Si può fare – film

Film del 2008, di produzione italiana. Scritto Da Fabio Bonifacci e diretto da Giulio Manfredonia.

Il film è ambientato nel 1983, a Milano. All’inizio della storia ci imbattiamo in Claudio Bisio che interpreta un sindacalista, Nello. L’uomo ha di recente pubblicato un libro sul mercato e per questo viene aspramente criticato dai suoi compagni sindacalisti. Quasi per punizione viene nominato direttore della “Cooperativa 180”, una delle tante cooperative nate in seguito all’emazione della legge 180, che portò alla chiusa dei manicomi ed alla nascita dei centri di igiene mentale pubblici per il sostentamento delle persone affette da disturbi psichici.

Dopo i primi -comprensibili- momenti di disagio e di attrito con i pazienti, Nello si rende conto che ognuno di loro ha particolari potenzialità e decide di parlare al dottor Del Vecchio, interpretato da Giorgio Colangeli, affinchè diminuisca il sedativo somministrato ai pazienti. Egli però rifiuta di farlo sostenendo che una diminuzione della dose porterrebbe i pazienti ad un livello di pericolosità ingestibile.

 Nello, a questo punto, si rivolge ad un dottore esterno alla clinica,  il dottor Furlan (Giuseppe Battiston) che decide di sostenere l’uomo in  questa sua iniziativa. Del Vecchio, adirato, si allontana dalla  cooperativa.

Nel frattempo, Nello ha anche deciso di iniziare a rendere coscienti di  sé e dei propri desideri/ambizioni i “pazienti” ed organizza una serie di  assemble dove ognuno può esporre le proprie opinioni e le proprie idee.  Questo aiuta i ragazzi della cooperativa ad acquisire sicurezza e un  maggiore contatto col il mondo esterno ed in una delle assemble  decidono di lavorare come posatori di parquet.

Dopo un primo lavoro non andato a buon fine, a causa dell’inesperienza,  la piccola impresa inizia a crescere e ad essere rinomata all’interno della  città.

Tutto sembra procedere per il meglio, tra lavori sempre più numerosi e  amori nati allinterno della stessa cooperativa, fino a quando Gigio (Andrea Bosca), uno  dei ragazzi più giovani, si innamora di una ragazza  per la quale ha  lavorato, Caterina (Maria Rosaria Russo). Questa giovane, in un momento di leggerezza, lo  bacia e, in seguito, lo invita a casa sua per una festa. Qui, Gigio ed il suo  più caro amico, Luca (Giovanni Calcagno), si trovano a disagio e questo disagio genererà una  rissa, in cui Luca prende a pugni un altro ragazzo.

La situazione peggiora in commissariato quando Caterina, senza sapere che Gigio la sta ascoltando, definisce i ragazzi della cooperativa dei “poveracci”. Questa definizione risulta troppo pesante per la sensibilità psichica del ragazzo che, poco tempo dopo essere rientrato alla cooperativa, si suicida.

Il suicidio, oltre a distruggere la felicità di tutti, riporta alla cooperativa il dottor Del Vecchio che somministra nuovamente pesanti farmaci ai pazienti.

 Nello, nel frattempo, cade in una profonda depressione, sentendosi  responsabile della morte di Gigio e rimproverandosi di aver osato  troppo, di aver voluto mettere mano in faccende mediche che non erano  di sua competenza. A riscuoterlo da questa situazione di torpore sarà la  sua fidanzata, con la quale Nello vive momenti altalenanti.

Ci stiamo trovando, dunque, di fronte a un triste epilogo ma la  situazione muta improvvisamente, ancora una volta, quando Del  Vecchio convoca Nello per informarlo di aver notato un effettivo  miglioramento nelle condizioni psichiche dei pazienti, diretta  conseguenza dell’attivitità lavorativa intrapresa e che la morte del  giovane ragazzo non può essere imputata a lui. Gli offre, pertanto, di riprendere il proprio ruolo ma Nello rifiuta, ancora scioccato, e preferisce svolgere un lavoro che non ama piuttosto che rischiare di mettere a repentaglio la vita di altre persone.

I ragazzi della cooperativa, allora, vanno da lui e affermano di volerlo alla loro guida: hanno appena ricevuto un appalto per Parigi.

Il film si conclude con i ragazzi e Nello pronti a partire e a portare con sé pazienti di altri centri di igiene mentale.

Un’opera decisamente commovente e vi consiglio di non guardare questo film da soli. E’ bello vedere la commozione degli altri unita alla propria. E chissà che la persona che era con voi non la faccia vedere ad un’altra persona…e via così. Qui sotto alcuni estratti del film.  Buona visione. ;O)

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Il giovane Holden – J.D. Salinger

 La vicenda si svolge nell’arco di tre giorni: dal venerdì, giorno in cui a Holden viene  comunicata la sua ennesima espulsione da un college, alla domenica, giorno in cui  matura la decisione di non partire per improbabili avventure che aveva immaginato e si  convince a restare a casa, frenato -forse- dall’affetto sincero che la sorella nutre per lui.

La sorella Phoebe è uno dei pochi elementi certi che permane nella vita di Holden.

L’altro punto di riferimento per Holden è il fratello maggiore, D.B., uno scrittore per il  quale Holden nutra una vera e propria venerazione pur non condividendo la sua scelta  di scrivere per il cinema. D.B. non appare mai nel corso della storia; viene solamente  rievocato nella memoria del fratello.

L’amatissimo fratello Allie è morto qualche anno prima e questo evento ha  profondamente segnato Holden che, spesso, nei suoi pensieri si rivolge al fratello, come  se questi fosse vivo e potesse davvero sentirlo e dialogare con lui.

Un altro personaggio importante in questa vicenda è Jane, un’amica di infanzia che, come D.B., non appare nell’opera ma viene presentata tramite i pensieri di Holden. Il ragazzo è più volte sul punto di chiamarla e condividere con lei i suoi pensieri ma, per un motivo o per l’altro, rimanda continuamente.

Da ricordare è anche la figura di Antolini, un ex professore di Holden, che lo ospita nella propria casa quando questi, fuggito dal college dopo aver appeso la notizia dell’espulsione, non sa dove trascorrere la note. L’ambiguità del professore, però, lo porterà a fuggire in piena notte anche da lui.

Da citare il personaggio di Sally, una compagna di Holden, che gli offre la propria amicizia quando il giovane rientra a New York.

L’opera narra la crisi adolescenziale di questo ragazzo anticonformista. I primi dettagli della sua personalità che vengono alla luce sono la tendenza a mentire, la mancata voglia di studiare e il conseguente rendimento negativo a scuola, l’abuso di alcool e il vizio di fumare. Nonostante ciò nella lettura del romanzo si nota come egli sia un adolescente che non ha perso la propria personalità e non si lascia influenzare dalla società, e ciò si può capire grazie alle sue riflessioni che, per quanto possano sembrare sconclusionate e prodotto della mente di un pazzo, mostrano la sua capacità critica. Uno dei passi più importanti che lascia percepire la crisi adolescenziale del giovane, è proprio quello  in cui Holden ricorda un dialogo con la sorellina Phoebe a proposito di quello che avrebbe voluto fare “da grande”. Egli le confida, citando in modo errato un verso di Burns “Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno”, di immaginare tanti ragazzini che giocano una partita tra i campi di segale senza alcun “grande” mentre lui, sull’orlo di un dirupo, deve acchiappare quelli che rischiano di cadere di sotto. Questo dialogo mostra il desiderio di Holden di restare eternamente ragazzo, desiderio probabilmente dovuto alla paura di crescere, di perdere quell’aura di innocenza, libertà e spensieratezza tipica dei bambini.

 Questo dialogo mostra l’importanza del titolo originale “The catcher in the rye”  ovvero “il prenditore della segale” trasformato, nella versione italiana, in un  incolore “Il giovane Holden”.

Riporto il brano in cui Holden decide di andare a salutare uno dei suoi professori  del college dal quale è appena stato espulso. Si tratta del professor Spencer, docente  di storia, che ci viene presentato come un vecchio signore. La descrizione che ne da  Holden lo fa apparire ancor più anziano di quello che realmente è.

E’ buffo. Non occorre spremersi le meningi quando si parla con un professore.  Tutt’a un tratto, però, mentre io continuavo a raccontare balle, lui mi interruppe.  Non faceva che interrompermi:  “E tu di fronte a tutto questo, cos’è che senti, figliolo? E’ una cosa che mi interessa  molto, proprio molto. Quante materie hai portato questo trimestre?”
 “Cinque, professore.”
 “Cinque. E in quante sei stato respinto?”
“In quattro.” Spostai un pochino il didietro sul letto. Non mi ero mai seduto su un letto così duro.   “Sono passato in inglese”, dissi, “voglio dire in inglese non ho dovuto fare quasi niente tranne un tema ogni tanto.” Non stava nemmeno a sentire, non stava quasi mai a sentire quando gli dicevo qualcosa.
“Io ti ho bocciato in storia per il semplice motivo che non sapevi assolutamente niente.”
“Lo so, professore.” Ragazzi, lo so benissimo, ma non poteva farne a meno.
“Assolutamente niente” ripeté.
Ecco una cosa che mi fa perdere le staffe. Quando la gente dice le cose due volte dopo che uno gli ha dato ragione la prima volta. Allora lui la disse TRE volte.
“Ma assolutamente niente. Sono quasi convinto che tu non hai aperto il libro nemmeno una volta durante tutto il trimestre. L’hai aperto? Dì la verità, figliolo.”
“Be’, ci ho dato un’occhiata un paio di volte” gli dissi, non volevo ferire i suoi sentimenti: lui era fissato per la storia.
“Ci hai dato un’occhiata, eh?” disse sarcastico “Il foglio del tuo esame scritto sta la sul comò. In cima a quel mucchio. Portamelo, per piacere.”
Era un tiro schifo, ma andai a prenderlo e glielo portai, non avevo scelta, niente. Poi tornai a sedermi su quel letto di cemento. Ragazzi, quanto rimpiangevo di essere andato a salutarlo, non potete nemmeno immaginarvelo. Lui si mise a maneggiare il mio compito come se fosse uno stronzo, o che so io.
“Abbiamo studiato gli egiziani dal 4 novembre al 2 dicembre” disse “Per il tema facoltativo sei stato tu stesso a scegliere quest’argomento. Ti interessa di sapere che cosa sei riuscito a dire?”
“No professore, non molto”, dissi.
Ma lui lesse lo stesso. Non puoi fermare un professore quando vuol fare una cosa, la fa e basta.
“Gli egiziani erano un’antica razza caucasica e risiedevano da una delle regioni settentrionali dell’Africa. Questa, come tutti sappiamo, è il più vasto continente dell’emisfero orientale.”
E io dovevo starmene seduto lì a sentire tutte quelle cretinate. Era proprio un tiro schifo.
“Gli egiziani oggi costituiscono per noi argomento di  grande interesse per vari motivi. La scienza moderna vorrebbe ancora sapere quali fossero gli ingredienti segreti che gli egiziani usavano quando fasciavano i morti, in modo da salvare dalla putrefazione i loro visi per innumerevoli secoli. Questo interessante enigma è tuttora una vera sfida alla scienza moderna del ventesimo secolo.”
Smise di leggere e posò il mio compito. Stavo cominciando a provare per lui una specie di odio.
“Il tuo saggio, chiamiamolo così, finisce qua”, disse con quel tono molto sarcastico. Chi l’avrebbe mai pensato che quell’uomo così vecchio potesse essere tanto sarcastico e così via. “Però”, disse, “hai aggiunto una piccola nota in fondo alla pagina.”
“Lo so” dissi io. Lo dissi molto in fretta, perchè volevo fermarlo prima che si mettesse a leggere anche QUELLA. Ma bravo chi lo fermava.
Era partito in quarta. “Egregio professor Spencer” lesse ad alta voce “questo è tutto quello che so sugli egiziani. A quanto sembra non riesco a provare un grande interesse per loro, benché le sue lezioni siano interessanti. Non ho niente da obiettare se mi boccia, perché tanto sarò bocciato in tutto fuorché in inglese. Con i miei ossequi, Holden Caulfield.”
Poi posò il mio maledetto compito e mi guardò come se mi avesse battuto a ping pong o che so io. Credo che non gli perdonerò mai di avermi letto quelle cretinate ad alta voce. Se a scriverle fosse stato lui, io non gliele avrei mica lette ad alta voce, neanche per sogno. Tanto per cominciare, io quella dannata nota l’avevo scritta soltanto perché l’idea di bocciarmi non lo facesse restar troppo male.
“Mi biasimi se ti ho bocciato figliolo?”, disse.
“Ma no, professore, no davvero!” dissi. Avrei dato non so che cosa perché la smettesse di chiamarmi tutto il tempo ‘figliolo’. Ormai che aveva finito col mio compito, cercò di gettarlo sul letto. Ma fece cilecca anche stavolta, naturalmente. Dovetti alzarmi di nuovo e raccoglierlo.
“Come ti saresti regolato tu al posto mio?”, disse, “Sii sincero, figliolo”.
Be’ era chiaro che in realtà l’idea di avermi bocciato lo faceva sentire un verme, sicché per un poco mi misi a sparar balle. Gli dissi che io ero un autentico lavativo eccetera eccetera. Gli dissi che se fossi stato al suo posto avrei fatto esattamente la stessa cosa, e che la maggior parte della gente non valuta quanto sia duro fare il professore eccetera eccetera. Le solite balle.
“E tu di fronte a tutto questo cos’è che SENTI figliolo? E’ una cosa che mi interessa molto.”
La cosa buffa però, è che mentre continuavo a raccontar balle, pensavo a tutt’altro. Io abito a New York, e pensavo al laghetto di Central Park… chissà se quando arrivavo a casa l’avrei trovato gelato, mi domandavo, e se era gelato dove andavano le anitre? Chissà dove andavano le anitre quando il laghetto era tutto gelato e col ghiaccio sopra. Chissà se qualcuno andava a prenderle con un camion per portarle allo zoo o vattelappesca dove.   O se volavano via. 

Stringimi


Stringimi
per far sì che la lontananza
muti in vicinanza
e il tepore che si raffredda
di giorno in giorno
torni ad essere fuoco divampante.
Stringimi
come se i nostri cuori
volessero ballare insieme
e le nostre anime
specchiarsi l’una nell’altra.
Stringimi
come se per un momento
io fossi ciò che ti è indispensabile
e l’appartenenza reciproca
un dato imprescindibile.

Il sentiero dei nidi di ragno – Italo Calvino

Ambientato nel ponente ligure ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza Partigiana. Protagonista è Pin, un bambino di dieci anni, orfano di entrambi i genitori che vive con la sorella, Nera di Carrugio Lungo, nota prostituta della zona.

Pin è un bambino disagiato, cresciuto troppo in fretta ma senza aver acquisito una reale  maturità, è scartato sia dai suoi coetanei che non capiscono il suo atteggiamento, sia dagli  adulti che lo vedono pur sempre come un “bambino”.

Ritengo molto particolare questa storia raccontata dagli occhi di un bambino che non  comprende il mondo che lo circonda, che sia quello degli adulti o che sia quello dei bambini.

Particolare per gli atteggiamenti mutevoli che contraddistinguono il piccolo Pin che, alla  disperata ricerca di un amico, trova in persone diverse quella che potrebbe essere adatta a  ricoprire questo ruolo ma ne viene poi, quasi immediatamente, deluso.

Pin sostiene che suo amico sarà colui che si interesserà del suo luogo segreto: quello in cui  fanno il nido i ragni.

Particolare perché lo scenario della guerra viene presentato attraverso gli occhi di un bambino  che non capisce non solo perché essa sia nata e da che parte stare ma anche che cosa sia una guerra.

Vedremo il piccolo Pin che, per mantenersi amici gli uomini dell’osteria, accetterà la sfida che lo vedrà impegnato a rubare la pistola al tedesco, amante di sua sorella. Colpito dai discorsi di un uomo misterioso che si trova all’osteria insieme agli altri uomini del paese decide di aiutarli in questo compito. Parlano di un misterioso “comitato” che Pin crede essere il nome dell’uomo misterioso.

Dopo aver sottratto la pistola al tedesco, tornerà all’osteria ma il nuovo atteggiamento dei compaesani che si scambiano pareri dubbiosi su Comitato lo lasciano interdetto, così che decide di fuggire e non consegnare loro la pistola.

Verrà poi imprigionato dai tedeschi e sarà rinchiuso in carcere. Da qui riuscirà a fuggire grazie all’aiuto di Lupo Rosso, un ragazzo molto noto nell’ambiente della Resistenza.

Con lui, Pin si sente al sicuro ma Lupo Rosso si allontanerà nel corso della notte e, trattenuto da una missione, non tornerà a prendere Pin come, invece, aveva promesso.

Ancora una volta Pin si sente invadere dalla paura, paura che lo domina finché non incontra un uomo. Riporto qui sotto il brano del loro incontro.

“Chi va là!” dice l’uomo.
Pin non sa cosa rispondere, ha le lacrime che urgono, e ripiomba in un pianto totale, disperato.
L’uomo s’avvicina: è grande e grosso, vestito in borghese e armato di mitra, con una mantellina arrotolata a tracolla.
Dì, perché piangi?” dice.
Pin lo guarda: è un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana: ha un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca.
“Che cosa fai qui, a quest’ora?” dice l’uomo “ti sei perso?”
La cosa più strana di quell’uomo è il berretto, un berrettino di lana col bordo ricamato e il pon-pon in cima, non si capisce di che colore.
“Ti sei perso: io a casa non ti posso riaccompagnare, io con le case ci ho poco da vedere, non posso mica riportare i bambini smarriti, io!”
Dice tutto questo per giustificarsi, più verso sé stesso che verso Pin.
“Non mi sono smarrito” dice Pin.
“E allora? Che fai tu in giro per di qua?” fa l’omone col berrettino di lana.
“Dimmi prima che fai tu”
“Bravo” dice l’uomo “sei in gamba. Vedi che sei in gamba, perchè piangi? Io vado ad ammazzare la gente, la notte. Hai paura?”
“Io no, sei un assassino?”
“Ecco: neanche i bambini hanno più paura di chi ammazza la gente. Non sono un assassino ma ammazzo lo stesso.”
“Vai ad ammazzare un uomo, adesso?”
“No. Ritorno”
Pin non ha paura perché sa che c’è chi ammazza la gente eppure è bravo: Lupo Rosso parla sempre di ammazzare eppure è bravo, il pittore che stava di fronte a casa sua ha ammazzato sua moglie eppure era bravo, Miscèl Francese adesso avrebbe ammazzato gente anche lui e sarebbe restato Miscèl Francese. Poi l’omone col berrettino di lana parla d’ammazzare con tristezza, come se lo facesse per castigo.
“Lo conosci Lupo Rosso?” chiede Pin.
“Perdio, se lo conosco; Lupo Rosso è uno del Biondo. Io sono uno del Dritto. E tu come lo conosci?”
“Ero con lui, con Lupo Rosso, e l’ho perduto. Siamo scappati d’in prigione. Abbiamo messo l’elmo alla sentinella. A me prima m’hanno frustato con la cinghia della pistola. Perché l’ho rubata al marinaio di mia sorella. Mia sorella è la Nera di Carrugio Lungo.”
L’omone in berrettino di lana si passa un dito sui baffi: “Già già già già… dice, nello sforzo di capire la storia tutta in una volta.. E adesso dove vuoi andare?”
“Non lo so”, dice Pin. “Tu dove vai?”
“Io vado all’accampamento.”
“Mi ci porti?” dice Pin.
“Vieni. Hai mangiato?”
“Ciliege” dice Pin.
“Ben. Tieni del pane”, e tira fuori di tasca il pane e glielo dà.
Ora camminano per un campo d’olivi. Pin morde il pane: ancora qualche lacrima gli cola per le guance e lui la inghiotte assieme al pane masticato. L’uomo lo ha preso per mano: è una mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane.
“Dunque, vediamo un po’ com’è andata… Al principio di tutto, m’hai detto, c’è una donna…”
“Mia sorella. La Nera di Carrugio Lungo”, dice Pin.
“Naturalmente. Al principio di tutte le storie che finiscono male c’è una donna, non si sbaglia. Tu sei giovane, impara quello che ti dico: la guerra è tutta colpa delle donne…”

L’uomo si chiama Cugino.

Pin inizia a vivere con i partigiani. Da ricordare di questo periodo è, tra le tante, la sera  in cui la moglie di Mancino, la Giglia flirta con il capo partigiano, il Dritto, dando  accidentalmente fuoco al rifugio dei partigiani. Questo causa il loro rapido  allontanamento, poiché il fuoco è stato sicuramente notato dal paese, in un luogo  ancor più disagevole di quello precedente. Questo episodio ci porta alla mente le  parole di Cugino: “Al principio di tutte le storie che finiscono male c’è una donna”.

La brigata partigiana si ricongiungerà poi con le altre poco prima di un’imminente  battaglia e in quest’occasione Pin troverà un suo compaesano che lo informerà del fatto  che la sorella è nelle SS e che è responsabile del rastrellamento compiuto al paese.

Pin, dopo aver rivelato la relazione tra la Giglia e il Dritto, capisce che non può più restare tra i partigiani e si allontana dal gruppo.

Tornerà a casa propria, accolto dalla finta gioia della sorella che tenta di farlo passare al servizio dei tedeschi.

Quando Pin si accorge che la sorella possiede la P38 che lui aveva sottratto al tedesco cerca di capire come ne sia entrata in possesso e scopre che la pistola gli è stata data da un ex-partigiano, compagno di Pin, che era passato al servizio dei tedeschi e aveva trovato l’arma.

Il bambino, furioso, si riprende la pistola e scappa dalla sorella.

Riprende a vagare nel buio. Riporto il brano finale dell’opera.

Pin cammina piangendo per i beudi. Prima piange in silenzio, poi scoppia in singhiozzi. Non c’è nessuno che gli venga incontro, ora. Nessuno? Una grande ombra umana si profila a una svolta del beudo.
“Cugino!”
“Pin!”
Questi sono posti magici, dove ogni volta si compie un incantesimo. E anche la pistola è magica, è come una bacchetta fatata. E anche il Cugino è un grande mago, col mitra e il berrettino di lana, che ora gli mette una mano sui capelli e chiede: “Che fai da queste parti, Pin?”
“Son venuto a prendere la mia pistola. Guarda. Una pistola marinaia tedesca.”
Il Cugino la guarda da vicino. “Bella. Una P. 38. Tienila da conto.”
“E tu che fai qui, Cugino?”
Il Cugino sospira, con quella sua aria eternamente rincresciuta, come se fosse sempre in castigo.
“Vado a fare una visita” dice.
“Questi sono i miei posti”, dice Pin. “Posti fatati. Ci fanno il nido i ragni.”
“I ragni fanno il nido, Pin?” chiede il Cugino.
“Fanno il nido solo in questo posto in tutto il mondo”, spiega Pin.  “Io sono l’unico a saperlo. Poi è venuto quel fascista di Pelle e ha distrutto tutto. Vuoi che ti mostri?”
“Fammi vedere, Pin. Nidi di ragni, senti senti.”
Pin lo conduce per mano, quella grande mano, soffice e calda, come pane.
“Ecco, vedi, qui c’erano tutte le porte delle gallerie. Quel fascista bastardo ha rotto tutto. Eccone una ancora intera, vedi?
 Il Cugino s’è accoccolato vicino e aguzza gli occhi nell’oscurità: “Guarda guarda. La porticina che s’apre e si chiude. E dentro la galleria. Va profonda?”
“Profondissima”, spiega Pin. “Con erba biascicata tutt’intorno. Il ragno sta in fondo.”
“Accendiamoci un fiammifero”, fa il Cugino.
E tutt’e e due accoccolati vicini, stanno a vedere che effetto fa la luce del fiammifero all’imboccatura della galleria.
“Dai, buttaci dentro il fiammifero”, dice Pin, “vediamo se esce il ragno.”
“Perché, povera bestia?” fa il Cugino. “Non vedi quanti danni hanno già avuto?”
“Di’, Cugino, credi che li rifaranno, i nidi?”
“Se li lasciamo in pace credo di si”, dice il Cugino. “Ci torniamo a guardare, poi, un’altra volta?”
“Si, Pin, ci passeremo a dare un’occhiata ogni mese.”
È bellissimo aver trovato il Cugino che s’interessa ai nidi di ragno.
“Di’, Pin.”
“Cosa vuoi, Cugino?”
“Sai, Pin, ho da dirti una cosa. So che tu queste cose le capisci. Vedi:son già mesi e mesi che non vado con una donna… Tu capisci queste cose,Pin. Senti, m’han detto che tua sorella…”
A Pin è tornato il sogghigno; è l’amico dei grandi, lui, capisce queste cose, è orgoglioso di fare questi servizi agli amici, quando gli capita: “Mondoboia, Cugino, caschi bene con mia sorella. T’insegno la strada: lo sai Carrugio Lungo? Ben, la porta dopo il fumista, all’ammezzato. Va’ tranquillo che per la strada non incontri nessuno. Con lei, piuttosto sta’ attento. Non dirgli chi sei, né che ti mando io. Digli che lavori nella« Todt », che sei qui di passaggio. Ah, Cugino, poi parli tanto male delle donne. Va’ là che mia sorella è una brunaccia che a tanti piace.”
Il Cugino abbozza un sorriso con la sua grande faccia sconsolata.
“Grazie, Pin. Sei un amico. Vado e torno.”
“Mondoboia, Cugino, ci vai con il mitra? Il Cugino si passa un dito sui baffi.”
“Vedi, non mi fido a girare disarmato.”
A Pin fa ridere vedere come il Cugino è impacciato, in queste cose.
“Piglia la mia pistola. Te’. E lasciami il mitra che gli faccio la guardia.”
Il Cugino posa il mitra, intasca la pistola, si toglie il berrettino di lana e intasca anche quello. Ora cerca di ravviarsi i capelli, con le dita bagnate di saliva.
Ti fai bello, Cugino, vuoi far colpo. Fai presto se vuoi trovarla in casa.”
“Arrivederci, Pin”, dice Cugino, e va.
Pin ora è solo nel buio, alle tane dei ragni, con vicino il mitra posato per terra. Ma non è più disperato. Ha trovato Cugino, e Cugino è il grande amico tanto cercato, quello che s’interessa dei nidi di ragni. Ma Cugino è come tutti gli altri grandi, con quella misteriosa voglia di donne, e ora vada sua sorella la Nera e s’abbraccia con lei sul letto sfatto. A pensarci, sarebbe stato più bello che al Cugino non fosse venuta quell’idea, e fossero rimasti a guardare i nidi insieme ancora un po’, e poi il Cugino avesse fatto quei suoi discorsi contro le donne, che Pin capiva benissimo e approvava. Invece Cugino è come tutti gli altri grandi, non c’è niente da fare, Pin capisce bene queste cose.
Degli spari, laggiù, nella città vecchia. Chi sarà? Forse pattuglie che girano. Gli spari, a sentirli cosi, di notte, danno sempre un senso di paura.Certo è stata un’imprudenza, che il Cugino per una donna sia andato solo in quei posti da fascisti. Pin ora ha paura che caschi in mano di una pattuglia, che trovi la casa di sua sorella piena di tedeschi e che sia preso. Ma gli starebbe bene in fondo, e Pin ne avrebbe gusto: che piacere si può provare ad andare con quella rana pelosa di sua sorella?
Ma se il Cugino fosse preso, Pin rimarrebbe solo, con quel mitra che fa paura, che non si sa come si maneggia. Pin spera che il Cugino non sia preso, lo spera con tutte le sue forze, ma non perché il Cugino sia il Grande Amico, non lo è più, è un uomo come tutti gli altri, il Cugino, ma perché è l’ultima persona che gli resti al mondo.
Però c’è ancora molto da aspettare, prima di poter cominciare a pensare se si deve stare in pensiero. Invece ecco un’ombra che s’avvicina, è già lui.
“Come mai così presto, Cugino, già fatto tutto?”
Il Cugino scuote la testa con la sua aria sconsolata:”Sai, m’è venuto schifo e me ne sono andato senza far niente.” “Mondoboia, Cugino, schifo, t’è venuto!” Pin è tutto contento. È davvero il Grande Amico, il Cugino.
Il Cugino si rimette il mitra in spalla e restituisce la pistola a Pin. Ora camminano per la campagna e Pin tiene la sua mano in quella soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane.
Il buio è punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi.
“Tutte così, le donne, Cugino…” dice Pin.
“Eh…” consente il Cugino. “Ma non in tutti i tempi è cosi: mia madre…”
“Te la ricordi, tu, tua mamma?” chiede Pin.
“Si, è morta che io avevo quindici anni”  dice Cugino.
“Era brava?”
“Sì”, fa il Cugino, “era brava.”
“Anche la mia era brava”, dice Pin.
“C’è pieno di lucciole”, dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole”, dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce.
“Sì”, dice il Cugino, “ma viste cosi sono belle.”
E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano.

Scusami

 Un’infinità di silenzio. E tanto affetto soffocato, troppo. L’incapacità di mostrare  il proprio sentimento, addirittura l’incapacità di avvertirlo, a volte, fino a  negarlo.

Poche parole nell’arco della giornata, pochi sguardi incrociati, molti quelli  schivati. Quasi due estranei, ormai, se non fosse per quel legame di sangue.

Così una figlia non si accorge dell’invecchiare del padre, non si gode ogni sua  nuova ruga, non conosce i suoi desideri, i suoi pensieri. Non riesce a stargli  accanto, a dimostrargli che “lei c’è”, ad abbracciarlo pur volendolo fare. Troppi i  momenti di rabbia, di incomprensione, di paura, di frustrazione. Così tanti da  allontanarli in maniera irrevocabile.

Così un padre sa descrivere perfettamente la schiena della figlia, semi-nascosta  da quei lunghi capelli castani di cui sa delineare ogni sfumatura, ogni  impercettibile movimento. La vede chiaramente mentre è seduta alla sua  scrivania a studiare, i piedi intrecciati sotto la sedia, e neanche si volta per salutarlo, mormorando bruscamente qualche breve risposta. E in tutto questo lui confonde il colore dei suoi occhi, la forma delle sue labbra e può solamente ricorrere al ricordo dei suoi baci, dei suoi sorrisi, delle sue carezze mentre la mente di lei urla: “Scusami papà…ti voglio bene.”.

Amore a tempo determinato

Due amanti
osservano abbracciati una stella
che pare appena nata in quel cielo infinito.
Sulla durata del suo fulgore
giurano la loro reciproca appartenenza.
Vedevano brillare quel piccolo corpo celeste
ma l’astro aveva già esaurito la propria luce:
non avrebbe tardato molto a spegnersi
davanti ai loro stessi occhi.

La secessione dell’Aventino – Breve confronto tra le due storiche secessioni

  • La secessione dell’Aventino del 494 a.C.

Nel corso del V secolo a.C. la società romana fu sconvolta da una serie di carestie che colpì in maniera particolare la plebe. Questa parte della popolazione reagì avanzando richieste quali una mitigazione delle norme sui debiti e una più equa distribuzione dell’ager publicus.

È importante sottolineare che il problema di primo piano non era inerente alla disparità nella condizione economica, dalla quale i plebei ricchi non erano toccati, ma alla disparità nella condizione politica.

I plebei non chiedevano solo una concreta apertura alla massima magistratura ma anche un codice scritto di leggi che salvaguardasse i cittadini da quella che poteva essere la personale interpretazione dei depositari di turno del sapere giuridico.

Il conflitto tra i due ordini si aprì nel 494 a.C. quando la plebe, esasperata dalla crisi economica, decise di dar luogo a quello che può essere definito uno sciopero generale che lasciò la città priva di forza lavoro e, in modo particolare, indifesa militarmente. Questo “sciopero generale” passò alla storia come “secessione dell’Aventino” perché i plebei si ritirarono sul colle Aventino dove diedero origine ad organismi propri: un’assemblea generale, che poteva prendere decisioni che seppur non avevano valore vincolante per lo stato, lo aveva per la plebe stessa. Vennero introdotte le figure dei tribuni della plebe, che avevano il compito di rappresentare ed eseguire la volontà dell’assemblea popolare e ai quali vennero riconosciuti lo ius auxulii, che permetteva di andare in soccorso di un cittadino contro l’azione di un magistrato, e lo ius intercessionis, ossia la possibilità di porre il veto ad un qualsiasi provvedimento emanato da un magistrato che sembrasse andare contro l’interesse della plebe. Inoltre i tribuni vennero protetti mediante l’inviolabilità personale, la sacrosantitas, e gli venne concesso il potere di convocare e presiedere l’assemblea della plebe e di sottoporre ad essa le proprie proposte. Inizialmente i tribuni della plebe erano due ma, col passare del tempo, il loro numero salì a dieci.

Nel corso di questa prima secessione vennero create anche le figure degli edili della plebe, le cui funzioni originarie sono ignote anche se si può presupporre che, vista l’origine etimologica del loro nome (dal latino “aedes”, tempio), fossero impegnati nella custodia del tempio di Cecere, Libero e Libera, proprio sul colle dell’Aventino.

È innegabile il risultato politico di questa secessione: i patrizi, e quindi lo stato poiché essi ne erano a capo, riconobbero l’organizzazione interna della plebe, mentre non si può dire altrettanto per quanto riguarda la situazione economica.

Un altro importante risultato politico si ottenne dopo oltre quarant’anni quando, dopo una serie di agitazioni, i patrizi acconsentirono a nominare una commissione di dieci uomini (da qui il termine “decemvirato”), scelti esclusivamente dal patriziato, che mettessero per iscritto un codice giuridico. Questo nuovo collegio assunse il controllo completo dello stato: probabilmente si adottò questa misura per evitare che le tradizionali magistrature repubblicane potessero porre il veto sull’azione dei decemviri; per lo stesso motivo si decise che la commissione non sarebbe stata soggetta al diritto d’appello. A questa commissione decemvirale, l’anno successivo ne seguì un’altra che portò il numero delle tavole da dieci e dodici ed è per questo che le leggi ivi scritte si ricordano come leggi delle XII tavole”.

Terminato il proprio compito, però, la commissione sotto spinta del suo membro più influente, Appio Claudio, cercò di prorogare indefinitamente i propri poteri assoluti e ciò si scontrò non solo con la disapprovazione della plebe ma anche dei patrizi più moderati: la violenza nei confronti di una giovane fu l’occasione per dare luogo a una seconda secessione a seguito della quale i decemviri furono costretti a deporre i loro poteri.

  • Chi era Giacomo Matteotti, perchè è stato ucciso e perchè per i fatti successivi alla sua morte si parla di “secessione dell’Aventino”?

Giacomo Matteotti era il segretario del PSU (Partito Socialista Unitario, nato nel 1919) che il 30 maggio 1924, in un discorso alla Camera, aveva denunciato i brogli elettorali e il clima di intimidazione in cui si erano svolte le elezioni il mese precedente consentendo a Mussolini di ottenere oltre il 65% dei voti.

Venne misteriosamente rapito dieci giorni dopo, il 10 giugno 1924, e il suo cadavere fu ritrovato circa due mesi dopo. Gli esecutori materiali del fatto, ancor prima di trovare il corpo, furono individuati nei membri di quella che passerà alla storia come “banda del Viminale” che aveva a capo tal Dumini, arrestato due giorni dopo il sequestro.

Mussolini si dichiarò estraneo ai fatti e si mostrò decisamente interessato a scoprire i colpevoli del tutto e, per questo, fece anche condannare alcuni tra i suoi più stretti collaboratori.

Il 13 giugno pronunciò al cospetto della Camera le seguenti parole:

“Se c’è qualcuno in quest’aula che abbia diritto più di tutti di essere addolorato e aggiungerei esasperato, sono io. Solo un mio nemico, che da lunghe notti avesse pensato a qualche cosa di diabolico, poteva effettuare questo delitto che oggi ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione”.

L’opinione pubblica, sconvolta dal fatto, non aveva perso la coscienza di sé e non credette minimamente a questo discorso ipocrita del primo ministro che si prendeva gioco di chi davvero provava dolore per la morte di Matteotti.

Ma nel momento in cui pronunciò questo discorso, la Camera era praticamente vuota: le opposizioni, eccetto i comunisti, avevano deciso di astenersi dai lavori parlamentari ed è per questo che, quando ci si riferisce a questo fatto, si parla di “secessione dell’Aventino” per richiamarsi alla secessione della plebe romana in lotta contro il patriziato. Questa seduta della camera fu particolarmente facile per Mussolini, che non dovette confrontarsi con le opposizioni e subire intralci parlamentari, e venne aggiornata sine die, ossia a data da destinarsi.

  • Quali sono i motivi di convergenza e quali quelli di divergenza con la secessione romana?

Il motivo di convergenza tra le due secessioni è ben evidente: esse vennero attuate in segno di protesta e per cercare di ottenere determinati risultati; nel caso della secessione dell’Aventino vera e propria si chiedeva la partecipazione paritaria nella vita politica e una equa distribuzione della terra, nel caso della secessione dell’Aventino, tale solo di nome, si chiedeva giustizia e si sperava, probabilmente, di abbattere il fascismo.

Quali sono stati allora i motivi di divergenza?

Essi sono altrettanto ovvi: mentre la secessione romana si conclude con dei risultati concreti anche se solo sul piano politico, ovvero il riconoscimento dell’assemblea della plebe e dei tribuni e la formazione di un codice di leggi, nel caso della secessione inerente il delitto Matteotti non si può dire lo stesso.

E non si ottennero risultati a colpa delle stesse opposizioni che non si mostrarono unite tra loro (abbiamo già detto che i comunisti non parteciparono alla secessione, restando in parlamento) e non seppero far seguire questa fase di protesta formale a una fase propriamente politica che avrebbe potuto porre le basi per l’abbattimento del fascismo. Successivamente, non solo Giolitti criticò la posizione delle opposizioni sostenendo che

“L’onorevole Mussolini ha tutte le fortune politiche. A me l’opposizione ha sempre dato fastidi e travagli, con lui se ne va e gli lascia libero il campo”

ma furono le stesse opposizioni a criticarsi: Turati in una lettera alla Kuliscioff scrive

“Non ti dico come sono pentito del nostro gesto […]; il ministero, più furbo di noi, ne profittò subito per liberarsi della Camera per sette mesi. E la Camera voleva dire la sola tribuna possibile, la sola trincea, il solo controllo”.

Inoltre, un’ulteriore colpa delle opposizioni si può rintracciare nella fiducia riposta nel re credendo, o quantomeno sperando, che Vittorio Emanuele III sarebbe intervenuto sciogliendo il parlamento. Illusi.

Si può dire che questo fatto ottenne i risultati opposti a quelli cercati: certo, il fascismo visse in questo momento uno dei maggiori periodi di crisi e avrebbe potuto crollare se ci fossero stati gli sviluppi necessari a ciò ma l’immobilità politica delle opposizioni andò a vantaggio di Mussolini e portò alla terza e ultima fase del fascismo, la dittatura.

Infatti, il 3 dicembre 1925 Mussolini pronunciò alla Camera il discorso che segnò il passaggio alla dittatura; egli affermò

“io assumo, io solo, la responsabilità morale, politica, storica di tutto quanto è avvenuto.” e “Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”.

La frase di maggiore importanza che segna la sconfitta degli aventiniani e il passaggio al regime dittatoriale è la seguente:

“Signori! Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell’energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino.”

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Bibliografia utilizzata

G. Clemente, “Guida alla storia romana“,  Milano,  Arnoldo Mondadori Editore S.p.a., 2009

G. Geraci e A. Marcone, “Storia romana“, Firenze, Le Monnier Università, 2009

V. Castronovo, R. De Felice e P. Scoppola, “L’Italia del Novecento”, Torino, Utet Libreria, 2008