricamato e il pon-pon in cima, non si capisce di che colore.
“Ti sei perso: io a casa non ti posso riaccompagnare, io con le case ci ho poco da vedere, non posso mica riportare i bambini smarriti, io!”
Dice tutto questo per giustificarsi, più verso sé stesso che verso Pin.
“Non mi sono smarrito” dice Pin.
“E allora? Che fai tu in giro per di qua?” fa l’omone col berrettino di lana.
“Dimmi prima che fai tu”
“Bravo” dice l’uomo “sei in gamba. Vedi che sei in gamba, perchè piangi? Io vado ad ammazzare la gente, la notte. Hai paura?”
“Io no, sei un assassino?”
“Ecco: neanche i bambini hanno più paura di chi ammazza la gente. Non sono un assassino ma ammazzo lo stesso.”
“Vai ad ammazzare un uomo, adesso?”
“No. Ritorno”
Pin non ha paura perché sa che c’è chi ammazza la gente eppure è bravo: Lupo Rosso parla sempre di ammazzare eppure è bravo, il pittore che stava di fronte a casa sua ha ammazzato sua moglie eppure era bravo, Miscèl Francese adesso avrebbe ammazzato gente anche lui e sarebbe restato Miscèl Francese. Poi l’omone col berrettino di lana parla d’ammazzare con tristezza, come se lo facesse per castigo.
“Lo conosci Lupo Rosso?” chiede Pin.
“Perdio, se lo conosco; Lupo Rosso è uno del Biondo. Io sono uno del Dritto. E tu come lo conosci?”
“Ero con lui, con Lupo Rosso, e l’ho perduto. Siamo scappati d’in prigione. Abbiamo messo l’elmo alla sentinella. A me prima m’hanno frustato con la cinghia della pistola. Perché l’ho rubata al marinaio di mia sorella. Mia sorella è la Nera di Carrugio Lungo.”
L’omone in berrettino di lana si passa un dito sui baffi: “Già già già già… dice, nello sforzo di capire la storia tutta in una volta.. E adesso dove vuoi andare?”
“Non lo so”, dice Pin. “Tu dove vai?”
“Io vado all’accampamento.”
“Mi ci porti?” dice Pin.
“Vieni. Hai mangiato?”
“Ciliege” dice Pin.
“Ben. Tieni del pane”, e tira fuori di tasca il pane e glielo dà.
Ora camminano per un campo d’olivi. Pin morde il pane: ancora qualche lacrima gli cola per le guance e lui la inghiotte assieme al pane masticato. L’uomo lo ha preso per mano: è una mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane.
“Dunque, vediamo un po’ com’è andata… Al principio di tutto, m’hai detto, c’è una donna…”
“Mia sorella. La Nera di Carrugio Lungo”, dice Pin.
“Naturalmente. Al principio di tutte le storie che finiscono male c’è una donna, non si sbaglia. Tu sei giovane, impara quello che ti dico: la guerra è tutta colpa delle donne…”

L’uomo si chiama Cugino.

Pin inizia a vivere con i partigiani. Da ricordare di questo periodo è, tra le tante, la sera  in cui la moglie di Mancino, la Giglia flirta con il capo partigiano, il Dritto, dando  accidentalmente fuoco al rifugio dei partigiani. Questo causa il loro rapido  allontanamento, poiché il fuoco è stato sicuramente notato dal paese, in un luogo  ancor più disagevole di quello precedente. Questo episodio ci porta alla mente le  parole di Cugino: “Al principio di tutte le storie che finiscono male c’è una donna”.

La brigata partigiana si ricongiungerà poi con le altre poco prima di un’imminente  battaglia e in quest’occasione Pin troverà un suo compaesano che lo informerà del fatto  che la sorella è nelle SS e che è responsabile del rastrellamento compiuto al paese.

Pin, dopo aver rivelato la relazione tra la Giglia e il Dritto, capisce che non può più restare tra i partigiani e si allontana dal gruppo.

Tornerà a casa propria, accolto dalla finta gioia della sorella che tenta di farlo passare al servizio dei tedeschi.

Quando Pin si accorge che la sorella possiede la P38 che lui aveva sottratto al tedesco cerca di capire come ne sia entrata in possesso e scopre che la pistola gli è stata data da un ex-partigiano, compagno di Pin, che era passato al servizio dei tedeschi e aveva trovato l’arma.

Il bambino, furioso, si riprende la pistola e scappa dalla sorella.

Riprende a vagare nel buio. Riporto il brano finale dell’opera.

Pin cammina piangendo per i beudi. Prima piange in silenzio, poi scoppia in singhiozzi. Non c’è nessuno che gli venga incontro, ora. Nessuno? Una grande ombra umana si profila a una svolta del beudo.
“Cugino!”
“Pin!”
Questi sono posti magici, dove ogni volta si compie un incantesimo. E anche la pistola è magica, è come una bacchetta fatata. E anche il Cugino è un grande mago, col mitra e il berrettino di lana, che ora gli mette una mano sui capelli e chiede: “Che fai da queste parti, Pin?”
“Son venuto a prendere la mia pistola. Guarda. Una pistola marinaia tedesca.”
Il Cugino la guarda da vicino. “Bella. Una P. 38. Tienila da conto.”
“E tu che fai qui, Cugino?”
Il Cugino sospira, con quella sua aria eternamente rincresciuta, come se fosse sempre in castigo.
“Vado a fare una visita” dice.
“Questi sono i miei posti”, dice Pin. “Posti fatati. Ci fanno il nido i ragni.”
“I ragni fanno il nido, Pin?” chiede il Cugino.
“Fanno il nido solo in questo posto in tutto il mondo”, spiega Pin.  “Io sono l’unico a saperlo. Poi è venuto quel fascista di Pelle e ha distrutto tutto. Vuoi che ti mostri?”
“Fammi vedere, Pin. Nidi di ragni, senti senti.”
Pin lo conduce per mano, quella grande mano, soffice e calda, come pane.
“Ecco, vedi, qui c’erano tutte le porte delle gallerie. Quel fascista bastardo ha rotto tutto. Eccone una ancora intera, vedi?
 Il Cugino s’è accoccolato vicino e aguzza gli occhi nell’oscurità: “Guarda guarda. La porticina che s’apre e si chiude. E dentro la galleria. Va profonda?”
“Profondissima”, spiega Pin. “Con erba biascicata tutt’intorno. Il ragno sta in fondo.”
“Accendiamoci un fiammifero”, fa il Cugino.
E tutt’e e due accoccolati vicini, stanno a vedere che effetto fa la luce del fiammifero all’imboccatura della galleria.
“Dai, buttaci dentro il fiammifero”, dice Pin, “vediamo se esce il ragno.”
“Perché, povera bestia?” fa il Cugino. “Non vedi quanti danni hanno già avuto?”
“Di’, Cugino, credi che li rifaranno, i nidi?”
“Se li lasciamo in pace credo di si”, dice il Cugino. “Ci torniamo a guardare, poi, un’altra volta?”
“Si, Pin, ci passeremo a dare un’occhiata ogni mese.”
È bellissimo aver trovato il Cugino che s’interessa ai nidi di ragno.
“Di’, Pin.”
“Cosa vuoi, Cugino?”
“Sai, Pin, ho da dirti una cosa. So che tu queste cose le capisci. Vedi:son già mesi e mesi che non vado con una donna… Tu capisci queste cose,Pin. Senti, m’han detto che tua sorella…”
A Pin è tornato il sogghigno; è l’amico dei grandi, lui, capisce queste cose, è orgoglioso di fare questi servizi agli amici, quando gli capita: “Mondoboia, Cugino, caschi bene con mia sorella. T’insegno la strada: lo sai Carrugio Lungo? Ben, la porta dopo il fumista, all’ammezzato. Va’ tranquillo che per la strada non incontri nessuno. Con lei, piuttosto sta’ attento. Non dirgli chi sei, né che ti mando io. Digli che lavori nella« Todt », che sei qui di passaggio. Ah, Cugino, poi parli tanto male delle donne. Va’ là che mia sorella è una brunaccia che a tanti piace.”
Il Cugino abbozza un sorriso con la sua grande faccia sconsolata.
“Grazie, Pin. Sei un amico. Vado e torno.”
“Mondoboia, Cugino, ci vai con il mitra? Il Cugino si passa un dito sui baffi.”
“Vedi, non mi fido a girare disarmato.”
A Pin fa ridere vedere come il Cugino è impacciato, in queste cose.
“Piglia la mia pistola. Te’. E lasciami il mitra che gli faccio la guardia.”
Il Cugino posa il mitra, intasca la pistola, si toglie il berrettino di lana e intasca anche quello. Ora cerca di ravviarsi i capelli, con le dita bagnate di saliva.
Ti fai bello, Cugino, vuoi far colpo. Fai presto se vuoi trovarla in casa.”
“Arrivederci, Pin”, dice Cugino, e va.
Pin ora è solo nel buio, alle tane dei ragni, con vicino il mitra posato per terra. Ma non è più disperato. Ha trovato Cugino, e Cugino è il grande amico tanto cercato, quello che s’interessa dei nidi di ragni. Ma Cugino è come tutti gli altri grandi, con quella misteriosa voglia di donne, e ora vada sua sorella la Nera e s’abbraccia con lei sul letto sfatto. A pensarci, sarebbe stato più bello che al Cugino non fosse venuta quell’idea, e fossero rimasti a guardare i nidi insieme ancora un po’, e poi il Cugino avesse fatto quei suoi discorsi contro le donne, che Pin capiva benissimo e approvava. Invece Cugino è come tutti gli altri grandi, non c’è niente da fare, Pin capisce bene queste cose.
Degli spari, laggiù, nella città vecchia. Chi sarà? Forse pattuglie che girano. Gli spari, a sentirli cosi, di notte, danno sempre un senso di paura.Certo è stata un’imprudenza, che il Cugino per una donna sia andato solo in quei posti da fascisti. Pin ora ha paura che caschi in mano di una pattuglia, che trovi la casa di sua sorella piena di tedeschi e che sia preso. Ma gli starebbe bene in fondo, e Pin ne avrebbe gusto: che piacere si può provare ad andare con quella rana pelosa di sua sorella?
Ma se il Cugino fosse preso, Pin rimarrebbe solo, con quel mitra che fa paura, che non si sa come si maneggia. Pin spera che il Cugino non sia preso, lo spera con tutte le sue forze, ma non perché il Cugino sia il Grande Amico, non lo è più, è un uomo come tutti gli altri, il Cugino, ma perché è l’ultima persona che gli resti al mondo.
Però c’è ancora molto da aspettare, prima di poter cominciare a pensare se si deve stare in pensiero. Invece ecco un’ombra che s’avvicina, è già lui.
“Come mai così presto, Cugino, già fatto tutto?”
Il Cugino scuote la testa con la sua aria sconsolata:”Sai, m’è venuto schifo e me ne sono andato senza far niente.” “Mondoboia, Cugino, schifo, t’è venuto!” Pin è tutto contento. È davvero il Grande Amico, il Cugino.
Il Cugino si rimette il mitra in spalla e restituisce la pistola a Pin. Ora camminano per la campagna e Pin tiene la sua mano in quella soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane.
Il buio è punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi.
“Tutte così, le donne, Cugino…” dice Pin.
“Eh…” consente il Cugino. “Ma non in tutti i tempi è cosi: mia madre…”
“Te la ricordi, tu, tua mamma?” chiede Pin.
“Si, è morta che io avevo quindici anni”  dice Cugino.
“Era brava?”
“Sì”, fa il Cugino, “era brava.”
“Anche la mia era brava”, dice Pin.
“C’è pieno di lucciole”, dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole”, dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce.
“Sì”, dice il Cugino, “ma viste cosi sono belle.”
E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano.