Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 3/12

Enrico, la riforma, Lutero

Il giorno in cui si concluse la Dieta di Worms, il 25 maggio 1521, il segretario del re lo trovò intento a leggere il nuovo saggio di Lutero, “Sulla cattività babilonese della Chiesa”, opera con cui l’autore sosteneva che i sacramenti avrebbero dovuto essere soltanto due (il battesimo e la comunione), diversamente rispetto a quanto stabilito dalla Chiesa romana che aveva fissato a sette il numero dei sacramenti. Dalla lettura di quest’opera derivò lo spunto che Enrico attendeva da tempo per poter scrivere un’opera di stampo teologico, che decise di usare come un’arma contro Lutero stesso, sperando che quell’opera potesse essere utile nel concedergli un nuovo epiteto onorifico da aggiungere ai suoi titoli ufficiali.

La strategia adottata da Enrico e dal cardinale Wolsey fu di procedere con una denuncia formale dell’eresia attraverso un procedimento che si svolse sul sagrato della chiesa di San Paolo. In questa circostanza si informarono i presenti del fatto che il loro sovrano stava preparando una confutazione teologica alle eresie di Lutero, si maledissero lui e i suoi seguaci e si bruciarono i libri da lui scritti, di cui alcune copie erano state raccolte lì per l’occasione.

Il motivo per cui Enrico e Wolsey decisero di procedere in questo modo è dovuto, almeno in parte, all’accuratezza e verità delle critiche di Lutero: tanto la chiesa inglese quanto quella tedesca ormai non era molto credibile come maestra di fede; molti sacerdoti disonoravano il loro ufficio e prestavano cure all’estetica che non si confacevano al loro ruolo, avevano accumulato una ricchezza imbarazzante, ricoprivano più di un incarico mentre, in base al diritto canonico, ogni chierico avrebbe potuto reggerne soltanto uno. Nonostante ciò, le idee di Lutero non avevano ancora attecchito in Inghilterra: il popolo amava ancora recarsi in pellegrinaggio, cosa che veniva derisa dai luterani, credevano ancora nel potere delle indulgenze e si affrettavano a comprarle, amavano la rassicurante scadenza delle feste religiose nel ciclo del calendario agricolo.

Nel giugno del 1521, Enrico aveva terminato la sua opera “Difesa dei sette sacramenti contro M. Lutero” e ne inviò un buon numero a Roma, per il papa e per i vari cardinali. Leone X presentò l’opera in un concistoro segreto in seguito al quale annunciò la sua intenzione di voler concedere al re inglese il titolo di “difensore della fede”. Lutero replicò senza mostrare alcuna deferenza verso Enrico che definì come un “signorotto” e come un “dannato marciume verminoso”; il re non replicò a sua volta e lasciò ad altri questo incarico.

L’opera di Enrico non era così disinteressata come potrebbe sembrare (al di là del fatto che con essa riuscì ad ottenere un titolo onorifico cui aspirava, cosa che già mette in discussione l’assenza di fini nel redarre un testo di questo genere) poiché non era casuale che egli la scrisse proprio nel periodo in cui Carlo V diventato uno dei peggiori nemici del riformatore: da tempo, il re inglese sperava di stringere rapporti più stretti con lui.(1)

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(1) Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 57-63

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Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 2/12

Enrico, la cultura e le armi

Fin dai primi momenti del suo regno, Enrico dimostrò quanta importanza avesse per lui la cultura ed invitò Erasmo da Rotterdam a stabilirsi in Inghilterra chiedendo al noto umanista di fare della sua “dottrina illuminata” un baluardo contro l’eresia e il lassismo religioso per difendere l’integrità della fede. (1)

Sempre all’inizio nel suo regno, nel momento in cui anche la nonna Margaret venne a mancare, Enrico fu -finalmente- padrone di sé stesso e fece subito capire a tutti il ruolo che egli attribuiva alla guerra e la volontà di cimentarsi in essa.(2) Diede ordine di istituire una guardia speciale, per far sì che i giovani della corte fossero avviati al servizio delle armi e diventassero un corpo di soldati scelti, in grado di stare sul campo in caso di guerra.

Probabilmente nessuno aveva dubbi circa il possibile obiettivo delle mire di Enrico: la Francia di Luigi XII, come si comprese dall’atteggiamento ostile del sovrano nei confronti dell’abate di Fècamp. Il re francese, per tentare di scongiurare la guerra, fece inviare otto carri che sembra contenessero forzieri d’argento destinati al re. Enrico VIII, che aveva ereditato le ricchezze del padre e poteva evitarsi preoccupazioni finanziare per un certo periodo di tempo(3), non si lasciò sedurre dalla tentazione del denaro anche perché ciò a cui lui aspirava era la fama.(4)  Proprio gli uomini di cultura furono i primi a sostenere il re inglese in questi suoi propositi di guerra ed Erasmo lo definì come “il più ardito degli uomini”.(5)

Poco dopo la sua incoronazione si accentuarono i problemi tra la corona francese e il papato che coincisero, quindi, con i sogni di Enrico sulle crociate e con la sua ostilità verso la Francia; interpretò inoltre la costituzione della Lega Santa da parte del papa Giulio II, con lo scopo di difendere l’unità della Chiesa, sia come una santa causa, sia come l’occasione che gli avrebbe consentito di acquisire prestigio in campo militare.(6)

L’anno culminante della guerra fu il 1513: dopo una serie di scaramucce tra le due parti, l’esercito inglese sbarcò a Calais-occupata dagli inglesi- e fu accolto con grande entusiasmo. Nonostante l’armistizio che Ferdinando II stipulò con la Francia agendo in maniera opposta rispetto a quanto aveva promesso e nonostante l’apporto alla guerra dell’imperatore Massimiliano di Baviera e Margherita di Savoia che fu inferiore alle aspettative, Enrico non abbandonò la guerra dal momento che la riteneva un dovere sacro e non, come la maggior parte degli uomini di potere -papa compreso-, un semplice espediente diplomatico.

L’ingiunzione provenuta da parte di Giacomo IV di Scozia, alleato di Luigi XII, che ordinava di sciogliere l’assedio e rientrare in Inghilterra non fece altro che dare ad Enrico un nuovo motivo per continuare l’impresa e quelle che, fino a quel momento, erano state schermaglie al confine tra l’Inghilterra e la Scozia erano destinante a diventare qualcosa di più serio di cui si sarebbe occupata la regina, uscendone vittoriosa.(7)

Il 16 agosto 1513 si ebbe la battaglia decisiva a Thèrouanne che si concluse con la vittoria degli inglesi e con la promessa di Enrico VIII a papa Leone X di riprendere al più presto l’impresa per portare a termine il progetto di conquista e sconfiggere definitivamente il nemico francese. Sta in questa impresa l’attribuzione dell’aggettivo “Il Grande” riferito ad Enrico ma, a ben vedere, questa guerra favorì di fatto l’imperatore Massimiliano di Baviera che aveva rafforzato i confini dell’impero e distolto i francesi dal proposito di attaccare le sue terre. Inoltre, questa guerra aveva impegnato gran parte delle finanze inglesi e il tesoro della corona reale ne usciva decisamente ridotto.(8)

Al pari delle armi e della guerra, Enrico amava destreggiarsi in dibattiti, specialmente di carattere filosofico e teologico. Per questo inserì a corte un gran numero di studiosi ed umanisti, dei quali almeno tre sono da citare: Richard Pace, un tempo al servizio di Wolsey, svolgeva per il sovrano la funzione di segretario e missioni diplomatiche; John Colet, decano di San Paolo, e Tommaso Moro, avvocato di insuperabile abilità dialettica tanto che sembra fosse in grado di mettere in difficoltà i teologi anche negli argomenti in cui erano più ferrati: questo fatto, accanto alla capacità di valutazione e giudizio nelle questioni più complicate e spinose lo rendeva un membro indispensabile all’interno del Consiglio.(9)

Altra figura di grande importanza di cui Enrico amava circondarsi era il cardinale Wolsey, persona intelligente, di grande influenza e potere, tanto che alcuni dei messi stranieri che visitarono la corte inglese sostennero che il cardinale fosse di fatto il re e che a lui bisognava rivolgersi per le questioni di maggior conto. Non si sa quale fosse la natura dei rapporti tra i due ma le più importanti decisioni di governo erano prese dal re ed anche quelle meno importanti si uniformavano alle sue disposizioni: quindi, nonostante la gestione delle faccende di stato fosse affidata a Wolsey, l’informazione e il controllo del re erano costanti e puntuali. Eccezionalmente, solo una volta il cardinale eclissò il suo sovrano e questo accadde nel 1520, anno in cui egli diresse quasi da solo le operazioni logistiche che resero possibile l’incontro tra Enrico eFrancesco I di Francia, nella Val d’Or (Fiandre), affinchè i due sovrani dessero prova della fratellanza che li univa. In realtà, i preparativi dell’incontro e l’incontro stesso furono vissuti con una certa tensione da entrambe le parti che continuarono a stare all’erta e ad essere pronti per la guerra, specialmente gli inglesi, stando a quanto affermava proprio il cardinale Wolsey.(10)

Le ostilità con il sovrano francese ripresero poco tempo dopo e nel 1521 il cardinale Wolsey era impegnato a concludere i negoziati con gli esponenti dell’imperatore, stabilendo che Enrico si impegnava ad attaccare la Francia l’anno seguente. Il re rivedeva in questa guerra una nuova occasione per riconquistare i domini francesi persi da tempo e a rafforzare la sua motivazione si aggiungeva la nomina a “difensore delle fede” riconosciutagli dal papa. Fin dall’inizio del suo regno, infatti, Enrico si era posto al servizio del pontefice e aveva identificato gli interessi dell’Inghilterra con quelli del papato.

Nel 1523 iniziò la campagna contro la Francia, conclusasi -senza aver ottenuto successi- nel dicembre di quello stesso anno quando, dopo aver perso molti uomini sul campo per via delle avverse condizioni climatiche, Charles Brandon decise di rientrare in patria senza ancora aver ricevuto l’autorizzazione da parte del re.(11) Enrico si convinse in breve tempo di poter ancora intervenire in Francia e predispose una nuova campagna per la primavera del 1524 ma le persone a lui più vicine gli erano contrarie: i consiglieri tentavano di frenare i suoi istinti bellicosi e Wolsey aveva segretamente avviato delle trattative con i francesi. A dare il colpo finale alle aspirazioni di Enrico fu l’imperatore Carlo V(12) che, nel corso delle guerre d’Italia, sconfisse i francesi e fece prigioniero Francesco I, imponendogli di cedere al re inglese quei territori francesi che un tempo erano stati di possesso inglese. Questo evento portava necessariamente a una riconsiderazione dei rapporti fra Enrico e l’imperatore che, per quanto più giovane di lui e nipote della regina d’Inghilterra, non poteva più essere pensato su un piano di inferiorità ed egli stesso ne diede ben presto la prova: dichiarò la sua intenzione di arrivare alla pace con i francesi e, pertanto, se Enrico avesse deciso di combatterli si sarebbe trovato a farlo da solo. Questa volontà di pacificazione implicava che l’imperatore non aveva più bisogno di un legame con l’Inghilterra e questo lo portò ad interrompere il fidanzamento con Maria(13), all’epoca ancora una bambina.

Ad aumentare il disorientamento di Enrico contribuì anche la situazione instabile all’interno del paese: i suoi sudditi, infatti, stremati dagli oneri che avevano richiesto le campagne contro la Francia si rifiutarono di versare ulteriori tributi per sostenere e finanziare tale impresa, anche perché erano allo stremo. Nel momento in cui la protesta iniziava a farsi sentire con più forza Enrico decise di negare di aver chiesto una seconda volta il contributo dei suoi amati sudditi che, con molta facilità, credettero alle parole del sovrano e si convissero del fatto che la richiesta del tributo fosse opera del cardinale Wolsey.(14)

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(1) Ibidem, p. 53
(2) Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 50-51
(3)Anzi, sembra che già fosse diventato una sorta di regio prestatore come si legge in Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, p. 12
(4) Ibidem, pp. 51-52
(5) Ibidem, p. 63
(6) Ibidem, pp. 63-64
(7) Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, p. 21
(8) Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 68-79
(9) Ibidem, pp. 95-97
(10) Ibidem , pp. 107-115
(11) Ibidem, pp. 135-138
(12)Figlio di Giovanna “la Pazza” di Castiglia e Filippo “Il Bello” d’Asburgo e, quindi, legato ad Enrico VIII dal legame di sangue con Caterina d’Aragona. Per un breve ritratto di Carlo V si veda Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, p. 63
(13)Unica figlia di Enrico a Caterina. Per informazioni circa il fidanzamento con Carlo V si rimanda a Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 63-66
(14) Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 138-145

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Riforma e controriforma attraverso la dinastia Tudor – parte 1/12

Infanzia di Enrico

Colui che passò alla storia come “il grande Enrico” nacque a Greenwich il 28 giugno 1491 da Elisabetta di York ed Enrico Tudor (1) e fu il terzo di sette fratelli (di cui tre morti in tenerà età). Già a due anni aveva ricevuto uno dei primi della lunga serie di titoli onorifici ma il primo di questi veramente importante gli venne assegnato nel 1494 quando venne nominato Duca di York. Il motivo per cui ciò accadde va individuato nel fatto che un falso duca di York si trovava all’estero, in esilio, e il principe doveva incarnare la smentita alla sue rivendicazioni. (2) Questo fu un evento importante perché da quel momento la figura di Enrico iniziò a comparire con una frequenza sempre maggiore nelle spese della corona.

Fin da bambino, pur non essendo l’erede al trono, col suo comportamento, le sue  posture, gli sguardi lasciava trapelare una certa aura di autorità ed Erasmo da Rotterdam lo descrive ad otto anni come dotato di “un contegno regale, che rivelava una certa dignità unita a una singolare amabilità”. (3)

Una grande influenza su di lui venne esercitata dal suo precettore, Jhon Skelton, una figura tanto licenziosa e irriverente quanto dotata di profonda intelligenza; a proporlo come candidato per il giovane principe fu la nonna Margaret Beaufort che sperava il nipote riuscisse ad acquisire da Skelton la stessa prontezza di spirito e irriverenza, doti che -evidentemente- riteneva necessarie per una figura principesca. A parte quest’informazione circa il nome del suo precettore, non sono pervenute altre informazioni circa l’educazione di Enrico.

Sempre in tenera età egli strinse due dei legami più profondi che lo accompagnarono per tutta la vita: quello con William Compton, che fu inserito a corte proprio per fare compagnia al principe Enrico, e quello con Charles Brandon, che -invece- era stato accolto a corte per fare da compagno al principe Arturo. (4) 

Enrico e Caterina

Nel novembre 1501 avvenne il primo incontro tra Enrico, che aveva dieci anni, e Caterina d’Aragona, figlia di Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia. (5) In questa occasione, Enrico aveva il compito di accompagnare la giovane principessa spagnola alla capitale, in attesa delle sue nozze con Arturo, principe di Galles e fratello di Enrico. Il matrimonio del fratello fu l’occasione per Enrico di essere al centro dell’attenzione e di ricevere ammirazione ed adulazioni senza avvertire la stessa tensione dei neo-sposi, che rappresentavano l’unione di due potenti corone: quella spagnola e quella inglese.

La vita di coppia dei due giovani principi, però, sarebbe stata assai breve: poco tempo dopo essere giunti nel palazzo di Ludlow, il principe Arturo si ammalò gravemente e nell’aprile del 1502 spirò. Con una certa sorpresa, la moglie Caterina scoprì di non essere lei l’erede designata dal marito ma la sorella di lui, Margherita. Per un certo periodo di tempo la principessa spagnola visse a contatto con la famiglia reale anche perché prima di nominare Enrico principe di Galles ed erede al trono bisognava esser certi del fatto che Caterina non fosse incinta del marito defunto: in quel caso, l’erede al trono non sarebbe stato Enrico, ma il figlio di Arturo. Sulla consumazione o meno del matrimonio non si hanno prove certe: quel che è certo è che da quel matrimonio non si generarono figli, perciò dieci mesi dopo la morte di Arturo, Enrico venne nominato principe di Galles.

Già da tempo, i reali di Spagna aveva pensato a un nuovo matrimonio tra la figlia Caterina e il principe Enrico ma per ciò era necessaria una dispensa papale in quanto, per legge, un uomo non avrebbe potuto sposare la propria cognata.

Risolta questa controversia, la famiglia reale inglese fu sconvolta da una nuova disgrazia: la regina Elisabetta, incinta del settimo figlio, ebbe un parto prematuro e morì pochi giorni dopo l’evento; nel giro di poco tempo l’avrebbe seguita anche la figlioletta appena nata. In poco meno di anno, la dinastia Tudor aveva perso due dei suoi membri più importanti e ciò contribuì a far crescere Enrico con un profondo senso di paura verso la morte e verso le malattie letali che potevano essere evitate solo con costanti precauzioni. (6)

Nel frattempo, il principe Enrico veniva educato all’arte del governo, seguito dal padre, in un momento in cui il regno viveva un periodo di pace e di prosperità. Il giovane principe di Galles non avrebbe potuto sperare in una guida migliore: la ricchezza, la consumata abilità nel governo, lo sforzo costante per accrescere il prestigio dell’Inghilterra nell’ambito europeo facevano di Enrico VII un maestro ideale per il figlio. (7) Enrico imparò molto dal padre, sia per quel che riguardava i modi e lo stile della regalità sia per quel che riguardava i meccanismi politici e il cerimoniale di corte ma ereditò dal padre anche due dei suoi difetti: quello di prestare troppa inclinazione alle proprie manie e quello di lasciarsi andare ad accessi di malumore; Enrico VII non fu in grado di insegnare al figlio la discriminazione sussistente tra uso ed abuso del potere. (8)

Enrico VII morì il 21 aprile 1509 e da quel giorno il principe Enrico fu re. Il re Enrico VIII. (9)

Sette settimane dopo la morte del padre, nel giugno 1509, Enrico VIII convolò a nozze con la do
È difficile capire, quindi, che cosa abbia spinto Enrico VIII a sposare questa donna. Si è detto che a convincere il nuovo re sia stato il nervosismo dei consiglieri, o quel trattato stipulato con la Spagna, o la possibilità di avere accanto una donna di rango confacente e di aspetto accettabile. Si è anche parlato di una lettera inviata da Enrico a Margherita di Savoia in cui il re dichiarava di aver esaudito la volontà del padre in punto di morte (14) e dell’influenza esercitata dalla nonna, Margaret Beaufort. Fatto sta che Enrico VIII sposò Caterina e questo matrimonio può essere visto come un primo tentativo di sottomettere la religione alla volontà politica, visti i motivi che -in un primo momento- impedivano le nozze tra i due.nna che era stata sua cognata, Caterina d’Aragona nella cappella dei frati minori di Greenwich. (10)

Questo accadde nonostante i problemi che in tempi recenti vi erano stati tra le due corone: infatti Enrico VII nel corso di un viaggio di Giovanna di Castiglia ed il marito Filippo “il Bello” d’Asburgo si era invaghito della donna e, in seguito alla morte di Filippo, aveva iniziato a sperare di poter concludere un matrimonio con lei. A sedurlo, oltre alla bellezza della donna, ebbe un buon peso anche l’eredità di Giovanna ovvero il regno di Castiglia. (11) I reali spagnoli, però, ritenevano impossibile la realizzazione del sogno di Enrico VII: già da tempo si parlava della presunta pazzia di Giovanna (12), fatto che gli inglesi si dicevano disposti ad ignorare pur che non fosse messa in dubbio la sua capacità a generare figli ma Ferdinando II fu irremovibile e non concesse ad Enrico VII di sposare la figlia. Questa decisione, a cui si aggiunse il mancato pagamento di una parte della dote di Caterina, inasprì i rapporti tra Inghilterra e Spagna e quello che era ancora il principe Enrico, su ordine del re, suo padre, protestò formalmente contro il trattato che era stato stipulato in tutta segretezza al palazzo di Richmond dinanzi al vescovo di Winchester a proposito della sua unione con la principessa spagnola. Il matrimonio che avrebbe dovuto aver luogo al compimento del quattordicesimo anno di età di Enrico non si realizzò e, da quel momento, Caterina fu poco più che un ostaggio diplomatico (13).
È difficile capire, quindi, che cosa abbia spinto Enrico VIII a sposare questa donna. Si è detto che a convincere il nuovo re sia stato il nervosismo dei consiglieri, o quel trattato stipulato con la Spagna, o la possibilità di avere accanto una donna di rango confacente e di aspetto accettabile. Si è anche parlato di una lettera inviata da Enrico a Margherita di Savoia in cui il re dichiarava di aver esaudito la volontà del padre in punto di morte1 e dell’influenza esercitata dalla nonna, Margaret Beaufort. Fatto sta che Enrico VIII sposò Caterina e questo matrimonio può essere visto come un primo tentativo di sottomettere la religione alla volontà politica, visti i motivi che -in un primo momento- impedivano le nozze tra i due.

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(1) Per un breve ritratto dei due sovrani si veda Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 26-28
(2) Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p. 16
(3) Ibidem, p. 19
(4)  Ibidem, p. 21
(5) Per un breve ritratto dei “re cattolicissimi” si rimanda a Erickson C., Maria la Sanguinaria, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2007, pp. 24-26
(6)  Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, pp. 34-36
(7) Ibidem, p. 37
(8) Ibidem, p. 38
(9) Ibidem , p. 43
(10) Ibidem, p. 44
(11) Ibidem, pp. 39-40
(12) Per una modesta conoscenza circa l’argomento si rimanda a VILLANUEVA J., La regina che doveva essere pazza, in “Storica”, 22, 2010, pp. 72-83
(13) Erickson C., Il grande Enrico, Cles, Mondadori, Oscar Storia, 2008, p.40
(14) Ibidem, p. 44

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Battiti

Battiti lenti e regolari
come gocce d’acqua che leggere cadono.

Battiti emozionati, acrobati dell’anima
come un giocoliere lo è del circo o della strada.

Battiti ondulati, disordinati
come lunghi capelli agli ordini d’un vento dispettoso.

Battiti audaci velati di incerto
come desideri segreti custoditi in un cassetto.

Battiti timorosi e cosparsi di nero
come un galeone attorniato dalla tempesta.

Battiti…

Veloci, gioiosi, aritmici,
singhiozzanti, ridenti, roboanti,
innocenti, complici, sinceri…

Mar pur sempre i battiti di un cuore solo.