Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 7/12

La fine di Anna Bolena

Ormai tutti temevano l’ira di Enrico VIII, ira che finì per colpire anche la donna che aveva amato intensamente e per la quale aveva messo in discussione il proprio matrimonio, nonostante ciò avvenne anche per la necessità di generare un figlio maschio. Fu proprio questa necessità, ancora una volta, a generare la crisi dopo una serie di aborti da parte di Anna, l’ultimo dei quali sembrava proprio aver causato la perdita di un figlio maschio.

Ad accentuare la crisi contribuì anche il fallimento dei negoziati che avrebbero dovuto portare al fidanzamento di Elisabetta con un principe francese per via dei dubbi sulla sua legittimità poiché, al di fuori dell’Inghilterra la sentenza di annullamento di Cranmer non era riconosciuta da tutti.

A far degenerare la situazione fu proprio l’ultimo aborto di Anna, cui abbiamo accennato, seguito ad un incidente occorso ad Enrico nel corso delle consuete giostre e tornei.

Contrariamente all’ascesa di Anna che era stata lenta, faticosa e mai reale, la sua caduta fu tanto rapida quanto drammatica: si riunì una commissione che aveva il compito di raccogliere prove che la condannassero per tradimento ed, infatti, fu accusata di adulterio con cinque uomini. Tra il 17 e il 19 maggio 1536 vennero uccisi i presunti amanti della regina e la regina stessa, decapitata. In pochi mesi Enrico aveva definitivamente perso le due donne che erano state sue mogli: pochi mesi prima anche Caterina era morta, di morte naturale pur se fra mille sofferenze, torti e disagi.(1)

L’atteso erede

Il giorno della morte di Anna, Enrico dichiarò di non avere la minima intenzione di pensare al matrimonio. Il giorno dopo smentì quanto dichiarato rendendo ufficiale il suo fidanzamento con Jane Seymour, a cui stava pensando già da tempo, ma -finchè Anna Bolena fu in vita- la donna aveva rifiutato le attenzioni del sovrano. Ad accrescere l’attrazione del re per lei, contribuì il fatto che la famiglia dalla quale proveniva si era dimostrata, nel tempo, molto prolifica e questo portava Enrico a pensare che Jane avrebbe potuto finalmente dargli l’atteso erede.(2)

Il 30 maggio vennero celebrate le nozze, dopo aver ricevuto una dispensa papale che rendeva possibile l’unione.(3)

Questo nuovo legame mutò le condizioni della successione dinastica: Elisabetta venne disconosciuta e Maria fu dichiarata illegittima. Poco tempo dopo queste decisioni di Enrico, l’unico figlio maschio che aveva avuto, Henry Fitzroy, morì e questo rendeva l’Inghilterra priva di un erede al trono.(4)

Circa un anno dopo la situazione si risolse felicemente con la nascita di Edoardo ma a questa gioia si accompagnò la morte della madre poche settimane dopo il parto.(5)

L’evoluzione della politica religiosa di Enrico VIII

Poco prima di questa gioiosa nascita, il regno di Enrico era stato turbato da una serie di rivolte che rappresentarono proprio il momento più critico della storia inglese dal momento in cui egli era salito al trono. I primi focolai si accesero nel Lincolnshire nell’ottobre 1536 e i soldati impiegati da Enrico per frenare la sommossa erano numericamente molto inferiori rispetto ai rivoltosi e questo impedì di sopraffarla subito. La causa di queste rivolte va individuata nello scontento popolare, sia dei nobili sia dei signorotti locali, che si dimostravano insofferenti di fronte alla crescente autorità del re ma, per coloro che vi presero parte, esse rappresentarono una protesta contro tutto ciò che il re aveva fatto o tentato di fare negli ultimi dieci anni, ed in particolare contro l’ultimo attacco sferrato da Enrico alle tradizioni religiose ovvero la distruzione dei monasteri.(6) Ad unire i rivoltosi contribuivano fattori diversi: vi era chi auspicava un ritorno alla religione tradizionale e la restaurazione delle abbazie e dei priorati, chi intendeva rifarsi contro i signori che li avevano depredati, chi voleva meno tasse, chi una riforma delle elezioni parlamentari e la restaurazione di Maria come erede al trono ed altri, molto semplicemente, si limitavano a seguire le scelte dei loro signori.

Enrico fece comunicare ai capi della rivolta che sarebbe stato concesso un perdono generale e che sarebbe stato convocato un parlamento per prendere in esame le richieste della popolazione anche se, probabilmente, si trattava di false promesse compiute allo scopo di temporeggiare fino a quando i rivoltosi non se ne sarebbero stancati. Una rivolta nello Yorkshire rese possibile un’accusa ai Pellegrini (dal nome assunto dalla rivolta “Pellegrinagio di Grazia”) rei di non aver tenuto fede ai patti: forze sufficienti si diressero al Nord per sedare la sommossa.(7)

Fu in occasione di un viaggio compiuto dal sovrano nel Nord del paese, nel 1541, con gli obiettivi di incutere timore negli ex-rivoltosi e nei nuovi potenziali tali e di incontrare Giacomo V di Scozia(8), che migliaia di abitanti di quella regione gli andarono incontro e, inginocchiandosi, chiesero perdono per le scelleratezze compiute in passato compiendo un atto di sottomissione.(9)

A turbare l’equilibrio del regno di Enrico contribuì l’incontro, avvenuto ad Aigues-Mortes nel 1538, tra Francesco I e Carlo V al fine di stipulare un trattato di pace decennale. Questo trattato assunse ben presto carattere di una crociata per avviare una nuova offensiva dell’Europa cattolica guidata dall’unione delle due grandi casate del cattolicesimo, gli Asburgo e i Valois. Anche papa Paolo III aveva riunito un concilio per tentare di ricomporre lo scisma e, per tentare di ricondurre re Enrico VIII sulla sua strada, fece valere nuovamente l’arma della scomunica: dopo tre anni dal momento in cui il suo predecessore aveva emanato la bolla di scomunica, egli ne emanò una di conferma e, da quel momento, l’Inghilterra diventava una terra da riconquistare in nome della fede.

Era ovvio che Enrico avesse bisogno di trovare un nuovo alleato; il problema era capire chi avrebbe potuto rivelarsi utile a tale scopo. Di primo acchito la scelta migliore sembrava essere quella che ricadeva sui protestanti tedeschi e, del resto, contatti tra inglesi e luterani vi erano stati tanto sul piano politico quanto su quello teologico e, nel 1536, dei delegati inglesi si erano incontrati con i capi luterani a Wittemberg per concordare i punti essenziali di una dichiarazione unitaria di fede. Tra l’altro, proprio in quel periodo, i principi luterani avevano fondato la Lega di Smalcalda, un’organizzazione politica con propri funzionari, denaro e truppe: era ovvio che più fosse aumentata la potenza delle Lega e più vantaggiosa sarebbe stata l’alleanza. Si doveva “solo” trovare un accordo sul piano teologico ma questo non fu possibile per i diverbi su alcuni punti fondamentali: gli inglesi si rifiutarono di condannare la celebrazione privata delle messe e di acconsentire al matrimonio dei preti.

Dal momento in cui, nel 1536, Enrico aveva promulgato i Dieci Articoli la fede in Inghilterra aveva ricevuto una nuova impronta e la Chiesa d’Inghilterra si era definita come a metà tra l’ortodossia cattolica e le dottrine riformiste sul battesimo, la penitenza e l’eucarestia sancendo, con l’omissione di tutti gli altri sacramenti, una frattura netta con la Chiesa cattolica che schierava il paese dalla parte della Riforma.

Già nel 1538 un numero molto alto di monasteri e conventi era stato distrutto e grande scalpore -nonchè turbamento- aveva suscitato la distruzione del luogo più sacro della cristianità: la tomba di San Tommaso Becket a Canterbury.Nonostante ciò, nel maggio 1539 i Dieci Articoli furono sostituiti da una nuova formulazione dottrinale, i Sei Articoli, che segnò il ritorno all’ortodossia cattolica ed il rifiuto definitivo del luteranesimo nonché la vittoria dei conservatori del Consiglio sui protestanti moderati.(10)

Nel frattempo, la minaccia di un’invasione da parte franco-spagnola si faceva sempre più pressante ma, quando i preparativi volgevano al termine, Francesco I fece un sorprendente gesto di riconciliazione. Tuttavia, spie inglesi in Francia consigliarono Enrico di non lasciarsi ingannare ma, quando le navi imperiali giunsero nei pressi delle coste inglesi, si ebbe modo di appurare che non nutrivano sentimenti ostili.(11)

A questo punto, Enrico decise di prestare nuovamente attenzione alla donna che avrebbe potuto stargli accanto, in veste di regina. Dopo anni di tentativi, di proposte da parte dei suoi consiglieri, il re sembrava aver trovato la donna che avrebbe potuto rappresentare un buon partito: Anna di Clèves.

Clèves era un ducato situato nella regione del Reno ai confini con le terre olandesi in mano al casato degli Asburgo e rappresentava, pertanto, un luogo di strategica importanza in vista di un possibile futuro conflitto tra Enrico e Carlo. Inoltre, il duca Guglielmo, per quanto non fosse luterano, intratteneva rapporti con i protestanti tedeschi ed era personalmente legato a due influenti membri della Lega di Smalcalda: il grande elettore luterano di Sassonia e Filippo d’Assia. Quindi, da un punto di vista politico, la sorella del duca sembrava rispondere alle necessità del re inglese.(12)

Il quarto matrimonio di Enrico, però, non fu felice e -se non fosse stato per i motivi politici che lo inducevano a legarsi ad Anna di Clèves- avrebbe annullato il fidanzamento. Evidente dimostrazione dell’infelice unione sta nel fatto che re Enrico, noto per la fama di libertino, non riuscì a consumare il matrimonio tanto era il ribrezzo che la nuova moglie suscitava in lui.

Se inizialmente, l’alleanza con il ducato di Clèves si era rivelata effettivamente utile perché aveva indebolito la posizione di Carlo V, nel momento in cui i rapporti tra quest’ultimo e Francesco I si fecero -ancora una volta- tesi Enrico non ebbe più bisogno del sostegno del duca Guglielmo, dei suoi amici luterani e della Lega di Smalcalda. A favorire il suo desiderio di separarsi da Anna contribuì l’emergere di nuovi elementi circa la validità del matrimonio.(13)

Cromwell tentò di ritardare il più possibile il divorzio, poiché esso avrebbe rappresentato il fallimento della politica da lui intrapresa a favore dei protestanti ed avrebbe contribuito al trionfo del suo acerrimo nemico, il duca di Norfolk, zio di Caterina Howard, la nuova favorita del re. A sorpresa, nel corso di una seduta del Consiglio, Cromwell fu arrestato ed accusato di tradimento e fu tenuto in vita solo finchè fu utile per annullare il quarto matrimonio di Enrico. Quando ciò avvenne, fu mandato a morire e -per giustificare l’accusa rivoltagli, ovvero l’aver protetto gli eretici- altri uomini vennero condannati a morte.(14)

Poco tempo dopo, per la quinta e penultima volta, Enrico si sposò e la prescelta fu Caterina Howard. Ironia della sorte, la nuova moglie di Enrico VIII era cugina di Anna Bolena e, come lei, fu accusata di adulterio e condannata a morte per decapitazione nel febbraio 1542, in quello stesso luogo in cui -anni addietro- era terminata la vita di Anna.(15)

Da subito i consiglieri esortarono Enrico a contrarre un nuovo matrimonio per la necessità di avere eredi maschi(16) dal momento che si era rimasti col fiato sospeso da quando, nell’estate del 1541, Edoardo si era ammalato.(17) Il 12 luglio 1543, nel salotto privato della regina ad Hampton Court, il vescovo Gardiner unì Enrico in matrimonio con Caterina Parr.(18) Ella era una donna virtuosa e dotata di grande umanità, la sua devozione religiosa si esprimeva non tanto nell’austerità quanto nello studio e, negli anni di matrimonio con il re, scrisse “The lamentation of a sinner” in cui attribuiva ad Enrico il merito di aver liberato l’Inghilterra dalla schiavitù e dal servaggio di Roma conducendola ad una fede più pura. Ella sosteneva il primato della fede secondo un’ottica vicina al luteranesimo e concesse protezione ai riformisti protestanti.(19)

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(1) Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 226-230
(2)  Ibidem, pp. 236-237
(3) Enrico e Jane discendevano entrambi da Edoardo III ed un tale legame di sangue impediva, per la chiesa, il matrimonio.
(4)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 238
(5)  Ibidem, pp. 244-245
(6)Per maggiori informazioni si rimanda a Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 238-243
(7)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 241
(8)Per maggiori informazioni si rimanda a Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 275-276
(9)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p.280
(10)  Ibidem , pp. 251-254
(11)  Ibidem, pp. 255-257
(12)  Ibidem, p. 261
(13) Ibidem, pp. 265-267
(14) Ibidem, pp. 267-271
(15) Per informazioni circa le accuse mosse a Caterina Howord si veda Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 281-285
(16)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 287
(17)  Ibidem, p. 281
(18) Per informazioni sulla figura della sesta moglie di Enrico VII si veda Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 288-290
(19) Per ulteriori informazioni circa la fede religiosa di Caterina Parr si veda Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 312-314

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Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 6/12

La riforma della Chiesa anglicana

A partire dal 1532 Enrico promulgò una serie di editti che avevano portato ad una modifica della Chiesa tanto nella forma quanto nella sostanza, troncando gli antichi legami con Roma e con il papa, assoggettando il clero al sovrano tanto sul piano spirituale quanto su quello secolare. Due misure in particolare vanno ricordate: l’Atto delle annualità, che impediva ai prelati inglesi di inviare a Roma i proventi del primo anno delle loro sedi, pratica in uso da secoli, e l’Atto per la limitazione dei ricorsi, con cui si negava che il vescovo di Roma avesse in Inghilterra maggiore autorità di qualsiasi altro vescovo straniero. Inoltre, si privava il clero della facoltà di promulgare leggi in autonomia, di giudicare i casi di natura spirituale, di nominare vescovi e abati poiché con l’Atto di supremazia era stata affermata la sovranità del re sulla Chiesa d’Inghilterra.
Dopo aver privato il papa di ogni potere, il Parlamento aveva emanato l’Atto di successione che indicava nel figlio di Anna Bolena l’unico erede legittimo al trono e imponeva ai sudditi un giuramento in appoggio della nuova dinastia. Questo giuramento aveva un significato più profondo di quel che poteva sembrare a prima vista: chi riconosceva la discendenza di Anna implicitamente negava il potere del papa e riconosceva la sovranità del re sulla Chiesa.(1) Nei fatti, da quel momento la trasformazione della Chiesa si intrecciava con gli interessi dinastici: i sudditi avrebbero dovuto scegliere tra il papa ed il re, e chi si fosse opposto al re avrebbe fatto la fine che spettava ai traditori.
In realtà, all’origine di quelle trasformazioni stavano le accuse mosse al clero in seguito alla caduta di Wolsey, clero che avrebbe consentito al pontefici di appropriarsi di diritti che andavano al di là della nomina dei sacerdoti e al caso dei giudizi riguardanti il diritto canonico. Le critiche di Enrico al clero risalivano ancora a più tempo addietro e a partire dal 1530 aveva iniziato ad elaborare una nuova concezione dei rapporti tra Chiesa e re. Infatti in quel periodo, oltre che a tentare di procurarsi testi che avrebbero potuto risolvere la questione inerente il suo matrimonio con Caterina, il re aveva raccolto anche altri passi che lo interessavano e che, riuniti in un testo, sostenevano la tesi per cui l’Inghilterra era un regno autonomo e, pertanto, non soggetto all’autorità papale. Questo aveva fatto maturare in Enrico due idee: innanzi tutto che, in qualità di sovrano, Dio gli avesse affidato la responsabilità delle anime dei suoi sudditi, poi che nel potere della corona fosse insita una sovranità superiore che gli attribuiva un’autorità suprema sia sulla Chiesa sia sul regno. Il motivo per cui il sovrano non aveva sviluppato queste idee va spiegato con la speranza da parte sua che una sentenza papale annullasse il suo primo matrimonio e non aveva voluto precipitare una frattura -che senz’altro sarebbe stata irrisolvibile- con la Chiesa romana.
A trasformare le idee di riforma clericale, di immunità dalla giurisdizione papale e di sovranità sulla Chiesa in chiave politica fu Thomas Cromwell che, nel 1534, era diventato primo ministro del re(2)

Questa trasformazione radicale portò anche a punire quanti non si rimettevano alla volontà del re; due morti in particolare sconvolsero non solo l’Inghilterra ma l’Europa intera: quella del vescovo Fisher e quella di Tommaso Moro.
Nel momento in cui Fisher salì al patibolo dichiarò che la sua condanna a morte era dovuta al desiderio di preservare intatto l’onore di Dio e della Santa Sede: egli, oltre ad osteggiare la supremazia del re, aveva anche scritto a Carlo V per esortarlo ad invadere il paese allo scopo di ripristinare con la forza l’autorità papale.
Moro, invece, venne giustiziato per una colpa minore ma di uguale peso agli occhi del re: anche lui venne accusato di tradimento e questo perché rifiutò il suo assenso alla successione e su tutto il resto si limitò a tacere di un silenzio che, comunque, aveva molto da dire. Con le leggi introdotte a partire dal 1535 chi non si dichiarava esplicitamente consenziente era un traditore.
Con queste morti terminò la fase iniziale della riforma inglese alla quale il popolo aveva reagito con sorprendente accondiscendenza: per quanto si fosse opposto al divorzio, accettavano la rottura con Roma e i colpi mirati a distruggere l’indipendenza del clero in quanto pare che la Chiesa venisse considerata come uno spregevole oppressore.
Le morti di Fisher e di Moro, però, suscitarono un’opposizione crescente a tutto quanto la riforma parlamentare aveva prodotto e questo portò al ricorso di mezzi di repressione, come le leggi sul tradimento.(3)

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(1) Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008,  p. 216
(2)  Ibidem, 2008, pp. 217-219
(3) Ibidem, p. 221-225

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