Tango e gli altri – F. Guccini, L. Macchiavelli

 La vicenda di questo romanzo è ambientata tra il ’44 e il ’60.
 Protagonista è il maresciallo Santovito che nel corso della guerra, dopo essere stato  mandato in Russia con l’ARMIR, al rientro in patria decide di arruolarsi nei partigiani.
 Non appena arriva tra di loro, gli viene chiesto di indagare sui fatti riguardanti un’altra  brigata locale. Sembra che un giovane partigiano abbia compiuto un massacro in   località Piane, sterminando un’intera famiglia. Le indagini di Santovito, però, non   prenderanno la giusta piega e il giovane Bob verrà giustiziato prima che si possa  arrivare ad una soluzione certa. 

 Molti anni dopo, nel ’60, Santovito riceve una lettera, scritta nel ’44 e mai spedita prima  di allora.
 La lettera è scritta da Imelde, fidanzata di Bob al tempo della guerra. La donna sostiene  che il massacro delle Piane non può averlo compiuto il ragazzo perchè quella notte loro  due erano insieme. Fornisce anche alcuni indizi che il maresciallo si preoccuperà di  verificare nel momento in cui tornerà a risiedere, per un certo periodo di tempo, nel  paese in cui fu partigiano.
Qui incontra nuovamente Raffaella, maestra delle elementari, con la quale vivrà qualche momento di intimità. 

Giunto al comando dei carabinieri, entra immediatamente in conflitto col maresciallo Amadori, un uomo arrogante, incapace, che non sa intuire nulla e vedere alcunchè al di là del suo naso.
Sarà costretto a lasciarsi affiancare da lui quando questi, grazie alle conoscenze nell’ambiente, riesce a fare in modo che il loro superiore ordini a Santovito di operare insieme. 

Santovito, nome di battaglia Salerno, entra in contatto con i partigiani della brigata di Bob non potendo, però, rintracciarli tutti.
Tra di loro abbiamo Lepre, meccanico, Autiere, apprezzatissimo sindaco del paese, Remo, barista. Tra coloro di cui si hanno perso le tracce ricordiamo Bill e Tango. 

Incontra anche il figlio di Imelde, Roberto, dopo aver scoperto che è stato il ragazzino a consegnargli la lettera. 

A mano a mano che le indagini proseguono è sempre più evidente che Bob non può aver commesso l’omicidio. Santovito non riesce, però, a parlare con la mamma del partigiano, Gialdiffa, chiusa in un silenzio e in una rabbia impenetrabili. Riuscirà a vincere le resistenze della donna solo Raffaella.
Il massacro è stato imputato a Bob perchè figlio illegittimo del proprietario della località, Pietro Bernardi, noto come il Patriarca. Secondo il tribunale partigiano che ha giudicato il giovane, egli avrebbe deciso di vendicare il torto subito. In realtà, la madre sa che Bob non avrebbe accettato nulla dal padre e lo ritiene incapace di compiere un gesto simile. Mostra a Raffaella una lettera scrittagli dal Patriarca il quale si dichiara pentito del suo comportamento e la informa di essere alle prese con un affare che potrebbe sistemare tutti loro; manifesta anche la sua volontà di lasciare una parte della propria eredità a Bob. Di tutto ciò il giovane non era stato messo al corrente da parte della madre. 

Quando Gialdiffa viene a conoscenza dei nuovi elementi emersi dalle indagini, contatta anche lei gli ex-partigiani e dichiara di sapere chi ha compiuto il massacro delle Piane.

Santovito si accinge ad incontrare la donna nel cimitero ma, non trovandola, si dirige nella cappella. Qui, trova la donna impiccata. Alcuni elementi lasciano presupporre che si tratti di omicidio: l’assassino, colto di sorpresa dall’arrivo del maresciallo, nella fretta non ha potuto depistare gli inquirenti. 

Nelle ultime pagine del romanzo, Santovito viene a conoscenza di un incontro che si svolgerà tra gli ex-partigiani, compresi quasi tutti quelli di cui si erano perse le tracce (eccetto Tango), nel bar di uno di loro dove li sorprenderà insieme ad Amadori e ad un altro collega.

Procede ad un vero e proprio sequestro di persona dichiarando di non aver intenzione di rilasciarli fino a quando colui che è responsabile del massacro e, dunque, della morte di Bob si decida a confessare. Questo perchè non ha prove certe pur essendo sicuro di conoscere l’assassino e l’unica soluzione per ridare dignità alla memoria del giovane ucciso ingiustamente è la confessione. 

Il sequestro va avanti ore e ore fino a quando sulla scena non irrompe Tango, il quale minaccia di compiere una strage se il responsabile non si decide ad assumersi le proprie colpe. Dopo lunghi momenti di tensione, nel momento in cui sta per far partire il colpo, l’omicida si rivela: è il rispettabilissimo sindaco del paese, Egidio Olmi, detto Autiere.

 

Ciak! Azione!

“Ciak! Azione!”

Un bacio.

“Ciak! Azione!”

Un abbraccio.

“Ciak! Azione!”

Una carezza.

“Ciak! Azione!”

Un sorriso.

“Ciak! Azione!”

Il dolce perdersi nello sguardo dell’altro.

“Ciak! Azione!”

Una muta promessa.

“Ciak! Azione!”

Una passeggiata dopo aver cenato insieme.

“Ciak! Azione!”

Condivisione di momenti.

“Ciak! Azione!”

Un lieto fine.

“Si taglia! Ciak! Azione!”

La fine di un amore rimasto in sospeso.

Patagonia express – Luis Sepùlveda

 Avevo letto questo libro un po’ di anni fa. Era tanto tempo che mi promettevo di rileggerlo    poiché ne conservavo un ricordo piacevole ma questo è uno di quei casi in cui è meglio non   provare a ripetere due volte la stessa emozione perché non si è certi che essa possa   riapparire e non si può conoscere l’intensità con cui possa farlo.
Nel corso di questa rilettura, non sono riuscita a ripercorrere la stessa strada di qualche   anno fa.
Sarà un po’ più difficile, quindi, presentarvi quest’opera.

Si tratta di una serie di appunti di viaggio, scritti su una moleskine durante il viaggio stesso   che ha luogo in Patagonia, appunto, e nella Terra del fuoco.
Questo tour è ciò che permette la coesistenza all’interno dell’opera di 12 piccoli racconti, ognuno dei quali rappresenta una storia a sé.
In quasi ognuno di essi è possibile rintracciare una frase o un pezzo che vorremmo condividere e rendere noto ad altri.
Sepúlveda ha il pregio di descrivere ogni fatto in maniera dettagliata, tanto da far immaginare molto bene la scena scritta entro poche righe. Apprezzo il modo in cui sono curate queste rappresentazioni ma l’insieme risulta, nel complesso, deludente.
Manca quel pizzico in più che potrebbe far rientrare quest’opera tra quei libri che consiglierei, o regalerei, ad un amico.

 

Ecco qui un piccolo assaggio:

“Ricordo tutto questo mentre aspetto seduto su una botte di vino, davanti al mare, in un porto del sud del mondo, e prendo appunti su un taccuino con i fogli a quadretti che Bruce mi regalò proprio per questo viaggio. Non si tratta di un taccuino qualunque. È un pezzo da museo, un autentica “moleskine”, apprezzatissima da scrittori come Céline o Hemingway, che ormai non si trova più nelle cartolerie. Bruce mi suggerì di fare come lui prima di usarla: numerare i fogli, annotare sul retro di copertina almeno due indirizzi nel mondo, e scrivere sulla prima pagina una promessa di ricompensa a chi restituirà il taccuino in caso di smarrimento. Quando sentii quel rituale, commentai che mi sembrava troppo inglese, e Bruce ribatté che proprio grazie a quel genere di precauzioni, gli inglese conservavano ancor oggi l’illusione di essere un impero; il nome dell’Inghilterra era scritto molto accuratamente nelle loro colonie, e quando le persero, in cambio di una piccola ricompensa economica, le recuperarono come parte del Commonwealth. I suoi argomenti mi convinsero e seguii le sue indicazioni.

Bruce mi spiegò che le “moleskine” uscivano dalle mani di un rilegatore artigiano di Tours, la cui famiglia le fabbricava fin dagli inizi del secolo, ma che dopo la morte dell’artigiano, nel 1986, nessuno dei suoi discendenti aveva voluto continuare la tradizione. Non bisogna lamentarsene. Sono le regole del gioco imposte da una pseudo modernità che giorno dopo giorno elimina riti, abitudini e dettagli di qualcosa che ben presto ricorderemo con nostalgia, e chiameremo vecchia cultura europea.”

Ti amai

Mi innamorai di te la prima volta che ti notai, là, sui Champs-Elysées mentre passeggiavi tra decine e decine di persone. E in mezzo a tutta quella gente io notai solo te. Mi innamorai del tuo sguardo assorto, dei tuoi capelli spettinati, della tua barba lunga di giorni, del tuo passo bizzarro.
Ti amai teneramente quando ti incontrai, due giorni dopo, ai giardini delle Tuileries. Un paio di jeans strappati e una camicia a quadri mentre il pennello scorreva su una tela di cui ancora oggi ignoro il soggetto.
Il mio amore crebbe quando, finalmente, il tuo sguardo si decise ad incontrare il mio facendo fremere il mio cuore. Chissà se i tuoi occhi lessero i miei. E il mio amore non s’arrestò quando decisi di seguirti da lontano e ti vidi offrire il braccio a quella bella donna, cui sorridesti ad ogni passo compiuto al suo fianco.
Il tempo di cercare un fazzoletto nella borsa e, quando risollevai lo sguardo, lei non era più accanto a te. Mi tormentò a lungo il pensiero di quel vostro saluto che non conobbi, così come mi tormentava ogni cosa che di te mi restava sconosciuta.
Ti amai là, nel Musée D’Orsay, poche ore prima di prendere l’aereo, e i nostri corpi si persero in complici rendez-vous in quel labirinto trasbordante di quadri.
Ti amai così, senza conoscere il tuo nome e senza conoscere nulla di te.

Ti amai per un paio di sguardi e una manciata di incontri, là, nella città dell’amore.

Tristezza

Ti avvolge in una morsa
come fa la nebbia con il paesaggio.
Ti scuote violentemente
come fa il vento con le cime degli alberi.
Ti disorienta l’anima e si impadronisce di te
come se fosse un grande amore che non dà pace.
Ti colora dello stesso nero
di una notte senza stelle.
Poi se ne va come fanno nuvole grigie
che dopo un temporale estivo
lasciano posto al sole caldo e all’arcobaleno.

Il peso della farfalla – Erri de Luca

Al re piaceva quando la montagna se ne stava in un abbraccio stretto col temporale e il vento. L’aquila non vola e l’uomo non sale. La tempesta cancella le tracce dei camosci, porta via il loro odore, invergina la terra. Il re stava all’aperto fino all’ultimo scroscio.

Breve racconto in cui dominano due protagonisti: un camoscio e un cacciatore, nemici quasi da sempre.
Il cacciatore, infatti, è l’assassino della madre del camoscio quando questo era ancora un cucciolo. 
Il cucciolo si trova a crescere solo insieme alla sorella e senza un branco ma, un giorno, un’aquila si porterà via la sorella e da quel momento lui sarà solo.

Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere sa sparo.
Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo. Crebbe di una taglia in più rispetto ai maschi della sua specie.  

Solo, fino a quando non giunge il momento di sfidare il maschio di un branco e vincerlo.
Dopo quella vittoria sarà lui il re dei camosci, un re come non se ne era mai visti. Vive lontano dal suo branco, che controlla da lontano, e a cui si congiunge in vari momenti senza mai dare la possibilità di prevedere il suo arrivo. 

 Lo scontro fu violento e breve. Le corna dello sfidante si aprirono  una breccia nella difesa e il corno sinistro agganciò il ventre  dell’avversario. Lo squarciò con un chiasso di strappo e in alto  strepitò il frastuono di ali. Gli uccelli proclamarono il vinto a loro  destinato. Il camoscio sventrato fuggì perdendo viscere,  inseguito. Le ali si tolsero dal cielo e scesero in terra a divorarle.  La fuga del vinto si spezzò di netto, s’impuntò e cadde sopra il  fianco.
 Sul corno insanguinato del vincitore si posarono le farfalle  bianche. Una di loro ci restò per sempre, per generazioni di  farfalle, petalo a sbattere nel vento sopra il re dei camosci nelle  stagioni da aprile a novembre. 

Il camoscio sarà re incontrastato per molti anni fino a quando, una mattina di novembre, si renderà conto di essere giunto alla sua ultima stagione. 
Incantevole la descrizione che de Luca dà del camoscio.

 Quel giorno di novembre il re riconobbe il declino. Il cuore  batteva più  lento dei duecento colpi al minuto, spinta che dà  ossigeno agli slanci in salita e li fa superare in leggerezza.
 Gli zoccoli del camoscio sono le quattro dita del violinista. Vanno alla  cieca e non sbagliano millimetro. Schizzano su  strapiombi, giocolieri in  salita, acrobati in discesa, sono artisti  da circo per la platea delle  montagne. Gli zoccoli del camoscio  appigliano l’aria. Il cavallo a  cuscinetto fa da silenziatore  quando vuole, se no l’unghia divisa in due  è nacchera di  flamenco. Gli zoccoli del camoscio sono quattro assi in  tasca a un  baro. Con loro la gravità è una variante al tema, non una  legge.
Li poggiò all’alba nella nebbia fitta, da non vedere a terra e se li trovò incerti. Così aspettò che il cuore spingesse i colpi fin dentro le unghie e il giorno crescesse insieme ai battiti.
Non voleva cedere, chinare il suo corno sinistro davanti a un maschio minore, solo più fresco di forze.

 Proprio quel giorno, il camoscio si accorge della presenza dell’uomo. Proprio quel cacciatore che insegue il re dei camosci da anni senza mai riuscire a catturarlo. L’animale si beffa di lui. 

Gli arrivò in salito l’odore dell’uomo e del suo olio. Apparteneva all’assassino di sua madre. Era lui, saliva ad abbattere camosci da solo, cercava il loro re da anni.
Dette un calcio a una pietra e la mandò a sbattere lontano sopra le ghiaie ripide. L’urto fece precipitare una piccola scarica di sassi. L’uomo in fondo al pendio si voltò in su a cercarla, per risalire alla bestia che l’aveva mossa. Guardò nel punto sbagliato. Il re dei camosci nell’ombra lo prendeva in giro da anni. 

Anche il cacciatore, in quello stesso giorno di novembre, si sveglia affaticato e sente accorciarsi i giorni a sua disposizione. 

Quel giorno di novembre si alzò stanco nelle gambe, appena sveglio già pesava un affanno da fine giornata. Fu il sole a persuaderlo a prendere il sacco. L’arma era dalla sera prima accanto al letto, chi vive solo deve stare pronto. Uscì con il caffè che gli fumava in testa. 

Quello è il giorno in cui si stabilirà chi sarà il vincitore.
Il camoscio dall’alto osserva il suo branco. Tra di loro si interpone il cacciatore, accucciato in attesa di vedere spuntare il re. L’animale compie un atto decisivo. 

L’uomo era una schiena facile da calpestare. Saltandoci sopra lo poteva scaraventare in basso. Il re pesava quanto l’uomo, mai se ne era visto uno di taglia simile. Si alzò il ciuffo di schiena in segno di battaglia. Scosse il corno nell’aria per liberare la farfalla, picchiò l’unghia dello zoccolo sopra la roccia, rumore perché l’uomo si voltasse. Non lo voleva di schiena ma di fronte.
L’uomo si girò a serpe verso il fucile in tempo per vedere il re dei camosci che gli veniva addosso a precipizio con due balzi in discesa. Era forza, furia e grazia scatenata. Uno strepito di grida e una folla di ali chiamò per la montagna. Gli zoccoli anteriori sfiorarono il collo dell’uomo, i posteriori fecero volare via il cappello. Il re gli era saltato addosso sfiorandolo senza un graffio e volava in basso verso il branco che aveva rizzato orecchie e musi. 

Il branco non si accorge dell’uomo e si ferma ad osservare il re che gli si muove incontro.  

Ogni camoscio si fermò dov’era a guardare la novità speciale del loro signore delle tempeste, uscito allo scoperto incontro a loro. Il re non li raggiunse. Si fermò all’improvviso, si impennò sulle zampe davanti e tornò indietro. Scalò un sasso appuntito, piantato su uno sfasciume di rocce appese al vuoto. E restò lì.
Era il giorno perfetto, non si sarebbe più battuto contro nessuno dei suoi figli e non doveva aspettare l’inverno per morire.
Aspettò lì fermo impettito la palla da undici grammi che gli passò dall’alto in basso il cuore.
Morì prima di sentire il fragore dello sparo, una martellata contro la lamiera del cielo. Cadde dalla cima del sasso e rotolò verso i camosci. Qui l’uomo vide una cosa che mai era stata vista. Il branco non si disperse in fuga, lentamente fece la mossa opposta. Le femmine prima, poi i maschi, poi i nati in primavera salirono verso di lui, incontro al re abbattuto. Uno per uno chinarono il muso su di lui, senza un pensiero per l’uomo in agguato. Toccarono con le corna, una spinta leggera, il dorso fulvo e ispessito del padre di tutti loro. Le femmine appoggiarono due colpi, i piccoli sfregarono timidi i loro primi centimetri  sul mantello invernale, già scuro, del loro patriarca.
Niente era più importante per loro di quel saluto, l’onore al più magnifico camoscio mai esistito. L’uomo guardava, l’arma ancora in spalla, il corpo sui gomiti. Abbassò il fucile. La bestia lo aveva risparmiato, lui no. Niente aveva capito di quel presente che era già perduto.

[…]

 Rimase in piedi con la bestia addosso a sentire se il corpo ce la  faceva. Una farfalla bianca gli volò incontro e intorno. Ballò  davanti agli occhi dell’uomo e le palpebre gli vennero pesanti. Le  gerle piene di legna,  le bestie portate sulle spalle, gli appigli tenuti  con l’ultima falange delle dita: il carico degli anni selvatici gli  portò il conto sopra le ali di una farfalla bianca. Guardò il volo  spezzato che gli girava intorno. Dalla spalla pendeva la testa  rovesciata del camoscio. Il volo andò a posarsi sopra il corvo  sinistro. Stavolta non poté cacciarla. Fu la piuma aggiunta al  carico degli anni, quella che lo sfascia. S’incupì il respiro,  le gambe s’indurirono, il battito di ali e il battito del  sangue si fermarono insieme.