Logica e conversazione in Grice

Il testo sottostante è una tesina svolta in occasione di un esame di Filosofia del Linguaggio. Siano clementi, dunque, i filosofi che magari si imbatteranno in esso!

Significato e intenzione

Il lavoro di Paul Grice prende le mosse dall’attenzione dedicata da Austin al tema dell’intenzione che, per Grice, diventa fondamentale. Nel 1957 nell’articolo Meaning(1) egli presenta una propria visione del linguaggio: vede il significato linguistico come qualcosa di essenzialmente derivato dall’intenzione del parlante […].(2)

Egli ritiene che un parlante quando dice qualcosa dotato di senso intende produrre un effetto, una credenza in chi lo ascolta e far sì che chi lo ascolta riconosca che il parlante intende produrre tale effetto.(3)

Questa sua ipotesi è stata messa in discussione in quanto non sempre l’intenzione del parlante è quella di far comprendere all’ascoltatore il tentativo di indurre un comportamento o una credenza: a volte capita che il parlante non desideri far conoscere le proprie reali intenzioni per quanto resti fuor di dubbio che l’intenzione di produrre un effetto in chi ascolta sia una costante della conversazione.(4)

In base alla sua idea, Grice distingue due aspetti del significato: il significato occasionale del parlante, legato ai suoi processi mentali e il significato semantico ovvero standard, quello riconosciuto in una comunità linguistica.

Sempre nell’articolo sopra citato, il filosofo spiega che quando si usa la parola “dire” si intende ciò che qualcuno ha detto come strettamente relato al significato convenzionale delle parole (l’enunciato) che ha proferito(5) e che per comprendere appieno ciò che il parlante ha detto sia necessario conoscere il momento in cui un determinato enunciato è stato proferito, il significato dell’occasione che ha consentito il proferimento e l’identità del soggetto di cui si parla.

 

Il principio di cooperazione

Grice porta alle estreme conseguenze due aspetti della teoria di Fregel’idea del connettivi logici e del loro funzionamento logico e il concetto di “tono” e di contenuto implicito in ciò che viene detto.(6)

Per quel che riguarda il primo punto, Grice denuncia l’inadeguatezza della comprensione che si ha del linguaggio quotidiano e ne individua la causa nelle regole implicite: uno dei compiti principali del filosofo del linguaggio, quindi, è quello di individuare queste regole.

Per quel che riguarda il secondo punto, Grice propone il concetto di implicatura, termine con cui ci si riferisce a ciò che nella conversazione si fa intendere all’ascoltatore. Distingue due tipi di implicatura: quella convenzionale, che rivela qualcosa che non viene detto ma fatto intendere utilizzando convenzioni linguistiche(7), e quella conversazionale, cherivela qualcosa che non viene detto ma fatto intendere utilizzando il contesto della conversazione(8) e che, quindi è connessa con alcune caratteristiche generali del discorsoPer comprendere quest’ultimo tipo di implicatura, occorre precisare i principi generali della conversazione usati per far intendere qualcosa all’interlocutore. Grice ritiene che alla base della conversazione vi siano delle regole che scartano come inadatti determinati comportamenti e queste regole sono espressione di quel principio generale della conversazione che egli definisce come principio di cooperazione(9). Con questo principio si assume che gli scambi linguistici non consistono […] in una successione di osservazioni prive di connessioni reciproche ma che siano lavori in collaborazione; e ciascun partecipante vi riconosca […] uno scopo che può essere fissato fin dall’inizio (ad esempio, con la proposta iniziale su un argomento di discussione), o può evolversi durante lo scambio; può essere ben definito, o tanto indefinito da lasciare ai partecipanti una libertà di movimento assai considerevole […].(10)

 

Massime della conversazione

Grice definisce alcune massime della conversazione in base alle categorie kantiane di quantità, qualità, relazione e modo.

La categoria della quantità riguarda la quantità di informazione da fornire e le massime stabilite dal filosofo affermano che il parlante deve:

  1. dare il contributo informativo richiesto
  2. non dare un contributo più informativo di quanto richiesto.

Per quel che riguarda la seconda massima espressa a proposito della quantità, Grice immagina un’obiezione che potrebbe essergli mossa: essere iperinformativi non rappresenterebbe una violazione del principio di cooperazione ma una semplice perdita di tempo. Egli, però, risponde a questa immaginaria critica sostenendo che l’iper-informatività può essere fonte di confusione in quanto può sollevare problemi collaterali ed essere fuorviante per gli ascoltatori.

La categoria della qualità porta alla definizione di quella massima che lo stesso Grice definisce una “super massima”(11) e che sottolinea la necessità di dare un contributo che sia vero. Questa norma porta a determinarne altre due più specifiche che riguardano ciò che non si deve dire ovvero:

  1. ciò che si crede falso
  2. ciò per cui non si hanno prove adeguate.

La categoria della relazione comporta la determinazione di un’unica massima che asserisce una caratteristica decisamente rilevante ai fini del discorso: l’importanza della pertinenza. Questa regola, però, porta il filosofo ad interrogarsi sui generi e i punti focali di pertinenza che si possono individuare, come possano slittare nel corso di uno scambio linguistico, come si debba rendere conto che è […] possibile cambiare argomento di conversazione […](12)Non abbiamo risposta a questi suoi interrogativi in quanto egli ritiene che portino ad una trattazione molto complessa che spera di poter risolvere in opere successive.

La categoria del modo che Grice interpreta come collegata a come si dice ciò che viene detto, e non a ciò che viene detto, sostiene un’altra super-massima che afferma l’importanza della perspicuità. Questa sentenza viene rielaborata in altre che evidenziano, per esempio, la necessità di:

  1. evitare l’oscurità di espressione
  2. evitare l’ambiguità
  3. essere breve (e, quindi, evitare di essere prolissi quando non è necessario)
  4. essere ordinato nell’esposizione.

Grice precisa che non tutte le massime hanno eguale importanza: per esempio, è più importante non dire ciò che si ritiene falso che evitare di essere prolissi. Addirittura pensa che l’importanza della prima massima della qualità (“non dire ciò che si crede falso”) sia tale da non poterla includere nello schema che abbiamo rappresentato poiché le altre massime entrano in azione soltanto se questa è rispettata. Decide, però, di trattarla come un componente di questo schema perchè nella produzione di implicature non sembra rivestire un ruolo così diverso rispetto a quello delle altre massime.

Egli precisa, inoltre, che ci sono anche massime di altri tipi: estetiche, sociali o morali che, in linea di massima, sono rispettate da coloro che partecipano ad uno scambio linguistico e che possono dare luogo a implicature non convenzionali.

Ritiene necessario precisare che ha formulato le sue norme pensando che lo scopo di una conversazione sia quello di scambiarsi informazioni nel modo più efficiente possibile: si rende conto, tuttavia, che una specificazione di tale genere è troppo ristretta e che il suo schema dovrebbe essere generalizzato per poter rendere conto di altri scopi generali quali influenzare o dirigere le azioni altrui(13).

Dal momento che è scopo dichiarato dell’autore quello di vedere il discorrere come un caso speciale di comportamento finalizzato e, in effetti, razionale, può valere la pena di notare che le aspettative o le presunzioni connesse con almeno alcune delle massime precedenti hanno i loro corrispettivi in sfere di transazione diverse dallo scambio linguistico(14) ma per una loro conoscenza si rimanda direttamente all’articolo di Grice e si procede, qui, ad esporre la connessione tra principio di cooperazione e massime, da un lato, e implicatura conversazionale, dall’altro.

Una massima può non essere soddisfatta. Innanzitutto, ci si può dissociare dal principio di cooperazione e in tal caso ci si sottrae alla conversazione. Nel momento, però, in cui un parlante accetta di conversare tutto ciò che egli dice viene valutato in base al principio di cooperazione: è importante precisare che contravvenire una massima diventa un modo per sfruttare la massima infranta e, attraverso la violazione, far intendere qualcosa. Grice, come abbiamo già detto, parla di ciò come di implicatura conversazionale.

Si elencano brevemente i modi in cui una massima può essere violata:

  1. si può violare una massima senza darne mostra e ciò consente di trarre in inganno
  2. si può uscire dal raggio d’azione sia della massima che del principio di cooperazione facendo intendere che non si ha intenzione di cooperare nel modo richiesto dalla massima
  3. ci si può trovare di fronte a un conflitto e, quindi, non riuscire a soddisfare due massime contemporaneamente(15)
  4. ci si può prendere gioco di una massima ovvero ostentarne la mancata soddisfazione.

Per quanto riguarda quest’ultimo punto è utile fare una precisazione: se l’ascoltatore ritiene che il parlante sia in grado di soddisfare la massima di cui ostenta la mancata soddisfazione, se ritiene possa soddisfarla senza violarne altre, se non crede che stia uscendo dal raggio d’azione del principio di cooperazione e non stia tentando di ingannare (visto il carattere appariscente della trasgressione) ci si trova di fronte ad un problema che consiste nel comprendere come si può riconciliare il fatto che il parlante abbia detto quello che ha detto con la supposizione che si stia conformando al PDC(16) globalmente considerato. Questa è una situazione che dà in modo caratteristico origine a implicature conversazionali1(17)che porteranno allo sfruttamento della massima in questione. Questo modo di usare il linguaggio porta a distinguere tra significato letterale esplicito ovvero ciò che viene espresso dalle parole e significato letterale implicitoovvero ciò che le parole fanno capire nel contesto: si sta semplicemente distinguendo il dire dall’implicare.

La presenza di una implicatura conversazionale deve essere tale da poter essere inferita; anche se di fatto può essere afferrata intuitivamente, l’implicatura non conterà come implicatura conversazionale a meno che l’intuizione non sia sostituibile da un ragionamento; sarà un’implicatura convenzionale.(18) L’ascoltatore si può accorgere della presenza di una implicatura conversazionale mettendo in relazione il significato convenzionale delle parole usate e l’identità di ogni riferimento che può essere usato, tenendo in considerazione il principio di cooperazione e le sue massime, prestando attenzione al contesto (linguistico o extralinguistico) del proferimento, ad altri elementi dell’insieme di conoscenze ed al fatto che tutti gli elementi importanti che concernono le categorie considerate siano accessibili ad entrambi i partecipanti e che entrambi siano a conoscenza di ciò. Ancora una volta, per esempi si rimanda direttamente all’articolo in questione.

 

Concetto di implicatura conversazionale generalizzata

Grice propone anche delle caratteristiche generali che hanno valore per ogni implicatura conversazionale come, per esempio, la cancellabilità, la non distaccabilità e la calcolabilità e l’idea di implicatura conversazionale generalizzata. Per spiegare quest’ultima, Grice riflette sul consueto uso dell’articolo indeterminativo: quando lo si adopera si implica che ciò di cui si sta parlando non ha una stretta relazione con il parlante e l’ascoltatore. Da ciò deriva che l’uso in un proferimento di un’espressione di una certa forma veicola di norma (in assenza di circostanze speciali) una certa implicatura o tipo di implicatura.(19) Ed è proprio a tal proposito che occorre specificare le caratteristiche più rilevanti dell’implicatura.

Quando il filosofo parla di cancellabilità intende dire che così come un’implicatura è qualcosa di non espresso esplicitamente, allo stesso modo può essere cancellata in modo esplicito.(20) Può essere cancellata in modo esplicito, mediante l’aggiunta di una frase che affermi o faccia intendere che colui che parla è uscito dalla situazione di cooperazione, ma può essere cancellata anche in maniera contestuale, nel caso in cui la forma del proferimento che di norma la veicola è usata in un contesto che lasci capire che il parlante è uscito dalla situazione di cooperazione.

La caratteristica di non distaccabilità vuol semplicemente specificare che l’implicatura conversazionale non è legata alla forma ma al contenuto della conversazione.(21) Per spiegare, in maniera più elaborata, ciò che intendeva il filosofo riportiamo le sue stesse parole: “Fin tanto che il calcolo della presenza di una particolare implicatura conversazionale richiede, oltre a informazioni testuali e a un certo bagaglio di conoscenze, soltanto una conoscenza di ciò che è stato detto […], e fin tanto che il modo di espressione non gioca alcun ruolo nel calcolo, non sarà possibile trovare un’altra via di dire la stessa cosa che semplicemente manchi dell’implicatura in questione, eccetto qualche tratto speciale della versione sostitutiva sia in se stesso rilevante per la determinazione di una implicatura (in virtù di una delle massime del Modo)”.(22)

Infine, per quel che riguarda la calcolabilità, Grice sostiene che le implicature siano calcolabili e che l’implicatura non si riduca a una questione di intuizione ma necessiti anche un lavoro inferenziale praticato dai parlanti, spesso inconsciamente, per ripristinare il senso della conversazione. Inizialmente, gli impliciti conversazionali non sono parte del significato delle espressioni al cui impiego sono congiunti. Inoltre, la verità di un implicito conversazionale non è legata alla verità di ciò che viene detto per cui l’implicatura è veicolata dall’atto di dire ciò che viene detto e non da ciò che viene detto.

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(1)In Philosophical Review, n. 65, pp. 141-158

(2) C. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio, Bari, Laterza, 2008, pag. 129

(3)Ibidem

(4) Questa definizione di Grice è analoga a quella di atto perlocutorio dato da Austin.

(5)P. Grice, “Logica e conversazione”, in M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 199-219 (mancano pp. 199-201)

(6) C. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio, Bari, Laterza, 2008, pag. 131

(7) Ibidem

(8) Ibidem

(9) Principio di cooperazione: “Il tuo contributo alla conversazione sia tale quale è richiesto, allo stadio in cui avviene, allo scopo o orientamento accettato dallo scambio linguistico in cui sei impegnato”. (tratto da P. Grice, “Logica e conversazione”, in M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici, Milano, Feltrinelli, 1978)

(1o) P. Grice, “Logica e conversazione”, in M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 199-219 (mancano pp. 199-201)

(11) Ibidem

(12) Ibidem

(13) Ibidem

(14) Ibidem

(15) L’esempio fatto da Grice è il seguente: può non essere possibile soddisfare la prima massima della quantità (“Sii tanto informativo quanto richiesto”) senza violare la seconda massima della qualità (“Abbi prove adeguate per quello che dici”). (tratto da P. Grice, “Logica e conversazione”, in M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 199-219)

(16) NdA: principio di cooperazione

(17) P. Grice, “Logica e conversazione”, in M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 199-219 (mancano pp. 199-201)

(18) Ibidem

(19) P. Grice, “Logica e conversazione”, in M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici, Milano, Feltrinelli, 1978

(2o) Esempio di implicatura conversazionale generalizzata: “X entrò in una casa”. Esempio di implicatura conversazionale generalizzata che presenta la caratteristica di cancellabilità: “X entrò in una casa. Era la sua”. (esempio tratto da C. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio, Bari, Laterza, 2008, pag. 136)

(21) Esempio: se dico “è un genio” per far intendere che qualcuno è un idiota, questo si capira anche se dico “è un prodigio mentale” o “è un cervellone”. (esempio tratto da C. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio, Bari, Laterza, 2008, pag. 137)

(22) P. Grice, “Logica e conversazione”, in M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 199-219 (mancano pp. 199-201)

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Bibliografia utilizzata

  • C. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio, Bari, Laterza, 2008
  • P. Grice, “Logica e conversazione”, in M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici, Milano, Feltrinelli, 1978
  • C. Penco (a cura di), La filosofia analitica, Scandicci (Firenze), La Nuova Italia, 2001