Solitudine a due

La pioggia cade fitta in questa triste giornata ottobrina e mi penetra nei vestiti. Sono andata al lavoro in moto questa mattina.
Finalmente arrivo a casa. Casa. Quel portone severo ha un aspetto familiare da tanti anni, ormai.
Infilo la chiave nella serratura e scivolo velocemente all’interno, in stanze buie e silenziose. Ma cosa direbbero quelle pareti se potessero parlare?
La mia mano destra si allunga e trova automaticamente l’interruttore, un “clic” e poi la luce invade l’appartamento. Un appartamento muto, troppo ordinato, troppo perfetto. Chiaro simbolo del caos interiore di chi lo abita.
Appendo la giacca e la borsa all’attaccapanni, ripongo gli stivali nella scarpiera e calzo comode infradito.
Respiro profondamente. Primo segno di rilassamento, primo segno di cedimento.

Entro nella stanza, la mia stanza. Eh già, perché da qualche mese io ho la mia stanza e tu hai la tua. Osservo attentamente la camera arredata alla bella e meglio ma tutto sommato calda e accogliente, l’unica parte della casa ancora in grado di donarmi emozioni piacevoli.
Mi spoglio e butto nel cesto della biancheria i vestiti sporchi, ne cerco altri da indossare dopo la doccia.
In bagno la scena mi sembra paradossale: due asciugamani ciascuno, due dentifrici, due saponette; “due” è il numero in cui ogni oggetto è presente. Mesi fa il tuo sapore era anche il mio. Ora, sostieni che non dobbiamo avere più niente in comune.
Riempio la vasca e verso un po’ del mio bagnoschiuma preferito, lo stesso che piaceva tanto anche a te.
Mi immergo nell’acqua calda che distende i nervi e allontana lo stress dovuto a una pesante giornata di lavoro. Ho la fortuna di fare un lavoro che amo e questo mi impedisce di crollare psicologicamente.

Ti sento entrare in casa. Com’è amara la distanza che c’è ora tra noi!
Mesi fa, saresti entrato in casa di buonumore e ti saresti scrollato di dosso il nervosismo della giornata, avresti urlato un “Ciao amore!”.
Ricordo ancora com’era malizioso il tuo sguardo quando entravi in bagno e mi osservavi nuda e mi accarezzavi per poi unirti a me nella vasca piena di schiuma.
Quant’è che non mi osservi più così? Mi manca quello sguardo. Quant’è che non facciamo più l’amore, io e te?
Ora, non urli neanche un saluto. Mi tratti come un’estranea. Anzi, per te sono diventata un’estranea.

Devo sbrigarmi, perché stasera , hai invitato i tuoi amici a cena e i “tuoi amici” sono solo “tuoi”. Pazienza, se erano diventati anche miei amici, se ci sono loro io devo uscire di casa, la mia presenza non ti è gradita.
Mi asciugo e torno in camera dove mi vesto con cura.
I tuoi amici sono arrivati prima del previsto ed io non sono ancora uscita; avverto l’irritazione nella tua voce (è la prima volta che sento la tua voce, oggi!) quando li saluti.
Sono costretta a passare nella sala da pranzo per uscire di casa, impossibile non farmi notare.
I tuoi amici chiacchierano amichevolmente con me, poi capiscono il mio imbarazzo e mi salutano. Ti guardo e i tuoi occhi sono scuri, vedo solo rabbia. Il saluto mi muore in gola. Indosso le scarpe e il cappotto leggero ed esco.

Tu credi che stia uscendo con un altro uomo. Ti sbagli.

In questi ultimi mesi ho scoperto quali sono le mie vere amiche: sono quelle che non si preoccupano di vedermi entrare in casa loro vestita come se fossi pronta per una sfilata e quando le lacrime mi rigano il viso, mi offrono una tuta per stare più comoda.
Sei convinto che io mi vesta così per un altro uomo. No, lo faccio solo per me stessa, voglio sentirmi ancora bella.
In questi ultimi mesi ho passato diverse sere a casa di una o dell’altra amica e nessuna si è mai infastidita di dover aggiungere un posto a tavola, mi hanno accolto come se fossi una di famiglia.
Ho giocato coi loro figli come se fossero i miei, i nostri; le ho osservate mettere a dormire i bambini raccontando loro qualche fiaba e non ho potuto fare a meno di notare con un nodo allo stomaco lo sguardo carico d’amore rivolto ai loro compagni quando ammiravano insieme quegli angioletti addormentati.In questi ultimi mesi ho mostrato loro il mio lato peggiore e, quando cercavo di celarlo, mi assicuravano che non avevo bisogno di fingere con loro. Mi hanno fatto parlare e mi hanno fatto piangere.
E non ho ancora capito che rimmel e lacrime non sposano bene così, ogni volta, a casa dell’una o dell’altra mi faccio una doccia per togliere il trucco sbavato e il sale delle lacrime di dosso, prima di tornare a casa.

Quando mi vedi tornare con i capelli ancora umidi e il viso arrossato neanche ti sfiora il pensiero che la causa del mio aspetto non si trova nel letto di un altro uomo ma nel distacco che c’è tra noi.
Il tuo sguardo si accende di gelosia, me ne accorgo. Ma le tue domande restano sospese, così come le mie.
Chissà di che hai parlato con i tuoi amici, chissà se hai parlato di me. E se lo hai fatto, chissà cosa hai detto.

In cucina tutto è al suo posto, hai già lavato i tuoi piatti. Anche in cucina, come in bagno, ognuno ha le sue cose: i piatti, le posate, le tovagliette, il detersivo.
Per le cose più costose hai stabilito dei turni che siamo tenuti a rispettare scrupolosamente per non invadere gli spazi dell’altro.
Non ci separiamo solo perché è impossibile, con la crisi che sta attraversando il mondo, pensare di pagare da soli un intero affitto, bollette, spese condominiali, bollo e assicurazione auto, ecc ecc.
Allora abbiamo imparato a vivere da soli ma insieme.

Eh già, si può stare da soli anche in due.

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Al tuo fianco

I nostri respiri si incrociano
in duelli silenziosi e senza vincitore.
Le nostre teste si sostengono
reciprocamente quasi scontrandosi.
La tua mano sfiora con una carezza
la guancia non riscaldata dal cuscino,
la stanchezza lascia la mia
appoggiata sulle lenzuola.
Avrei voluto essere tua schiava
ma Morfeo ha preteso di
cullarmi al suo petto.
Ho cercato di vincerlo
per vederti dormire al mio fianco
ma il tuo riposo pareva agitato.
Senza saperlo ci alternavamo
in veglie irregolari.
Risvegliata da morbidi baci
ed avvolgenti carezze,
ci siamo impegnati
in un conflitto ad armi pari.
In una tregua investita di tenerezza
racconti la tua notte:
mi osservavi riposare come fa
la farfalla nel bozzolo
e le tue dita viziavano il mio viso.

Francesco Guccini e il Che


Francesco Guccini
dedica due canzoni (Stagioni e Canzone per il Che) anche alla figura di Ernesto “Che” Guevara, il medico argentino più noto come rivoluzionario che aderì al Movimento del 26 luglio e che in seguito al successo della rivoluzione cubana, assunse un ruolo nel nuovo governo, secondo solo a Fidel Castro.

Il testo di Stagioni” ( in “Stagioni“, 2000) venne scritto in due momenti diversi: alcuni versi vennero scritti proprio nel giorno della morte di Guevara, poi lasciati da parte fino a quando, qualche anno fa, Guccini vedendo molti ragazzi con la maglietta del Che fece sentire quei pochi versi composti. L’entusiasmo della gente lo portò a completare il testo.

La canzone inizia descrivendo l’effetto che ha suscitato la notizia della morte del Che: la sua morte rappresenta la fine della speranza di poter vivere in un mondo più corretto, migliore rispetto a quello che si era fino allora vissuto. Allo stesso tempo però vi è la convinzione che per quanto la persona di Ernesto “Che” Guevara sia morto, il pensiero di cui lui si era fatto portatore non muore ma sopravvive nell’anima di chi resta. Proprio per questo col passare degli anni, l’Ideale sopravvive e chi vi crede cerca di portarlo avanti (Guccini si riferisce al ’68 e agli “anni fatati di miti cantati e di contestazioni”) ma dopo troppe “illusioni mangiate” l’Ideale si indebolisce in molte persone che vi credevano (“i compagni di un giorno o partiti o venduti sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti…”). Guccini quindi esprime il desiderio, condiviso con tutte le persone per le quali quell’Ideale è ancora vivo, che il pensiero “del Che” torni ad emergere con la certezza che, prima o poi, un nuovo “Che” comparirà.

Questa canzone, come scrive Valentina Pattavina in “Francesco Guccini – Stagioni”  riportando un’affermazione di Nanni Moretti, non parla solo di “Che” Guevara, ma della perdita dei valori di una generazione oggi alla ricerca di qualcuno che dica una cosa di sinistra.

Canzone per il Che  (in “Ritratti“, 2004) invece non è il frutto di un lavoro del cantautore ma di Manuel Vàzquez Montalbàn che in seguito alla morte di Ernesto Guevara prese i suoi scritti e, ispirandosi a questi, scrisse un poema. Il chitarrista di Guccini ha letto il testo e ne ha composto la musica; il tutto apprezzato molto da Guccini stesso è stato tradotto in italiano ed è diventatoCanzone per il Che.

Questo testo è particolarmente interessante per il messaggio di fiducia che trasmette e in base a cui si ritiene che un popolo sia in grado di liberarsi dai regimi dittatoriali e da tutte le imposizioni, nonostante il raggiungimento di questo obiettivo conduca a grandi sacrifici; a tal proposito è importante la descrizione che Guevara dà del rivoluzionario: “il rivoluzionario quando è vero è guidato da un grande sentimento d’amore, ha dei figli che non riescono a chiamarlo, mogli che fan parte di quel sacrificio, suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

Un’altra nota che colpisce in questo testo sono le ultime righe della canzone, tratte da alcune delle ultime lettere che scrisse, ai propri genitori e a Fidel Castro; ai primi dice di essere pronto alla morte che, per quanto non cercata era stata prevista (“Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo; non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo. “) a Fidel dice semplicemente di esser giunto all’atto conclusivo della sua storia (“Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo; sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.”): colpiscono semplicemente per la lucidità e quasi freddezza con cui Ernesto “Che” Guevara accetta la morte.

Samantha e Andrea

Una calda giornata di luglio del ’53. Un bimbo di pochi anni corre sulla riva del mare cercando di evitare le onde che sembrano inseguirlo. Corre veloce e non si accorge della bambina dai lunghi capelli castani intenta a costruire un castello di sabbia a pochi metri da lui. Si gira indietro e cerca con lo sguardo i suoi genitori che, proprio in quel momento, lo stanno osservando.
È un attimo. La piccola costruzione di sabbia viene travolta e Andrea inciampa nella sabbia.
Uno strillo acuto e un pianto che sembra infinito rompono la quiete circostante.
Andrea, dopo essersi accorto del pasticcio combinato, appare ancora più amareggiato e triste della piccola Samantha.
I due si guardano con un po’ di diffidenza ma dopo pochi istanti Andrea sorride. Samantha ricambia il sorriso, ancora un po’ imbronciata. E’ l’inizio di una magica intesa che li porta a giocare insieme tutto il giorno, a perdersi nelle tipiche dolci risate dei bambini che ancora non hanno conosciuto la durezza della vita.
L’aria salmastra e il sole bruciante li proteggono in una dolce atmosfera.
Il tempo corre veloce, troppo veloce: quando Andrea e Samantha vengono richiamati dai rispettivi genitori la luce che li avvolge è quella rossastra del tramonto.
I bambini si congedano con un allegro sorriso e i loro genitori si scambiano un cenno di saluto. Mentre camminano veloci per tornare ognuno al proprio asciugamano si girano ancora una volta verso l’altro e si scambiano un saluto con le piccole manine.
Termina così una domenica diversa dal solito. Samantha e Andrea non conoscono il nome dell’altro, non sanno di abitare poco distanti l’uno dall’altro, in due diversi quartieri di quella Milano grande da impazzire. Dimenticheranno presto il loro incontro che resterà vivo solamente nel loro inconscio.
Passeranno anni, molti anni prima che, casualmente, le loro strade si incrocino di nuovo.

Aprile ’68. Una domenica di molti anni dopo.
Ancora una volta è stato un sorriso ad avvicinare Andrea e Samantha ed entrambi hanno avvertito una comune sensazione di intimità che non sanno spiegarsi.

Per molti è una domenica come tante, per loro due è una domenica diversa: attendono con ansia il momento in cui potranno finalmente incontrarsi.
Samantha è cresciuta e ha conosciuto le difficoltà che caratterizzano l’esistenza comune: vive in un piccolo appartamento nella malinconica periferia di Milano e i suoi genitori si affannano a pagare un mutuo che sembra inestinguibile.
Samantha è quasi una donna: ha lunghe gambe da cervo e il seno è in fiore e teso sopra un corpo ancora acerbo. Il suo passo leggero stona con i graffiti osceni dipinti sulle scale di quell’attrezzato policentro comunale.
Nei pressi di quel policentro la aspetta Andrea, jeans regolari e faccia da vinile, un piede appoggiato al muro. Vorrebbe parlare con Samantha ma le parole non riescono a uscire, frenate da un groviglio di innocenti emozioni. Si accende una Marlboro, compagna fedele, quasi a voler scaricare in qualche modo la rabbia dovuta alla sua esitazione.
Quel momento tanto atteso si consuma in un timido sguardo e in un saluto appena accennato mentre il cuore di Samantha si impegna in una folle corsa. Le loro anime si sono solo sfiorate in questo vago momento: lei torna a casa con le MS per suo padre, steso nella monotonia della sua grigia vita, mentre lui, seduto in un bar, sorseggia  una birra e riflette sulle circostanze di quegli attimi.

Andrea dopo qualche anno è diventato padrone di una pizzeria. Samantha ha cambiato quartiere e di lei non abbiamo più saputo nulla fino a quando, proprio nel locale di Andrea, abbiamo notato una giovane modella immortalata in tutta la sua bellezza nella copertina di una rivista famosa. Inconfondibili, quelle gambe da cervo.

Liberamente ispirata a “Samantha” di Francesco Guccini

Tornatràs

Un tardo pomeriggio primaverile. Sono in giro per commissioni e, con la testa tra le nuvole, non bado molto alla strada che sto percorrendo. Il caso (o la forza dell’abitudine?) mi porta dalle tue parti così decido di passare a salutarti al lavoro. Quando apro la porta sei intento in qualche lavoro ma subito ti accorgi di me e mi sorridi. Come sei bello, quando sorridi! Mi manca spesso il tuo sorriso. Mi manchi spesso, tu.

Iniziamo a parlare. Con te non si chiacchiera, con te si parla. Nulla è superfluo, nulla è scontato. Perfino un trito e ritrito “Come stai?”, spesso usato più per consuetudine che per reale curiosità, con te ha un significato profondo.
In un attimo l’atmosfera cambia. Mi guardi: Vieni qui…è tanto che non ti fai abbracciare un po’.”
Le tue parole mi disorientano ma tu ti avvicini e mi stringi forte. Il tuo profumo mi invade e mi sconvolge i sensi. Nonostante siano passati mesi, non sono ancora riuscita a domarli all’effetto della tua presenza. Avverti la mia tensione e sembri diviso tra il divertito e il compiaciuto, per quel desiderio che immaginavi esaurito.
Inizi a baciarmi sul collo sapendo che lo patisco. Inizio ad avvertire le vertigini e tento di allontanarmi da te: potrei perdere il controllo della situazione e non posso (o non voglio) permettermelo.

Le tue labbra sono ancora troppo vicine, avverto il tuo caldo fiato sul collo. Mentre mi accarezzi i capelli inali la fresca fragranza che riveste la mia pelle.
“Mi manchi…” sussurri.
Deglutisco. Non rispondo.
“Mi manchi…” ripeti, abbracciandomi più forte.
“Stai con lei, ora.” bisbiglio, staccandomi da te per osservarti negli occhi.
“La lascerò.” replichi, e le tue dita mi sfiorano dolcemente il viso.
Mi allontano da te e, prima di andare via, ti saluto con un “Ne riparleremo, allora.”.

Ma non ho ancora finito di pronunciare queste parole che già mi sono pentita di non averti amato.

ES – Erminio Sinni

Inserisco il cd nel computer, le cuffiette nelle orecchie e mi appresto ad ascoltare l’album che mi è appena stato regalato.
Il cantautore in questione è Erminio Sinni già noto per due splendidi album, “Ossigeno” (1993) e “11.167 km” (2006).

L’ultimo cd è “Es”, un richiamo non solo alle iniziali di Erminio Sinni ma anche alla nota teoria di Freud sui tre diversi stadi della personalità: l’es, in particolare, è l’istinto individuale e ciò che nasce da esso. Buoni presupposti, dunque.

Vediamo ora brevemente le canzoni contenute nell’album. Premetto che non mi intendo di musica quindi il mio giudizio ricadrà prevalentemente sui contenuti testuali di ogni brano. Per quel che riguarda la musica non  oso andare al di là di un semplice “mi piace” o meno quindi, se non ci sarà qualche nota particolare da citare, non esprimerò il mio parere.

L’album inizia con “Troppo fumo” e se mi troverò a canticchiarla in macchina o in un momento in cui sarò sovrappensiero non sarà certo per le parole: vuole essere una canzone di protesta ma prende la forma di un brano che dice tutto e non dice nulla. È un mio parere personale ma credo che se davvero si vuole fare protesta contro “un notiziario che si vorrebbe un po’ più serio” allora non sia il caso di affermare il proprio disinteresse per personaggi dello spettacolo e simili (li si cita e si dà loro uno spazio e un’attenzione, per quanto minima, che non meritano) ma tentare di portare alle orecchie della gente quelle situazioni di cui si sa poco o nulla. Interpreto “Troppo fumo” come il tentativo di continuare la linea lasciata da “Chi, dove, quando, perchè” (in “11.167 km”) con la differenza che se questa era una canzone riuscita non posso dire lo stesso di quella appena ascoltata.

Si prosegue con “Salvanime” che sicuramente dà un’impressione diversa ma non troppo migliore. Apprezzo molto la dolcezza della voce di Erminio in questa canzone ma il testo per quanto amabile non è certo uno dei suoi, di quelli che abbiamo imparato a conoscere ascoltando i due precedenti album. Tutto sommato, per quanto non presenti le mirabili espressioni di altre canzoni, è piacevole da ascoltare nonostante quel “Salvanime” alla fine ripetuto talmente tante volte da far nascere il pensiero che si sia incantato il disco.

È il turno di “Se ci fosse ancora Piero” ed ecco una novità: per la prima volta ci troviamo ad ascoltare in un brano di Erminio una parola “ca**o” buttata lì, così…per seguire la corrente? Certo non è (era) da lui. Insomma, non voglio far la puritana della situazione ma se dopo una frase come “ma ci resta la musica, ed un mare di parole in cui nuotare come naufraghi felici, verso un’isola azzurra che chiameremo idea, ma ci resta la musica, a innaffiare i nostri fiori un po’ ingialliti, in giardini di pietre, palpitanti di amori finiti, ma ci resta la musica, quella che strilla di notte, non ci lascia dormire” ne trovate un’altra con una parolaccia buttata lì tanto per fare colore…beh, credo che stoni e che il quadro, invece di colorarlo, lo sfregi. Ecco, tolto questo “piccolo” neo posso dire che la canzone, a mio avviso, merita di essere ascoltata. [Correzione: apprendo che il testo non è di Erminio ma la mia riflessione resta immutata ovvero non mi sarei aspettata di sentirlo cantare così, indipendentemente dal fatto che il testo non sia suo]

“Gustavo”: semplicemente da brivido. Ma da brivido d’orrore, intendetemi. E non infierisco oltre, anche perchè è difficile trovare parole adeguate per farlo.

“Si alza il vento” e non mi trasmette emozioni se non per quel “infrange e frusta il litorale” che ha un po’ il sapore del vecchio (è il caso di dirlo?) Erminio. Preciso più avanti, ma faccio notare subito che il libretto riporta un verso tra la seconda e terza strofa che, in realtà, non è poi cantato.

Il singolo che gira già da un po’ sul web e che ad un primo ascolto mi appariva orribile, “Me duele el alma”, prosegue la traccia delle prime canzoni ascoltate. O meglio, la musica è orecchiabile, tipico -credo- di quelle canzoni che si vogliono render commerciali (detestabile intento) ed il testo -se si esclude il ritornello- richiama quei vecchi testi che sembrano perduti nella versione “Erminio2012”. Purtroppo, non per questo, salvo il brano: il ritornello rappresenta più della metà del testo ed è ripetuto un numero eccessivo di volte e fa quasi pensare alla necessità di riempire un buco causato da assenza di idee e di parole ad accompagnarle.

“C’è un profumo” e ormai o mi è preso un senso di sconforto o proprio non ci siamo. Una strofa, tra tutte le altre, fa vibrare di quella speranza destinata a morire dopo poco. Ancora, la musica fa da sottofondo a brevi canzoni con un ritornello ripetuto tre volte e frasucce d’amore scritte -solitamente- con quel modo di “comporre” tipico di chi vorrebbe ma non sa giocar con le parole.

“Non ho perso tempo” finalmente! Nonostante si noti qua e là quell’incapacità di giocare con le parole, a cui facevo riferimento sopra, finalmente nelle orecchie un brano in quello stile che stavo cercando: “Ti chiamerò amore mio, anche se non dovrei perchè qualcun altro al posto mio, affonderà sul tuo bel cuore, unghie affilate di veleno e di piacere. Non ho perso tempo, dentro ai tuoi occhi, acqua di laghi alpini trasparenti specchi, su quella pelle dolce e nervosa, spina velluto liscio, delicata rosa”.

Non poteva mica durare tanto. “Con la bicicletta” è un’altra canzone che, senza ombra di dubbio, resterà facilmente impressa nella mente per il ritmo che le è associato. A parte un bel richiamo alla libertà “ti capisco bene siamo uguali io e te, senza stemmi né collari…” troviamo il leit-motiv di quest’album: l’immancabile ritornello da “Zecchino d’oro” ripetuto fino alla nausea e un testo le cui parole non dicono nulla. Una canzone leggera e ci sta, per carità, se non ci lamentassimo dei tg che non ci dicono nulla.

“Muore lentamente” ed ormai muoio lentamente anch’io. Non male il réfrain di “muore lentamente” e poi “lentamente muore”, non male il messaggio con un invito a Vivere (con la “V” maiuscola appunto) ma manca -e non riusciamo proprio a tirarla fuori- la maestria che Erminio aveva nell’esprimere concetti semplici con espressioni da incanto.

La seconda canzone di accennata protesta è “Cielo Nero” non migliore delle altre con quel solito odioso ripetere le stesse parole.

Alla fine troviamo “Uomo”, canzone che vale la spesa dell’intero album. E forse è proprio per questo che vi è stata inserita. Già la conoscevamo, anche questa gira sul web da un po’. D’altronde si nota subito la distanza che la separa da tutti gli altri brani che compongono l’album; qui troviamo l’Erminio che ricordavamo e che abbiamo imparato ad amare.
E a dire il vero, non so se sia stata una scelta così valida quella di inserire “Uomo” nel cd: aiuta a realizzare in pieno la delusione provocata in quei 30-40 minuti d’ascolto.

Insomma, non trovo più il cantautore che ha composto meraviglie come “E mi piaceva davvero pettinarti i capelli quei miliardi di diavoli neri, la punta estrema dei tuoi pensieri” per citare una frase su tutte di “E tu davanti a me” (“Ossigeno”) o testi come sono quelli di “Lacrime di cielo”, “Guarda nello specchio”, “Meno di niente”, “Lettera dalle stelle”, “La ragazza”, “Ti amo (è così semplice)” (Album “11.167 km”) e “E tu davanti a me” e “Non mi sembra ancora vero” (album “Ossigeno) e che poteva permettersi di cambiar metrica alle parole.

Per finire, un’ultima piccola “pignoleria”…presenti numerosi errori nel libretto: da spazi in eccesso ad altri mancanti, da maiuscole uccise a versi inseriti e non cantati, ecc.
So che può esser visto da molti come un errore trascurabile ma credo che quando si confeziona un prodotto ci sia il bisogno di curare tutti gli aspetti, pure questo. Capisco che chi scrive e ha macinato per mesi parole ormai legga i suoi pezzi senza neanche più farlo veramente. Motivo per cui sarebbe stato bello affidare il libretto, prima di darlo alle stampe, a qualcuno che andasse a caccia di eventuali piccoli errori.

 

Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 10/12

Ascesa al trono di Maria Tudor

Il 10 luglio, Jane Grey fu accompagnata alla Torre nell’appartamento reale dove sarebbe dovuta restare fino al momento dell’incoronazione. Ciò che ci si attendeva da lei, in quanto regina, era che nominasse re il marito Guilford Dudley(1), figlio di quel Dudley che era diventano lord Protettore nel regno di Edoardo VI.

La sera dell’incoronazione di Jane Grey, venne recapitato ai consiglieri una sorta di proclama con cui Maria rivendicava il proprio diritto al trono; il giorno dopo vennero informati del fatto che molti gentiluomini e aristocratici erano in viaggio con l’intenzione di recarsi dalla principessa per sostenerla: ella, nel frattempo, aveva già raccolto sotto il suo vessillo un grande numero di comuni cittadini. Dal momento che Jane era salita al trono secondo quella che era la volontà di Edoardo, il comportamento di Maria veniva considerato come quello di una ribelle e si decise di inviare rinforzi, al comando di Dudley, per placare la sommossa che stava nascendo.(2) I membri del consiglio, timorosi di quel che sarebbe potuto accadere se Maria non fosse stata sconfitta, il 18 luglio decisero di schierarsi contro Dudley e di offrire una ricompensa a chi l’avesse catturato; il giorno successivo proclamarono Maria regina d’Inghilterra. Dudley si arrese senza combattere e i suoi principali complici decisero di consegnarsi alla nuova regina per chiedere il suo perdono.

Maria arrivò a Londra solo il 3 agosto, perché aveva aspettato che tutti i ribelli fossero catturati, e qui fu accolta da una folla festante e gioiosa.(3)

All’inizio, le sue dichiarazioni in materia religiosa si dimostrarono tolleranti e di grande flessibilità: affermò che il suo obiettivo era quello di garantire che chiunque volesse andare a messa fosse libero di farlo, offrendo la possibilità di avere dinanzi predicatori onesti, colti e virtuosi, e che non intendeva piegare le coscienze altrui. Col primo annuncio ufficiale, reso noto il 12 agosto, ella decise che -fino a quando il Parlamento non l’avesse aiutata a stabilire le opportune innovazioni- era concessa ai sudditi la libertà di culto.(4)

Due giorni prima di lasciare la Torre, Maria convocò i consiglieri e -dopo un breve discorso sugli eventi che l’avevano portata al trono e dopo aver esposto le sue idee circa i doveri dei sovrani- li informò della sua intenzione di svolgere la missione destinatale dalla divina volontà a gloria di Dio e a beneficio dei sudditi e li invitò ad essere fedeli a lei fino alla morte, così come avevano promesso nel giuramento fatto al momento della loro nomina a consiglieri; infine, aveva ricordato i loro obblighi.(5)

Un problema di carattere religioso era quello riguardante la denominazione di “capo supremo della Chiesa”, che faceva parte dei titoli ufficiali dei sovrani inglesi a partire da quello di Enrico VIII, e che implicava la negazione della supremazia del pontefice romano. Maria si rifiutò di usare tale denominazione e, per sopperire al problema, prese a sostituire il titolo con la parola “et cetera”.(6) A partire dal 20 dicembre di quell’anno ella decise di rendere illegale la celebrazione dei riti non in uso al momento della morte del padre e, poco tempo dopo, si procedette a revocare tutti gli statuti di Edoardo in favore del credo protestante, ma non era stato toccato il principio secondo cui la supremazia sulla Chiesa inglese spettava al sovrano e non al pontefice di Roma. Per il momento, ulteriori passi verso un ritorno al cattolicesimo non si resero possibili e già vi furono scoppi di violenza contro i sacerdoti che celebravano la messa.(7) La rivolta assunse maggior rilevanza nel momento in cui si dichiarò che la regina aveva giurato di sposare il figlio dell’imperatore, Filippo di Spagna. Infatti, dal momento in cui Maria era salita al trono, Carlo V aveva iniziato a sperare di poter combinare un matrimonio tra lei e suo figlio Filippo(8). Quest’idea, accolta con favore dalla stessa regina, non venne interpretata allo stesso modo dagli inglesi, che iniziarono ad interrogarsi circa gli esiti che un matrimonio del genere avrebbe potuto portare nel governo del paese. Dopo considerevoli difficoltà, i disordini vennero repressi e punizioni terribili colpirono quanti si erano resi responsabili di tradimento e di quanti li avevano sostenuti.(9)

Il 25 luglio 1554 nella cattedrale di Winchester venne celebrato il matrimonio tra Maria e Filippo d’Asburgo(10)

Già due mesi dopo arrivò la notizia della probabile gravidanza della regina: ella interpretò l’evento come il culmine di quel destino affidatole da Dio dal momento che avrebbe partorito un erede fedele alla Chiesa cattolica che avrebbe consentito la sopravvivenza dei cambiamenti da lei effettuati in campo religioso. Inoltre, la gravidanza di Maria aveva avuto il merito di placare l’ostilità tra inglesi e spagnoli, che mal sopportavano di vivere a contatto nella stessa corte, e del popolo in generale che non aveva ancora superato la decisione della regina di sposare Filippo.(11)

Per quel che riguarda la riconciliazione con la Chiesa di Roma, il 20 novembre di quell’anno arrivò nel paese il cardinale Reginald Pole(12), dopo essere stato nominato da Giulio III legato pontificio.
La sua influenza su Maria, tuttavia, fu dannosa: minimizzava l’autorevolezza della regina e la riteneva debole e incapace; questo perchè non aveva mai avuto occasione di ammirare Maria in occasione dei suoi discorsi, dai quali trapelava fermezza e abilità politica. Inoltre, egli riteneva che la situazione inglese e quella italiana non fossero molto diverse e non aveva capito quanto, nel corso del regno di Enrico VIII e di Edoardo VI, fosse cambiato il popolo inglese che era stato profondamente influenzato dal protestantesimo. Questo motivo rendeva particolarmente difficile la restaurazione cattolica in quel paese, fine da lui espresso nella riunione con i membri del Parlamento il 28 novembre che, due giorni dopo, presentarono una richiesta ufficiale di riunificazione con Roma. A dicembre, il Parlamento approvò una legge che riguardava la restaurazione ufficiale della vecchia religione e, in seguito, furono abrogati tutti gli atti parlamentari che disconoscevano la supremazia spirituale del pontefice sull’Inghilterra; questo portò all’assoluzione del paese da ogni errore scismatico. Da un punto di vista politico la questione fu più complessa perché chi aveva ricevuto vantaggi materiali dalla dissoluzione della Chiesa in Inghilterra, ottenendo proprietà, si era dichiarato disposto a riabbracciare la fede cattolica a patto di poter conservare quei privilegi ottenuti, anche se nessuno si proclamò contrario ai diritti spirituali della Chiesa.(13)

Com’è facilmente intuibile, tali provvedimenti provocarono la reazione dei protestanti che, per quanto fossero una minoranza all’interno del paese, rappresentavano una minoranza alquanto legata alle sette che, nel corso degli anni, erano nate all’interno del paese; per forza di cose l’opposizione religiosa si univa a quella politica. L’opposizione protestante si sviluppò in varie forme: chi si riuniva in luoghi vari per praticare riti dettati da una guida spirituale, chi si autoproclamava “capo religioso” raccogliendo accanto a sé un gran numero di seguaci, chi attaccava violentemente clero, regina e cattolici in genere. Tutte queste forme di violenza si erano acuite notevolmente dal momento in cui, dopo l’arrivo in Inghilterra di Filippo, si era proclamato il ritorno alla supremazia papale, la ricostruzione di tutti i monasteri, la restituzione delle proprietà ecclesiastiche al clero e si era garantito che quelle persone che erano state danneggiate nel corso del regno di Enrico VIII e di Edoardo sarebbero state reintegrate nei loro diritti o uffici. Di non minore importanza e pericolosità erano quei gruppi che si trovavano all’estero, dove avevano creato proprie congregazioni e dove erano liberi di continuare nella loro campagna propagandista contro la regina dal momento che erano al di fuori della portata delle leggi inglesi. Le critiche che giungevano dall’estero, a cui si aggiungeva tutto il resto, portarono il governo alla decisione di adottare un comportamento diverso nei confronti degli eretici protestanti, che potevano essere processati come tali, in maniera del tutto legale, poiché recentemente erano stati ripristinati gli statuti medievali relativi al reato di tradimento.(14)

Il malcontento degli inglesi aumentò quando si scoprì che, in realtà, Maria non era mai stata incinta, malcontento che può essere capito se si spiega che in un primo momento venne diffusa la voce di un parto della regina che in realtà non aveva avuto luogo, poi si addusse più di una volta ad un calcolò errato e si postdatò il giorno del lieto evento. L’inganno ovviamente non fu voluto, poiché Maria presentava molti sintomi che potevano indurre a pensare ad una gravidanza: secondo un’ipotesi addotta da esperti del XX secolo, Maria soffriva di cisti ovarica che le provocava sia l’amenorrea che il rigonfiamento addominale; anche in caso di un normale concepimento, la cisti ovarica non avrebbe consentito uno svolgimento normale della gravidanza.(15)

Un problema decisamente di maggior rilievo era dovuto dalle preoccupazioni dei campagnoli circa il prezzo del grano e della birra, l’allagamento dei campi che aveva provocato il marcire delle messi, la morte di molti animali che non avevano retto alla mancanza di erba e fieno. Insomma, nell’estate del 1555 il paese fu sconvolto da una carestia che minò profondamente l’esistenza e la tolleranza degli inglesi.(16)
Nel frattempo assunse sempre maggiore consistenza la reazione protestante che ebbe come risposta una serie di condanne al rogo.(17) Un’altra risposta si ebbe nella restaurazione del monastero di Greenwich, cui Maria era legata da motivi personali e di cui intendeva fare il “vivaio” per la rinascita del monachesimo inglese.(18)

Il malumore popolare aumentò quando si diffusero voci circa l’incoronazione e re di Filippo che, in realtà, Maria non aveva intenzione di concedere e sfociò nella produzione di libelli e ballate che intendevano danneggiare la reputazione della regina.(19) Eppure, tanto Maria era intransigente e irremovibile sulla posizione da assumere nei confronti di eretici e protestanti, tanto era devota praticamente nell’offrire sostegno ai più bisognosi.(20)

Ad accrescere le difficoltà della regina d’Inghilterra contribuì l’ascesa al soglio pontificio di Paolo IV, avvenuta nel 1555. Il nuovo papa si era posto due obiettivi: quello di annientare gli eretici e quello di combattere Filippo II. I motivi di questa sua seconda scelta erano molteplici: da giovane aveva assistito all’invasione di Napoli da parte delle truppe di Ferdinando d’Aragona che aveva sostituito il governo dei francesi con quello dei malvisti spagnoli, da adulto era stato testimone dell’arrivo delle truppe di Carlo V che avevano conquistato Milano e saccheggiato Roma, infine Filippo aveva segretamente tentato di minare la sua elezione e la verità era venuta a galla poco tempo dopo. Il suo intento era quello di realizzare una coalizione militare abbastanza forte da scacciare gli spagnoli dal regno di Napoli e trovò un possibile alleato nei francesi. Grazie alle intese diplomatiche seguite al matrimonio con Maria, Filippo riuscì a stipulare una pace con Enrico II e questo rese impossibile un attacco da parte del papa ma, nel caso in cui uno dei due paesi avesse provocato l’altro, Maria si sarebbe trovata coinvolta in un conflitto nel corso del quale avrebbe dovuto schierarsi a fianco del marito e contrastare l’amata Chiesa.(21)

Per quanto Maria stesse facendo del proprio meglio per ricostruire la Chiesa all’interno del suo paese, i sudditi non stavano affatto riabbracciando quel cattolicesimo a cui erano stati legati nel periodo della sua infanzia, anche per il suo eccessivo zelo nel difendere la fede cristiana che aveva scioccato profondamente l’intera popolazione. Aumentavano le critiche rivolte alla sovrana, accusata di aver tradito ed ingannato non solo il popolo ma anche il regno, perché si riteneva ella provasse un amore maggiore per un altro regno, ovvero la Spagna a cui lei era legata per via della madre ed anche del marito.(22)

Intanto, il papa aveva deciso di reagire e contrastare a suo modo Filippo ed aveva imprigionato numerosi ministri imperiali a Castel Sant’Angelo. Sotto la minaccia di un attacco alla città, i romani si organizzarono per resistervi ancora sconvolti dalla distruzione commessa dalle truppe di Carlo V trent’anni prima. Ad appoggiare il papa contribuì il rinnovato accordo con i francesi, cosa che lo fece sentire più forte tanto che decise di scomunicare Filippo, che godeva dell’appoggio -politico e finanziario- della moglie, anche se questo la portò a mettersi contro l’intero Consiglio.(23)

Al momento della morte della regina, avvenuta il 17 novembre 1558(24), il conflitto -che si prolungava da anni- era ancora aperto.

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(1)Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007,  p. 307
(2)  Ibidem, p. 308
(3) Ibidem, pp. 311-314
(4)  Ibidem, p. 327
(5)  Ibidem , p. 335
(6)  Ibidem , p. 355
(7)  Ibidem, p. 360
(8)  Per informazioni sulla figura di Filippo si veda Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 345-346
(9)  Ibidem, p. 374
(10)  Ibidem, p. 391
(11)  Ibidem, p. 401
(12)  Per un breve quadro di questo personaggio si veda Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 405-406
(13)  Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 406-408
(14)  Ibidem, pp. 412-414
(15)  Ibidem, pp. 427-428
(16) Ibidem, p. 436
(17)  Ibidem,,p. 434 e pp.462-466
(18)  Ibidem, 2007, p. 440
(19)  Ibidem, 2007, p. 446
(20)  Ibidem, pp. 451-454
(21)  Ibidem, pp.457-460
(22)  Ibidem, pp. 466-467
(23)  Ibidem, pp. 468-472 e 477
(24)  Ibidem, pp. 494-495

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